Delfi, l’ombelico del mondo

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Reportage di viaggio tra storia, arte e natura: dalle vestigia del santuario di Apollo all’enigma della Pizia, passando per le sculture di Cleobi e Bitone e l’auriga, fino a un pronostico sul prossimo campionato di Serie A.
Il monte Parnaso. Foto Mauro Reali

Delfi, nella Focide, era sede di un antichissimo culto della Madre Terra, fino a che – secondo la tradizione – il dio Apollo non uccise il serpente Pitone, temibile guardiano di quei luoghi; d’altronde il monte Parnaso, alle cui falde Delfi si trova, era destinato a diventare sede proprio di Apollo e delle sue fidate, creative, “collaboratrici”, e cioè le nove Muse.

Si tratta, insomma, di luoghi la cui suggestione aveva stregato perfino le divinità olimpiche, sicuramente condizionate dall’idea che «l’ombelico del mondo» si trovasse proprio qui, dove si sarebbero incontrate due aquile sacre a Zeus: il padre degli dèi, infatti, le aveva indotte a volare una verso est e l’altra verso ovest alla ricerca del centro esatto della Terra.

L’oracolo di Apollo e il ruolo della Pizia

I resti del tempio di Apollo. Foto Mauro Reali
I resti del tempio di Apollo. Foto Mauro Reali

Non stupisce dunque che a Delfi sia sorto il maggiore santuario oracolare della Grecità, laddove la venerazione del dio Apollo era in grado di stemperare (almeno parzialmente) le differenze – quando non le rivalità e ostilità – tra gli abitanti delle varie poleis. Qui infatti si recavano tutti per interrogare la Pizia, una profetessa che (come ricorda il suo nome, che significa «Pitonessa») aveva mantenuto parte dei poteri sovrumani del serpente ucciso da Apollo.

La donna era in origine una sola vergine scelta tra le abitanti di Delfi, ma la popolarità del santuario obbligò in certe fasi storiche al reclutamento di altre “colleghe” per smaltire più rapidamente le richieste di vaticinio: le loro risposte erano profezie ambigue e poco comprensibili, che venivano poi in qualche modo interpretate dai sacerdoti locali.

Il tutto, ovviamente, non senza sostanziosi compensi e adeguati sacrifici animali: gli affari sono affari, d’altra parte, e a beneficiare del notevole afflusso di fedeli, oltre al clero locale, erano anche locandieri, ristoratori, venditori di souvenir, ecc. come avveniva e avviene in ogni tempo, luogo e per ogni religione.

Religione, politica e agonismo

Poiché spesso a interrogare l’oracolo delfico erano rappresentanti delle maggiori città greche, che volevano responsi su questioni rilevanti, come la dichiarazione di una guerra o la fondazione di una colonia, si può ben immaginare come il santuario abbia presto assunto una straordinaria importanza politica. Delfi divenne dunque sede di una anfizionia, cioè di una sorta di «consiglio di amministrazione» composto da Greci di diversa origine i cui rappresentanti dovevano contribuire alla difesa e al mantenimento del santuario.

La vocazione panellenica di questo luogo sacro è ulteriormente confermata dalla celebrazione in loco, ogni quattro anni, dei cosiddetti Giochi Pitici, che insieme a quelli Olimpici, Istmici e Nemei erano una delle maggiori manifestazioni di quell’idea di «uomo agonale» espressa dal celebre dallo storico svizzero Jacob Burckhardt. Egli, infatti, individuava nella competizione – anche quella sportiva – una delle caratteristiche peculiari dello spirito greco.

Una visita, dopo molti anni

Ma non è certo questa la sede per una trattazione sistematica della dimensione religiosa e neppure di quella archeologica di questo sito; chi scrive, infatti, vuole solo condividere con i propri affezionati lettori l’emozione di una visita a Delfi dopo molti (troppi…) anni dalla prima volta. Nonostante bazzichi la Grecia quasi annualmente da circa mezzo secolo e vi abbia più volte accompagnato i miei studenti, non ci venivo dal remoto 1980: allora ero un ragazzo fresco di Esame di Maturità classica, oggi sono un anziano (o diversamente giovane?) professore che allo studio del mondo antico e alla sua divulgazione ha dedicato larga parte della sua vita.

