
Una riflessione profonda sul “socialismo dal volto umano” che si sarebbe dovuto costruire in Bulgaria, sull’esilio, sul senso dei confini e, soprattutto, sull’identità individuale e collettiva messa alla prova della Storia. Tutto questo e molto altro ancora è Una strada senza nome – Infanzia e altre disavventure in Bulgaria, il libro della scrittrice Kapka Kassabova appena uscito per Crocetti Editore e tradotto da Anna Lovisolo.
Uno dei temi che emergono con più forza dalle sue pagine è quello della memoria: non solo quella personale o familiare ma la memoria di interi Paesi, di quell’Europa che per Kassabova stava
dietro alla Cortina di Ferro, nel grigio anonimato del Blocco Socialista,
spesso raccontata poco o male nel mondo occidentale. Il libro diventa così un modo per fare i conti con un passato pesante che continua a proiettare una lunga ombra anche decenni dopo la sua fine politica.
Anche perché in Occidente, come scrive l’autrice,
girano idee piuttosto vaghe su come fosse la vita collettiva al di là del Muro, e anche dopo la sua caduta, ma sono ben poche le storie personali sul tema. Eppure mezza Europa, per mezzo secolo, è vissuta “dall’altra parte”. E forse, in base a una mia grossolana stima, metà di quella metà ha tuttora l’impressione di vivere dalla parte opposta di una barriera invisibile. Il fantasma del Muro non se ne andrà finché non gli verrà fatto il funerale. Questo libro, tra le altre cose, rappresenta il mio esorcismo personale.
L’autrice

Kapka Kassabova è nata a Sofia nel 1973 e ha lasciato la Bulgaria poco dopo la fine del regime comunista, vivendo prima in Nuova Zelanda e poi in Scozia, dove risiede tuttora. Il suo esordio poetico All Roads Lead to the Sea (1997) ha vinto il premio neozelandese Montana Book Award, mentre il suo primo romanzo Reconnaissance (1999) ha ottenuto il Commonwealth Writers’ Prize for Best First Book, e a questi primi premi ne sono seguiti molti altri.
Nelle sue opere, tradotte in più di venti lingue, Kassabova ha saputo costruire un percorso originale tra memoir, narrativa e reportage. Inoltre, collabora regolarmente con giornali e riviste come «The Guardian» e «The Times Literary Supplement».
L’autrice bulgara esplora spesso le relazioni tra i luoghi e le persone, le periferie geopolitiche e le intersezioni culturali, con particolare attenzione ai Balcani. Negli ultimi anni Kassabova ha dato forma al cosiddetto “quartetto balcanico”, una serie di testi che esplorano le frontiere (geografiche, storiche e interiori) dell’Europa sud-orientale.
Il quartetto balcanico
Confine (2019) è il primo libro, ambientato tra Bulgaria, Grecia e Turchia: un territorio segnato dalla Guerra fredda, dai tentativi di fuga ai tempi della cortina di ferro e oggi dalle rotte migratorie. Il secondo capitolo è Il lago (2022), per cui invece l’autrice si sposta sulle sponde dei laghi di Ocrida e Prespa (tra Albania, Macedonia del Nord e Grecia) dove il filo conduttore è l’acqua: un paesaggio che unisce ma al tempo stesso riflette divisioni politiche, culturali e linguistiche, raccontate attraverso le storie di chi lì ci vive.
Segue Elisir (2023) ambientato sulle montagne bulgare, dove Kassabova esplora tradizioni legate alle erbe medicinali, alla guarigione e ai saperi antichi; forse il capitolo più intimo e spirituale del quartetto, in cui la relazione tra esseri umani e natura diventa centrale. A chiudere idealmente il ciclo è Anima (2024), un libro che amplia ulteriormente lo sguardo sul rapporto tra esseri umani e gli altri animali, interrogandosi su convivenza, violenza e possibilità di coesistenza.
Nel loro insieme, questi quattro libri compongono una mappa narrativa dei Balcani contemporanei: non una semplice sequenza di racconti di viaggi, ma un’indagine profonda su memoria, identità e appartenenza, in cui i confini non separano soltanto, ma raccontano storie che continuano a intrecciarsi.
