Ancora sul progetto “Benessere digitale”: intervista a Marco Gui

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Intervistiamo Marco Gui, docente di Sociologia dei media all’Università di Milano-Bicocca, dove dirige il centro di ricerca “Benessere Digitale”. Gui è autore di molte pubblicazioni internazionali sull’uso dei media digitali e sui relativi problemi sociali, con un focus sull’uso delle tecnologie nella scuola. Ha pubblicato recentemente il volume “Il digitale a scuola. Rivoluzione o abbaglio?”, il Mulino, Bologna 2019, dove confronta le retoriche tecno-ottimiste con i risultati delle politiche pubbliche in tema di digitalizzazione dell’istruzione.

D: Professor Gui, questa intervista viene pubblicata dopo che la collega Elena Rausa, su queste colonne, ha parlato del progetto “Benessere digitale per le scuole”, di cui lei è coordinatore, dalla prospettiva di un insegnante liceale. Mi pare che ne abbia illustrato a sufficienza la struttura e lo spirito. Io le vorrei ora, però, porre qualche domanda in relazione ai risultati di questa ricerca, che ha coinvolto – lo ricordo ai lettori de «La ricerca» – ragazzi delle seconde classi del biennio superiore di 18 scuole di diversi ordini.
Comincerei con la più ovvia: nel corso del vostro progetto, quali le più vistose forme di “sofferenza” digitale manifestate dai nostri adolescenti? E quali, invece, i comportamenti più “virtuosi” che sono emersi?

R: Analizzando i dati dei due questionari che hanno preceduto e seguito l’intervento di formazione degli insegnanti, abbiamo trovato segnali di diverse “sofferenze digitali” – come le chiama lei efficacemente –, tra cui quelle classiche del cyberbullismo, della mancanza di competenze di valutazione delle informazioni o di produzione consapevole dei contenuti. Più ancora di queste, in termini quantitativi, sono emerse però dei problemi di più recente interesse, che hanno a che fare con la gestione della “sovrabbondanza comunicativa”. Un uso eccessivo e non finalizzato degli schermi può infatti diventare un ostacolo, anziché essere un’opportunità.
Gli studenti hanno mostrato oggettivamente di fare un uso molto pervasivo dei dispositivi, soprattutto dello smartphone, ma anche di essere coscienti in prima persona degli aspetti negativi che questo comporta per la loro vita scolastica e personale. Le ragazze si sono rivelate più sofferenti dei ragazzi da questo punto di vista. In generale, poi, preoccupa il fatto che tutti questi problemi colpiscono persone già in svantaggio sociale economico e culturale, acuendo così difficoltà preesistenti. In un certo senso, le preoccupazioni per il cosiddetto “digital divide” degli anni Novanta si sono capovolte in quelle relative a un eccesso nell’uso della rete.
Tuttavia, laddove gli insegnanti si sono messi in gioco all’interno del percorso di formazione, costruendo in classe una discussione critica sul mondo digitale, gli studenti si sono mostrati in generale molto aperti al confronto e alla individuazione di soluzioni. E questo è successo – paradossalmente – soprattutto nei casi in cui il docente ne sapeva meno e probabilmente si poneva quindi con un atteggiamento di confronto e apprendimento in prima persona.
Le ragazze, che come detto partivano svantaggiate su molti indicatori di sofferenza digitale, sono quelle che hanno guadagnato di più dal percorso, manifestando chiaramente una voglia di ricevere stimoli su questi temi.

D: L’impressione è che il mondo degli adolescenti sia racchiuso nel loro smartphone. In realtà anche per noi adulti lì dentro c’è molto, a cominciare dalle credenziali per accedere alla banca o ai documenti del nostro lavoro: dunque siamo forse un “cattivo esempio”. So che su questo aspetto avete in corso ricerche specifiche: mi sa dire qualcosa? Cos’è davvero il telefono per un ragazzo di 15 anni?

Dai dati della ricerca abbiamo tratto diversi lavori, tra cui un report sul ruolo dello smartphone nella vita dei sedicenni. In particolare abbiamo mostrato quanto incide l’età di arrivo di questo strumento nella disponibilità dei ragazzi sulla loro vita dopo qualche anno, quando ne hanno sedici. I risultati mostrano che un arrivo molto precoce è associato a una serie di conseguenze negative a livello di risultati scolastici, competenza digitale, e anche benessere soggettivo. Questi risultati, anche in alcuni casi controintuitivi, possono essere spiegati secondo noi con il ruolo monopolizzatore che ha lo smartphone anche all’interno della stessa vita digitale.
Con lo smartphone si tendono a fare poche attività ma in maniera pervasiva durante la giornata. Il lockdown, da questo punto di vista, ha rappresentato per molti una svolta, perché ha tolto un po’ di monopolio allo smartphone e ha ridato forza alle attività più complesse svolte con il computer e con i tablet. Confermo però che, in vista del raggiungimento di un equilibrio più consapevole nell’uso di questo strumento, le prime abitudini da cambiare sono quelle degli adulti.
Ecco perché il progetto “Benessere Digitiale – scuole” comprende delle attività di pianificazione dell’uso degli schermi che coinvolgono tutta la famiglia.