Mi piace pensare che alla scelta di intraprendere gli studi classici abbia contribuito virtualmente anche la frase (oggi non più visibile) iscritta sul locale tempio di Apollo, e cioè γνῶθι σεαυτόν («conosci te stesso»); infatti quel viaggio nell’Ellade (avventuroso, con pochi soldi in tasca, senza cellulari o pc, iniziato con l’interminabile binomio “treno senza a.c. + traghetto sul ponte”) è stato così carico di suggestioni da farmi davvero «conoscere me stesso» e abbandonare ogni indugio: avrei studiato Lettere Classiche e non Economia, che erano i due Corsi di Laurea rimasti in ballottaggio. Se abbia fatto bene o no forse solo la Pizia potrebbe dirlo…

Caldo torrido, Natura selvaggia

La colonna serpentina; sullo sfondo il tempio del dio. Foto Mauro Reali

Ma veniamo al 25 luglio 2025. Giornata caldissima che già faceva percepire l’idea di un’umanità che da sempre dipende dai fenomeni naturali, tanto che a causa della temperatura che si avvicinava ai 40 gradi è stato interdetto l’accesso alla parte superiore dell’area sacra, dove si trova – al termine di una faticosa (e rischiosa, con quel caldo) salita – lo stadio.

Peccato, così come è stato un peccato non poter visitare la zona del santuario di Atena Pronaia, un poco discosta da quella dedicata ad Apollo: in questo caso i rischi derivavano da alcune frane che si erano da poco staccate dal pendio dell’altura sovrastante. Anche per tale motivo, come già per il clima, Giacomo Leopardi avrebbe parlato di Natura matrigna; io preferirei parlare di un contesto selvaggio, solo in parte domato dall’uomo poiché abitato dal dio.

La valle sottostante al santuario. Foto Mauro Reali

Ma d’altra parte non si può negare che lo spettacolo che la Natura stessa offre ai visitatori di oggi (così come ai pellegrini di ieri) sia maestoso, con i principali monumenti (il tempio di Apollo, il teatro, e poi lo stadio) raggiungibili incamminandosi lungo la cosiddetta Via Sacra: man mano che si sale la vista sulla stretta valle sottostante si amplia fino a scorgere in lontananza «scaglie di mare» di montaliana memoria tra le piantagioni di olivi.

Lungo la Via Sacra verso il tempio di Apollo

La Sfinge dei Nassi, Delfi, Museo Archeologico. Foto Mauro Reali

Già, la Via Sacra, una sorta di museo a cielo aperto dove si ergevano i cosiddetti «tesori», tempietti offerti al dio dalle varie città greche: ancora in piedi quello degli Ateniesi, dorico, eretto con il bottino della battaglia di Maratona (490 a.C.), ma forse ancora più interessante – pur se oggi distrutto – quello dei Sifni, ultimato nel 525 a.C., la cui splendida decorazione scultorea è però visibile nel locale Museo, come la gigantesca Sfinge donata dai cittadini di Naxos nel 560 a.C.

Così, passo dopo passo, si arriva al sancta sanctorum, cioè al tempio di Apollo, le cui attuali vestigia risalgono a una costruzione del IV secolo a.C., ultima di una lunga serie di edifici distrutti da terremoti e incendi, e ciò non può certo meravigliarci:

L’onfalos delfico, copia di età romana; Delfi, Museo Archeologico. Foto Mauro Reali

infatti il sottosuolo delfico è vivace, attivo, e i suoi vapori gassosi invadevano perfino l’adyton – cioè la sala sotterranea dove avvenivano i vaticini – tanto che gli studiosi sospettano che le sacerdotesse ne fossero inebriate.

La cella ipogea conservava anche l’onfalos, cioè la pietra identificata come «ombelico del mondo», una cui copia di età romana si conserva al Museo: in origine fungeva da “sgabello” della profetessa, sostituito poi da un tripode bronzeo.

Sentirsi parte della Storia

Devo confessare che qualche brivido l’ho avuto, pensando che qui, sotto queste pietre, si sono decise in passato le sorti di persone e di intere comunità: è come se ci sentisse parte di una Storia (con la S maiuscola) plurisecolare e gloriosa. Così come l’ho avuto davanti alla vicina ricostruzione (l’originale è a Istanbul) della colonna serpentina in bronzo con l’iscrizione del nome delle 31 poleis che contribuirono alla vittoria di Platea contro i Persiani (478 a.C.).