Una strada senza nome

Ritroviamo gli stessi temi anche in Una strada senza nome (pubblicato per la prima volta in inglese nel 2008 e finora mai tradotto in italiano), che infatti è dedicato al rientro di Kapka Kassabova in patria, la Bulgaria ormai postcomunista. Anche questo è un libro che sfugge alle etichette: racconto autobiografico, reportage di viaggio, riflessione storica… In realtà è tutte queste cose insieme, ma soprattutto è la storia di un ritorno. Un ritorno che è personale e insieme collettivo in un Paese che l’autrice, insieme alla sua famiglia e a tante altre persone, ha lasciato dopo la caduta del Muro di Berlino e che prova a ritrovare, attraversandolo come se fosse allo stesso tempo una terra conosciuta e straniera.
Una strada senza nome inizia come la storia di un’infanzia nella Sofia comunista: un racconto ironico e lucido di un’educazione totalitaria a scuola e nella vita quotidiana, dell’oppressione interiorizzata, delle privazioni e imposizioni tipiche del socialismo reale vissute come normalità. Infatti il Muro, osserva Kassabova,
non era un luogo e neppure un simbolo, ma uno stato d’animo collettivo, e ciò che è collettivo spesso è anche rassicurante.
Una quindicina d’anni dopo la caduta di quel Muro l’autrice rientra per la prima volta in Bulgaria (dopo aver vissuto in Gran Bretagna, Nuova Zelanda, Francia e Germania): è ormai adulta e proprio da qui prende avvio la seconda parte del libro. Seguiamo così il suo resoconto di un viaggio esplorativo nel post-comunismo e nelle sue contraddizioni, una storia frammentaria ed episodica del proprio Paese che è allo stesso tempo la ricerca quasi impossibile delle proprie origini.
Il punto di partenza è dunque sicuramente autobiografico: l’infanzia che Kassabova trascorre in un quartiere socialista di Sofia fatto di condomini senza identità, dove persino immaginare una propria “strada” o una “casa” diventa un esercizio di finzione. L’autrice ricorda che abitava
all’interno di un condominio di cemento di otto piani, circondato da altri condomini di cemento del tutto simili, solidi e determinati come centrali nucleari in mezzo a campi di fango appena spianati. […] Vivevamo nel blocco numero 328, che occupava metà della nostra via. La strada forse aveva anche un nome, ma nessuno lo conosceva.
Eppure Una strada senza nome riesce a non essere soltanto un racconto personale. È anche un viaggio dentro la storia complessa dei Balcani, dove multiple identità si sovrappongono e si trasformano: comunità ebraiche scomparse, minoranze turche costrette a cambiare nome e a rinunciare alla propria lingua, città ricostruite più volte sopra le proprie macerie. Kassabova osserva tutto questo con uno sguardo che sa mescolare ironia, malinconia e una lucidità quasi antropologica. Con uno stile venato di lirismo e ricco di immagini, dettagli concreti e tanti incontri (con tassisti, persone anziane, migranti, amici perduti) che ci restituiscono una Bulgaria vibrante e contraddittoria. Anche le vivide descrizioni dei paesaggi, dalle misteriose montagne dei Rodopi alle città stratificate come Plovdiv, diventano metafore della storia stessa: luoghi in cui le epoche si accumulano una sull’altra senza mai scomparire davvero.
Il risultato è un libro che parla di geografia, di storie, ma soprattutto di identità: di che cosa significa appartenere a un luogo, lasciarlo e poi tornarci.
Da quando avevo lasciato la Bulgaria ero andata avanti e indietro per il mondo diverse volte, spinta da un’energia leggermente maniacale. Ero riuscita a convincermi di essermi lasciata alle spalle il mio paese per sempre. Avevo deciso di considerare l’emigrazione e il mio girovagare come una fuga, non una perdita. Non c’è un posto che possa chiamare casa? Nessun problema, il mondo è la mia casa. Di dove sei? mi chiedevano. Non ha importanza, rispondevo.
E invece ce l’ha.