D: A quali “miglioramenti misurabili” (mi scuso della semplificazione) dovrebbe portare in tempi brevi la consapevolezza acquisita durante il progetto?

R: In realtà, parlare di miglioramenti misurabili in questo caso non è una semplificazione, ma è proprio ciò a cui mirava il progetto. Il percorso formativo, infatti, è stato testato con un esperimento controllato: alcune classi seconde sono state casualmente selezionate per ricevere la formazione dei docenti mentre altre sono state utilizzate come classi di controllo (salvo poter accedere alla formazione in un secondo momento). Questo ha permesso di misurare l’effetto della formazione in termini empirici.
I miglioramenti emersi sono stati diversi. Innanzitutto, alcuni indici di dipendenza dallo smartphone e di pervasività dello strumento nella vita quotidiana, presi dalla letteratura internazionale, hanno mostrato una sensibile riduzione per le classi trattate.
Inoltre, nelle classi trattate è aumentata significativamente la competenza digitale delle ragazze, che come dicevo prima sono state le più ricettive.
Il terzo risultato di rilievo è il miglioramento di alcuni indicatori relativi al benessere soggettivo, migliorato nei soggetti trattati soprattutto per quanto riguarda i rapporti con i genitori (in relazione probabilmente a una attività di pianificazione del tempo online in famiglia) e la soddisfazione per il proprio corpo (su cui si è molto riflettuto nel modulo 2, relativo alla nostra immagine sul web).
Quest’ultimo risultato ha per noi chiuso il cerchio della ricerca, mostrando come un percorso strutturato di educazione all’uso dei media nell’era degli strumenti mobili ci può davvero far stare meglio.

D: Quali sono, allo stato attuale, gli sviluppi futuri delle vostre iniziative?

R: Dopo il termine di questa prima sperimentazione, il Ministero ha finanziato una fase 2 del progetto. Questa mira da un lato a consolidare la formazione dei docenti del secondo grado, ma dall’altra a verticalizzare il progetto, offrendo formazione anche ai docenti del primo ciclo.
Accanto a questo, il nuovo progetto prevede un percorso di formazione delle famiglie alla genitorialità digitale, che secondo noi deve fare da complemento all’educazione ai media svolta a scuola. La chiusura delle scuole ha ampiamente mostrato gli ampi bisogni formativi dei genitori in questo senso. Sul nostro sito, alla sezione “materiali”, si possono trovare delle “pillole” di genitorialità digitale che stiamo facendo girare in alcune scuole pilota, attraverso i rappresentanti di classe.
Stiamo inoltre costruendo una piattaforma per erogare tutti questi diversi tipi di formazione in maniera strutturata, compreso il nostro test di competenza digitale che può essere usato dai docenti per verificare il livello degli studenti.
Tutto il lavoro svolto fin qui è poi confluito in un volume che può servire come accompagnamento per i docenti che volessero affrontare tematiche di educazione civica digitale nelle loro classi.

D: Domanda, forse, spinosa. Come vi sono parse – in linea generale – le competenze digitali dei docenti che avete incontrato? Forse questa domanda richiederebbe una distinzione tra la situazione preCovid-19 (durante la quale il progetto è maturato) e quella che ha invece visto tutti noi impegnati nella cosiddetta “didattica a distanza”, sottoponendoci a forme di alfabetizzazione informatica forzata…

R: Dal punto di vista tecnico, in generale i docenti che abbiamo incontrato non erano particolarmente preparati, anche se si notava una nicchia di persone molto competenti. Tuttavia, il progetto mirava a valorizzare soprattutto coloro che non erano particolarmente familiari con le tecnologie ma nello stesso tempo erano aperti a una discussione critica su di esse. Per questo pensiamo che l’educazione ai media, più della didattica con la tecnologia, possa coinvolgere anche insegnanti che non usano correntemente le tecnologie e le applicazioni più recenti.
Il nostro progetto, a mio parere, ha messo in luce molto bene che esiste una complementarietà necessaria tra le competenze dei più giovani e degli adulti: mentre i primi sono più familiari con le novità e sono fisiologicamente pronti ad apprendere in maniera più veloce, gli adulti sono fondamentali anche quando non sono degli “smanettoni”. Essi infatti spingono a porre domande analitiche (ad es. “qual è la fonte?”, “chi ci guadagna?”, “quali interessi muovono chi ha creato questo contenuti?”). Provare a rispondere insieme, insegnanti e studenti, può davvero contribuire a formare cittadini digitalmente consapevoli. Occorre, però, che gli adulti si mettano in gioco e si formino adeguatamente.

