Tutti parlano di Ulisse

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Il recente film “Odissea” di Christopher Nolan sta avendo un grande successo di pubblico e ha suscitato un vivace dibattito critico. Ne parla qui Mauro Reali, che lo ha visto per noi con l’occhio del classicista, ma soprattutto dello spettatore senza pregiudizi.
Odissea, regia di Christopher Nolan, Stati Uniti-Regno Unito, 2026. © Universal Pictures.
La locandina di Odissea, regia di Christopher Nolan, Stati Uniti-Regno Unito, 2026. © Universal Pictures.

Difficilmente mi è capitato di leggere o ascoltare così tanti pareri su un film appena uscito come quelli che leggo o ascolto in questi giorni sull’Odissea di Christopher Nolan (2026). E non parlo solo di recensioni di più o meno addetti ai lavori o interviste a classicisti di vaglia o a sedicenti tali (qualche strafalcione l’ho sentito proprio stamattina in radio…), ma anche – e soprattutto – di post sui social (finanche di politici di primissimo piano): quasi quasi mi sentivo in colpa perché, in sala già da ben tre giorni, non l’avevo ancora visto, complice qualche giorno di vacanza marina in lidi liguri assai meno perigliosi di quelli percorsi da Ulisse.

Un vivace dibattito critico

Sono dunque andato al cinema (oggi, domenica 19 luglio: e sottolineo di averlo fatto di pomeriggio, come i ragazzini, per non perdermi la finale dei Mondiali di calcio!) con in testa una marmellata di pareri contrastanti, come sono – solo per fare qualche esempio – quello entusiasta tout court del critico Paolo Mereghetti sul «Corriere della sera», o quello un po’ ambiguo dello scrittore Francesco Piccolo su «Repubblica», che costruisce il suo articolo sul dubbio se il film sia ben riuscito oppure sia (parole sue) una «cazzata». È come – questa è la mia impressione – se Piccolo si vergognasse un po’ nel dire (cosa che alla fine fa) che il film gli era piaciuto…

Ho poi letto da qualche parte che l’opera è una «americanata» (termine evergreen per tutti i film d’azione) e da alcuni noti giornalisti su X o Facebook il parere che si dovessero leggere soprattutto le recensioni dei giornali esteri, che sbugiardavano – quelle sì… – una pellicola bellicista e superficiale.

Ma se i miei «venticinque lettori» (forse a fine luglio solo ventitré o ventiquattro?) mi chiedessero un suggerimento di lettura del film equilibrato, documentato, autorevole e nel contempo leggero, non avrei dubbi: consiglierei (ad oggi, almeno) la chiacchierata fatta davanti a una pizza tra Nicola Gardini e Silvia Romani – due che di Omero se ne intendono davvero… – raccolta sulla Lettura da Cecilia Bressanelli.

Ma veniamo a noi. Che dire? A me il film è piaciuto – tre ore sono volate e mi sono pure emozionato e commosso – più avanti entrerò nel dettaglio. Non posso però, da pur modesto classicista quale sono, non iniziare la mia riflessione da alcune obiezioni che ho letto passim. Per provare a ridimensionarle – lo anticipo – non per assecondarle.

Trasformazioni, non tradimenti

La prima critica riguarda anacronismi, omissioni, modifiche rispetto al poema omerico, ed è stata formulata da qualche purista più realista del re. Direi che è un tema che non vale neppure la pena di approfondire troppo, perché l’Iliade e l’Odissea, come tutti sanno, sono l’esito della collazione di tradizioni orali diverse, sorte in epoche non omogenee, e che dunque – contenutisticamente – gli anacronismi sono già presenti nel testo poetico in numerosi aspetti della vita sociale o della cultura materiale, né manca qualche più o meno evidente contraddizione.

Perfino la lingua di Omero è un pastiche artificioso, esito prima di un’oralità diffusa nel composito spazio geo-linguistico ellenico e poi di redazioni scritte eseguite in tempi diversi: è un idioma che nessuno ha mai davvero parlato. Inoltre la figura di Ulisse ha avuto nei secoli così tante riletture (si pensi solo a quella dantesca) che è impossibile che queste non abbiano influenzato anche Nolan; e in effetti un’eco dantesca la troviamo qui in una forma che non anticipo ai lettori e alle lettrici che ancora non avessero visto il film, ammesso che ce ne siano ancora.