Fusa con le armi strappate al nemico, era consacrata alla divinità più “occidentale” di tutte, quell’Apollo che incarnava i valori razionali e “civili” della Grecità opposti a quelli della – vera o piuttosto presunta – barbarie persiana.

A nessuno studente di Lettere classiche della mia generazione è stata risparmiata una sua accurata lettura e decifrazione, e forse in questo caso i brividi sono stati causati dal ricordo di una Storia un po’ diversa, e cioè l’esame di Storia Greca, sostenuto alla Statale di Milano con la bravissima quanto severa professoressa Ida Calabi Limentani!

Il teatro. Foto Mauro Reali

Più in alto, addossato alla montagna in posizione spettacolare, si vede il teatro – più volte rimaneggiato – che ospitava spettacoli in occasione dei Giochi Pitici; mentre l’ancora più elevato spazio dello stadio, interdetto però alla visita nel giorno della mia presenza in loco.

Uno straordinario Museo archeologico

Concilio divino, decorazione dal Tesoro dei Sifni, Delfi, Museo Archeologico. Foto Mauro Reali

Dopo questa incompleta descrizione del sito, eccone ancora una ancora meno dettagliata del Museo archeologico, che contiene oggetti dal valore storico, artistico, culturale a dir poco eccezionali. Di qualcuno già ho fatto cenno, come la decorazione del Tesoro del Sifni (e chi l’ha mai vista una descrizione più bella di un concilio divino o di una battaglia?), la Sfinge dei Nassi e la riproduzione di età romana dell’onfalos.

Mi limito ora a riflettere su due (in realtà tre…) oggetti, che – come diceva la vecchia guida del Touring – da soli «valgono il viaggio» in quanto tra i più noti capolavori dell’arte greca.

Cleobi, Bitone e le parole di Erodoto

Cleobi e Bitone, Delfi, Museo archeologico. Foto Mauro Reali

Anzitutto la potente coppia di kouroi arcaici (570-560 a.C.), alti oltre due metri, costituita dai fratelli Cleobi e Bitone, la cui vicenda è stata così raccontata da Erodoto:

Ora, dopo che Solone ebbe suscitato la curiosità di Creso raccontando i molti modi in cui Tello era stato fortunato, il re gli chiese chi avesse ritenuto secondo in fortuna dopo Tello, pensando che sicuramente almeno il secondo premio sarebbe stato suo. Solone rispose: «Cleobi e Bitone. Erano Argivi e, oltre a una ricchezza sufficiente, avevano una grande forza fisica, come dimostrerò. Entrambi erano vincitori di gare e su di loro si racconta questa storia. C’era una festa di Hera presso gli Argivi, e la loro madre doveva essere trascinata al tempio da un giogo di buoi. Ma i buoi non arrivarono in tempo dai campi; così i giovani, a causa di questo ritardo, si misero al giogo e tirarono il carro con la madre seduta sopra: per quarantacinque stadi lo trainarono fino a quando giunsero al santuario. Dopo quest’atto e dopo che tutta la gente riunita li ebbe visti, un’ottima fine li colse e il dio mostrò per mezzo di loro che era meglio per un uomo morire che vivere. Fattisi intorno, gli Argivi esaltavano la robustezza dei giovani, e le donne si complimentavano con la madre per la fortuna di avere tali figli. Felice per ciò che era stato fatto e detto, la madre, stando innanzi alla statua divina, pregò che ai suoi figli Cleobi e Bitone – che grandemente avevano onorato la dea – questa concedesse quella che per l’uomo è la sorte migliore. Dopo questa preghiera, il sacrificio e il banchetto, i giovani si addormentarono lì nel santuario e non si alzarono mai più: qui terminarono la loro vita. Allora gli Argivi fecero e eressero a Delfi delle loro immagini, per celebrare il valore dei giovani». (Le storie, 1, 31, trad. M. Reali).

Si tratta dunque di due figure umane quasi deificate, la cui morte per una “giusta” fatica è stata il mezzo per guadagnare una fama eterna.

L’auriga: un’armonia senza tempo

L’auriga, particolare; Delfi, Museo Archeologico. Foto Mauro Reali

In tutt’altro modo cercò invece la gloria Polizalo, tiranno di Gela, che nel 478 o 474 a.C. vinse i giochi Pitici al comando della sua quadriga di cavalli. Come atto rituale di ringraziamento al dio (ma soprattutto di auto-promozione) donò al santuario delfico un gruppo bronzeo che lo rappresentava in gara: è infatti lui il cosiddetto «auriga di Delfi», la cui figura stante si è conservata quasi per intero. Non è un caso che il Museo ce lo mostri nell’ultima sua sala: la sua visione è una specie di conquista per ogni visitatore.