D: Ho citato la didattica a distanza, della quale (purtroppo? Per fortuna?) credo sentiremo ancora parlare. Al di là della bibliografia, dei corsi di aggiornamento ecc., le posso chiedere di dare a noi docenti un consiglio operativo – magari sotto forma di “slogan” – qualora la dovessimo applicare di nuovo?

R: Il nostro progetto ha messo in luce come esigenza emergente la cosiddetta “difesa dell’attenzione”. La rete è piena di stimoli e questi in alcuni casi possono essere eccessivi, fuorvianti, distraenti. Io credo che l’esigenza di pianificazione anticipata delle attività, che è sempre stata importante, sia diventata vitale nel mondo digitale.
Dovendo nuovamente applicare la didattica a distanza, mi sento di dire che sarebbe opportuno aprire un dibattito serio con i propri studenti su come organizzare il lavoro, le sessioni di attenzione piena (per esempio la lettura), quelle di attenzione aperta (come ad esempio la ricerca sul web) e i momenti invece di rilassamento e svago. Non occorre legarsi alla sedia, come Vittorio Alfieri, ma piuttosto abituarsi all’idea che non si può essere produttivi e realizzare i propri progetti in un ambiente così dispersivo e iperstimolante senza una pianificazione strategica dei tempi e dell’attenzione. Con un’attenzione particolare al movimento fisico, che è una precondizione del “benessere digitale”.

D: Se posso, un’ultima domanda nella quale denuncio il mio palese “conflitto di interessi” (per modo di dire). Come le sono parsi i ragazzi del Liceo “Antonio Banfi” di Vimercate [Scuola Amica de «La ricerca», N.d.A], nel quale insegno anch’io? Mi interessa il suo parere, perché io non riesco a farmene uno… Certamente più di una volta mi sono rivolto ai miei studenti per farmi spiegare l’uso dello smartphone, altre mi sono stupito per dei loro video quasi professionali, ma ho dovuto talora constatare che per qualcuno “salvare” un testo sul computer con un programma di videoscrittura è impresa titanica. Tutto normale?

R: Le confesso che abbiamo visto così tanti studenti e così tante classi, in così tante scuole, nel corso del progetto che non mi è facile focalizzare l’attenzione sugli studenti del Banfi. Tuttavia vorrei rassicurarla sulla normalità di quello che lei riferisce. Soprattutto la diffusione dello smartphone ha sviluppato alcuni tipi di competenze digitali lasciandone altri totalmente scoperti (in questo senso l’etichetta di “nativi digitali”, che è stata molto usata per descrivere le nuove generazioni digitalizzate, va sempre usata con discernimento). La scrittura di file in Word o OpenOffice, come anche la gestione di dati su fogli di calcolo, non rientrano tra le attività ludico-relazional-creative su cui i ragazzi hanno la tendenza a diventare esperti e in molti casi originali. Credo che il lockdown abbia però un po’ cambiato le cose – in meglio, probabilmente – da questo punto di vista.
In ogni caso, è normale che i più giovani si gettino a capofitto nelle esplorazioni digitali, anche sull’onda di un entusiasmo poco analitico. Il compito di noi adulti è di affiancare a questa loro naturale forza innovatrice uno sguardo un po’ più consapevole e contestualizzato. Così facendo avremo declinato nell’oggi il compito più alto che la scuola ha sempre avuto: quello di insegnare a leggere criticamente la realtà che ci sta intorno.


P.S. Al termine di questa intervista vorrei ringraziare di cuore il prof. Gui per la sua disponibilità, nonché per la chiarezza con la quale ha risposto alle domande proposte. Un grazie va anche alla collega Elena Rausa, che con il suo articolo ha dato il via a questa stimolante riflessione. Inoltre, vorrei ricordare che nella scuola dove insegno – il “Banfi” di Vimercate, appunto – il progetto è stato reso possibile grazie alla disponibilità di molti docenti, in primis del prof. Fabio Marca, animatore digitale dell’Istituto, e alla lungimiranza del suo dirigente scolastico, prof. Giancarlo Sala.

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Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

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