Nessun problema, dunque, il fatto che sia un’attrice nera (Lupita Nyong’o) a impersonare Elena e Clitemnestra; figuriamoci poi l’onnipresente Atena (dal look forse troppo monacale?) interpretata da Zendaya: quelli della mia generazione avevano già anni fa avvicinato con interesse le ipotesi contenute nel libro Atena nera di Martin Bernal (1987). Né ci deve stupire l’omissione di alcuni episodi, come quello della sosta nell’isola dei Feaci, laddove avviene il lunghissimo flashback omerico sulle disavventure del nóstos da Troia. Il nostro protagonista (un muscoloso e bravissimo Matt Damon) racconta infatti alla ninfa Calipso (una Charlize Theron in forma smagliante) quello che nell’originale aveva invece raccontato ad Alcinoo, Arete e Nausicaa.

Insomma, nel complesso – complici senz’altro anche illustri consulenze e una ricerca rigorosa – il regista si è a mio avviso mosso con un’adeguata coerenza di senso rispetto all’originale, al netto del fatto che poesia e cinema sono due cose diverse: mi pare infatti che il background omerico sia ben riconoscibile, nonostante alcune evidenti trasformazioni che però non chiamerei mai – come suggeriscono saggiamente anche Gardini e Romani – tradimenti.

Ulisse, Penelope, Telemaco e gli altri

Altra nota che ho letto è relativa allo scarso spessore psicologico dei personaggi. È in effetti vero che – soprattutto gli Atridi Agamennone (Benny Safdie) e Menelao (Jon Bernthal) – hanno una certa eccessiva rigidità (una sorta di Batman o Goldrake il primo, un po’ macchiettistico il secondo), come pure avviene per i proci, che però anche nel poema omerico incarnano il ruolo poco elegante di arroganti mangiatori a sbafo, che profittano della xenía (ospitalità) che – volenti o nolenti – la moglie e il figlio del re di Itaca assente devono loro garantire.

Mi pare però che il Matt Damon-Ulisse, la paziente (fino a un certo punto) Penelope (Anne Hathaway) e il giovane Telemaco (Tom Holland) svolgano appieno il loro ruolo e siano ben caratterizzati; e poi mi fa un po’ ridere qualcuno (non ricordo davvero chi e dove) che ha opposto alla basica semplicità di queste figure cinematografiche la complessità dei personaggi dei tragici greci.

Ma – santo cielo – un conto è l’epos omerico (e, ovviamente, il cinema che ne consegue) e un conto è la tragedia! C’è sia una differenza cronologica importante sia una differenza statutaria legata al genere letterario; sarà anche vero che Odisseo-Ulisse (polýmetis, polýtlas, polýtropos etc.) ha una composita versatilità che manca ad altri personaggi omerici, ma è pur sempre un re-guerriero di età micenea, oggetto di canti celebrativi. E questo aspetto – quello guerresco – lo riprenderò un poco più sotto, quando cercherò di definire meglio la psicologia e il bagaglio valoriale dell’eroe.

Sempre riguardo ai personaggi, se l’afasico Polifemo è reso come l’essere mostruoso che più mostruoso non si può, un pensiero a parte merita la figura di Circe (Samantha Morton); mi piace l’idea che Nolan l’abbia vista come una donna sola, fragile, non l’incantatrice affascinante della vulgata. Le magie che esercita – non solo verso i compagni di Ulisse – sono una forma di difesa femminile nei confronti di uomini che hanno in sé una bestialità che anticipa quella causata dalle ben note metamorfosi.

La riflessione sulla guerra

L’ultima “accusa” (metaforicamente parlando…) che vorrei rintuzzare è quella relativa al bellicismo del film di Nolan. Credo che chi l’ha formulata non abbia forse riletto di recente i testi omerici; a meno che l’accusa non sia rivolta anche all’originale!

Ripeto. Ulisse è un re-soldato, esponente di un’epoca nella quale la guerra era la massima manifestazione della propria virtù, prima ancora che un dovere verso un capo o verso la patria (concetto successivo). Inoltre – come scriveva Alessandro Manzoni con un suo celebre anacoluto – «Non sapete che i soldati è il loro mestiere di prender le fortezze?». E Ulisse espugnò con l’inganno del cavallo la più celebre delle fortezze antiche, la rocca di Troia «dalle belle mura». Sarebbe dunque impossibile una rilettura irenica della sua storia, ma di bellicismo non parlerei proprio.

Certamente il film ha scene belliche, anche cruente e ripetute, e verso la fine non manca la tradizionale mattanza dei proci, forse un po’ troppo enfatica e “acrobatica”. Compare però nelle parole dell’Ulisse-mendicante tornato a Itaca una riflessione amara sul senso (o meglio sul non-senso) della violenza del conflitto troiano, nel quale egli intravvede i germi della fine del mondo miceneo (e così sarà, cronologicamente).

