A ciascuno il suo compito

Davvero i compiti a casa sono inutili, stressanti, perfino dannosi: il male assoluto? Avete già firmato la petizone Basta compiti? Ecco qualche buon motivo per pensarci ancora un po’ su.

Niente è capace di infliggere il colpo di grazia all’estate quanto la riapertura della scuola. Il ritorno tra i banchi è un piccolo evento che cambia la vita quotidiana di tutti, adulti e ragazzi. Vaghi propositi di fare meglio dell’anno scorso hanno abitato in questi giorni le menti degli studenti e le nostre, finché con l’arrivo di ottobre la scuola non è tornata a essere un’abitudine.

Una striscia di Calvin & Hobbes © Bill Watterson

Sarà un anno nuovo, questo, con una riforma in via di applicazione e tanti interrogativi sulle ricadute che avrà. Di vecchio resteranno le polemiche che ciclicamente si abbattono sul mondo della scuola, offrendo in alcuni casi spunti di discussione interessanti per un sistema che va indubbiamente ripensato, in altri contribuendo a demolirne anche gli aspetti più validi e funzionanti.
Tra le più discusse – ne avrete sentito parlare – c’è quella nata intorno ai compiti a casa. A favore dell’abolizione totale circola in rete una petizione promossa da Basta compiti, un’associazione di genitori, psicologi, insegnanti e qualche dirigente scolastico (come Maurizio Parodi, che ha scritto un saggio in merito ed è alla guida dell’operazione).
Inutili, stressanti, perfino dannosi, i compiti a casa, male assoluto, rappresenterebbero la prova lampante che la nostra scuola è incapace di andare incontro ai bisogni dei ragazzi. Tra le altre cose, nel manifesto anti-compiti si dichiara che questi “ledono il diritto allo svago e al riposo”, che “costringono i genitori a sostituirsi ai docenti”, e che effettuano una discriminazione tra gli alunni seguiti da genitori premurosi e quelli appartenenti ad ambienti deprivati.
Insomma, non mi meraviglierei se aveste già firmato la petizione (che circola on line e su una pagina Facebook); quello che mi permetto di fare è darvi qualche buon motivo per pensarci su.

Una striscia di Calvin & Hobbes © Bill Watterson

Sono un’insegnante di ruolo, abilitata per il Latino e Greco, e insegno Italiano, Storia e Geografia in una scuola media. Come tanti colleghi, assegno i compiti a casa. Mi rendo conto che questo richiede ai miei alunni impegno e tempo, perciò mi regolo di conseguenza, tenendo bene a mente che il numero degli esercizi da fare e delle pagine da studiare dev’essere ragionevole, adeguato, e soprattutto utile: un completamento necessario della lezione, non l’espletamento di una routine scolastica.
Se assegno i compiti, quindi, non è per un istinto sadico, ma per un motivo didattico: lavorare a casa significa riprendere i concetti spiegati, ed è l’unico modo per sviluppare un metodo di studio personale e autonomo.
In classe si possono tenere lezioni chiare, efficaci, inclusive, organizzare lavori di gruppo sfruttando il cooperative learning, la peer education e tutte le altre metodologie che la nuova didattica esige. In classe, bisogna destinare le (poche) ore di lezione a tutti gli alunni, che sono tanti e diversi tra loro per interessi, potenzialità e livello di concentrazione.
A casa, invece, vostro figlio ha la possibilità di confrontarsi da solo con quello che sta imparando, e di mettersi alla prova in modo personale.
Da solo, altra nota dolente. Molti genitori detestano i compiti perché si sentono costretti a stare accanto al figlio e, troppe volte, a svolgerli in prima persona. È sbagliato. 
Dalle scuole medie in poi il compito è un impegno reciproco del professore e dell’alunno. Se viene svolto con difficoltà, il docente ha bisogno di saperlo per tarare meglio la spiegazione o l’assegno. Quante volte, però, l’esercizio o il tema sono alla portata dei nostri ragazzi e il problema è soltanto la mancanza di volontà, cosa che vi costringe a improvvisarvi carcerieri perché siano svolti almeno in parte?
Mi rendo conto di quanto possa essere sgradevole la dinamica che si innesca in questi casi, ma credo anche che strutturare il tempo libero dei ragazzi in modo che rispettino un impegno prima di dedicarsi ai loro svaghi sia possibile e, in fin dei conti, educativo.

Una striscia di Calvin & Hobbes © Bill Watterson

In definitiva: se sono adeguati, se mirano a una rielaborazione personale di quanto appreso e se esercitano la memoria, la riflessione e tutte le capacità che cerchiamo di sviluppare nei vostri ragazzi, i compiti non sono un problema, bensì un esercizio costante di conoscenza di sé, delle proprie potenzialità, di attitudini da scoprire.
Certo, capita che siano noiosi. Ripetitivi. Che si traducano in un’occasione persa di stimolare le menti dei vostri figli. Allora diventano un esercizio vuoto, e come tali andrebbero di sicuro ripensati. 
Del resto siamo a scuola, e anche noi insegnanti abbiamo dei compiti da impostare, da correggere e da assegnarci: ad esempio, possiamo benissimo imparare a spiegare ai nostri alunni per quale motivo chiediamo di svolgere quell’esercizio o di imparare quella data. Detto questo, se i nostri compiti sono necessari, adeguati, stimolanti, allora possiamo assumerci la responsabilità di tenere i ragazzi alla scrivania per qualche ora.
Non è impossibile capire se siamo sulla strada giusta: basterà chiederci se stiamo rubando loro del tempo o stiamo facendo in modo che lo usino per leggere, scrivere e pensare.

Un’ultima cosa mi sta a cuore della questione: i compiti potrebbero davvero essere un fattore discriminante tra chi è seguito a casa e chi non ha questa fortuna. Sono convinta, però, che, se questi sono assegnati con criterio, il discorso vada rovesciato completamente.
Penso ai miei alunni: se non avessero compiti, molti tra i più fortunati avrebbero il tempo di fare le cose che amano di più (andare a danza, a calcio, allo zoo, alle mostre). Gli altri – quelli che hanno i genitori al lavoro tutto il giorno – starebbero l’intero pomeriggio per strada, o davanti alla playstation.
Quando finiscono i compiti, questi miei alunni, a seconda della famiglia, fanno una cosa o l’altra, ma almeno finché sono stati alla scrivania a leggere o scrivere hanno esercitato il diritto a conoscere le stesse cose e a sviluppare le stesse facoltà. Sono stati uguali. 
E quando tornano in classe non c’è una scala di voti che possa valutare sia il compito svolto stupendamente con l’iPad di papà sia quello fatto con i disegni a mano. C’è solo, da parte mia e dei compagni, il riconoscimento di un impegno preso e mantenuto, coltivando giorno per giorno un’abitudine che, si spera, eserciteranno anche da adulti.

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