Un secolo ci separa dai due kouroi in pietra, ma l’impressione è che sia invece passato molto di più. Anche i muscolosi Cleobi e Bitone erano stati «vincitori di gare», ma qui il nobile Polizalo si fa ritrarre in tutta la sua aristocratica eleganza, vestito con un chitone cerimoniale, con i capelli mossi tenuti a bada da un diadema, e gli occhi in pasta vitrea che scrutano l’orizzonte.

Dall’espressionismo arcaico ci stiamo avvicinando così a quel classicismo nel quale prevale non più la potenza ma l’armonia: quella tra dinamismo ed equilibrio, tra materialità e spiritualità, tra contingenza ed eternità. Sì, proprio quelle «nobile semplicità e quieta grandezza» della quali parlava Winckelmann e che si respira ancora oggi contemplando questo raro originale bronzeo, opera forse della bottega del grande Pitagora di Reggio.

Tra kouroi e auriga ci mettiamo lo sviluppo di legislazioni civiche, l’ampliamento della colonizzazione, la duplice vittoria contro il Gran Re, l’affermazione della grande poesia lirica e delle prime significative speculazioni filosofiche.

Non è solo, dunque, una questione di evoluzione stilistica; è la ricerca di una identità attraverso un complesso percorso politico-culturale, nel quale la bellezza sta diventando più importante della forza e una vittoria atletica garantisce ormai la stessa visibilità di una morte esemplare, in battaglia o meno.

Delfi oltre la Grecità

Todo cambia, diceva una nota canzone, e la riflessione sulle nostre statue parrebbe confermarlo; quello che però accumuna questi capolavori è la loro consacrazione ad Apollo e il loro posizionamento nel santuario, a dimostrazione della continuità devozionale presente a Delfi. Una continuità che non risparmiò i conquistatori romani, se è vero che Lucio Emilio Paolo, vincitore della Terza guerra macedonica, offrì una base con il fregio della battaglia di Pidna (168 d.C.); che l’imperatore Adriano vi fece collocare una statua del suo amato Antinoo morto nel 130 d.C.; e che nel II secolo d.C. il biografo greco – ma cittadino romano – Plutarco si vantava ancora di essere sacerdote di Apollo delfico.

Statua marmorea di Antinoo, particolare; Delfi, Museo Archeologico. Foto Mauro Reali

I devoti di oggi sono il mezzo milione di visitatori all’anno che per la maggior parte giunge qui – come chi scrive – con dei moderni autobus partiti da Atene. Potrei concludere allora confrontando il fantozziano viaggio di 45 anni fa con quello più confortevole dei giorni scorsi, oppure riflettendo sulla mia attuale maggiore consapevolezza sulla cultura classica, ma preferisco evitare gli amarcord tipici di chi ha una certa età. Mi piace invece farlo in modo più ironico, fantasticando sul fatto che forse avrei potuto interrogare la Pizia…

Ovviamente le guerre, le carestie etc. sono cose troppo importanti perché ci si possa scherzare sopra: così mi sarei buttato sul calcio, chiedendo un responso sull’esito del prossimo Campionato di Serie A. La sacerdotessa avrebbe magari – con la consueta ambiguità – profetizzato la vittoria «di una delle due squadre di Milano», ma a quel punto da tifoso nerazzurro avrei senza dubbio gioito. Infatti – come diceva il compianto Avvocato Peppino Prisco, storico vice-presidente dell’Inter – le due squadre di Milano sono «l’Inter e la Primavera dell’Inter», non degnando il Milan eterno rivale di alcuna considerazione. Spero, con questa chiusa assai poco professionale, di non avere offeso il divino Apollo e soprattutto di non avere involontariamente “gufato” contro: infatti il Campionato 1980-81, successivo alla mia prima visita a Delfi, lo vinse la Juventus!

Per concludere, il freddo espresso che ho bevuto – oltre a qualche litro d’acqua… – in un simpatico e ombreggiato locale non lontano dagli scavi è servito non solo per rinfrescare il corpo la mente, ma anche per immaginare una risposta che la Pizia avrebbe potuto darmi sull’esito del prossimo campionato di calcio.

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Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

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