Forse – sembra suggerire Ulisse – quei fantomatici Popoli del mare dei quali si teme l’assalto non esistono davvero, ma si identificano con gli stessi eroi della sua generazione che, in tanti anni di guerra scellerata, hanno consumato una civiltà di livello elevato, e hanno detto la parola fine agli scambi, culturali e pure commerciali, tra i popoli: mi è parso allora (ma con tutta evidenza è una mia fantasia) che il Nostro parlasse dei Dardanelli alludendo (anche) alle conseguenze dell’attuale chiusura dello stretto di Hormuz…

Il ritorno che l’eroe continua a rimandare

Ed è magari proprio per questo, cioè per non vedere la fine del “suo” mondo, che l’eroe ha ritardato il ritorno a casa, quel nόstos che in certi frangenti sembra non volere del tutto: meglio (almeno per qualche annetto) la comfort zone dell’isola di Calipso, una realtà senza tempo e senza spazio. In fondo a molti principi achei – il re dei re Agamennone in primis – il ritorno in patria non fu favorevole, quasi che gli dèi volessero punirli per i lutti che avevano arrecato; e di questi lutti, come gli ricordano le anime dei morti evocate, lui è tra i maggiori responsabili.

Un guerriero che mette in dubbio i propri valori

Insomma, l’Ulisse di Nolan non è (e non può esserlo) un clone dell’originale e multitasking eroe omerico, né la ripresa pedissequa del personaggio dantesco alla perenne ricerca di «virtute e canoscenza» e men che meno un dandy come quello di Guido Gozzano (L’ipotesi) o il superuomo che troviamo nelle Laudi di D’Annunzio. È, nel film Odissea, un guerriero che – pur rimanendo tale – rinuncia a parte del suo carisma e della sua proverbiale astuzia (l’epiteto salvifico di Nessuno qui non lo usa, con buona pace di quel geniaccio che fu Jean-Pierre Vernant…) e accetta di mettere in discussione quei valori che prima dell’impresa troiana gli parevano saldissimi; non dico sia un Amleto, ma non è neppure quel tontolone che qualcuno ha voluto vedere, forse condizionato da qualche altra interpretazione di Matt Damon.

Un colossal godibile e intelligente

Insomma, il film sarà pure un colossal da Oscar, sarà pure la versione moderna e migliorata dei peplum (o “sandaloni” che dir si voglia) del secondo Dopoguerra, ma è uno spettacolo da non perdere, anche per la splendida fotografia, a cominciare dalla suggestiva scena iniziale del cavallo di legno insabbiato sul litorale troiano, giustamente letta come omaggio al Pianeta delle scimmie, pellicola del 1968 nella quale la Statua della Libertà era raffigurata in condizioni analoghe.

E non chiediamoci – come ha fatto qualcuno – perché il cavallo sia insabbiato, e non lasciamoci troppo influenzare da chi (peraltro giustamente, oltre che ironicamente!) ne ha evocato la somiglianza con la colossale statua bronzea (Cavallo morente) di Francesco Messina collocata davanti alla sede romana della RAI in Viale Mazzini. Chi scrive ci ha visto invece echi metafisici, un’allusione ai numerosi Cavalli in riva al mare dipinti dall’amato Giorgio de Chirico, subito però “sporcati” prima dall’uccisione di Sinone e poi dalla bestiale condizione dei soldati accalcati al suo interno, ben evidenziata – in tempi recenti – anche dal monologo teatrale Nel ventre di Stefano Panzeri, cui ho avuto il piacere di assistere.

Il classico come cavallo di Troia

E poi, diciamolo francamente, se opere come queste sono il “cavallo di Troia” (scusate l’ovvietà) per parlare di classici e mondo antico, sono benvenute. Così come benvenuti sono i giovani che affollavano oggi, insieme con me la sala, una sala cinematografica che frequento spesso, ma che solitamente è popolata da miei brizzolati coetanei.

D’altronde, l’Odissea è o non è, come ha scritto Nicola Gardini, Il più bel romanzo del mondo (Garzanti, Milano, 2025)? E se questo di Nolan non è sicuramente Il più bel film del mondo, è comunque un bel film, lo ripeto: è un prodotto “intelligente”, di ottima qualità, che vale il prezzo del biglietto e ricambia ampiamente dei 172 minuti di permanenza seduti.

Si tratta di un film da godere senza pregiudizi e forse senza pensare troppo a quello che tutti quanti (me compreso) hanno scritto: e sono sicuro che così faranno i miei lettori i quali – data la lunghezza di questo articolo – saranno nel frattempo diventati al massimo ventidue!

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Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

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