
Occuparsi del futuro come oggetto di studio, o preoccuparsi del futuro per le sue implicazioni, non basta più. Si tratta piuttosto di cambiarlo, compito che richiede uno sforzo notevole, vale a dire quello di immaginare nuovi futuri preferibili che siano diversi da quelli promossi dall’ordine egemonico del presente. Il futuro diventa pertanto un campo di battaglia dove idee, immagini e visioni diverse sono destinate a contrapporsi e scontrarsi. Ai futures studies è richiesto un compito nuovo: quello di occupare il futuro.
Così scrive il giornalista e saggista Roberto Paura nel suo libro Occupare il futuro. Prevedere, anticipare e trasformare il mondo di domani1, dove racconta l’evoluzione degli studi di previsione e gli scenari indagati da chi studia la futurologia sui rischi globali. Una specie di manifesto che invita a recuperare la capacità di aspirare a un domani radicalmente diverso dal presente, mettendo i nuovi strumenti dell’anticipazione al servizio di modi nuovi di pensare i futuri possibili, in cui speranze, sogni e utopie dell’umanità possano tradursi in realtà.
Ma che cosa sono esattamente i futures studies, spesso chiamati anche futurologia? È davvero possibile che una scienza conosca gli eventi del futuro allo stesso modo in cui le discipline storiche provano a conoscere i fatti del passato? Questo sogno affascinante e spaventoso al tempo stesso non è certo nuovo, come dimostra anche la “psicostoria” immaginata dallo scrittore Isaac Asimov nei suoi romanzi di fantascienza2. Nella realtà però dobbiamo fare i conti non solo con i limiti della nostra capacità di previsione e con la complessità dei sistemi sociali, ma anche con la consapevolezza che il futuro non è un destino in attesa di realizzarsi.
Roberto Paura si occupa da anni di studi sul futuro e di immaginari della scienza e della tecnologia. Presidente e CEO della Fondazione IIF – Italian Institute for the Future e direttore della rivista semestrale Futuri, lavora all’incrocio tra ricerca, divulgazione e analisi dei grandi cambiamenti contemporanei. Con lui abbiamo parlato di futurologia, di come nascono gli scenari sul domani e di perché oggi (tra policrisi globali e innovazioni tecnologiche dirompenti) immaginare il futuro è diventato forse più difficile ma anche più necessario.
D: Come possiamo spiegare che cos’è la futurologia a una persona che non ne ha mai sentito parlare? È corretto chiamare così questa disciplina? E che cosa fa concretamente chi si occupa di studi sul futuro?
R: Anche se “futurologia” è un termine abbastanza popolare che spesso mi trovo a utilizzare per semplificare, in realtà c’è una distinzione fondamentale tra futurologia e studi sul futuro (o futures studies): la futurologia si basa sulla convinzione che una previsione scientifica del futuro sia possibile, e quindi coltiva una concezione deterministica del futuro, in cui l’evoluzione della società umana è soggetta a leggi universali come nei fenomeni fisici che arriveremo prima o poi a scoprire, magari grazie all’intelligenza artificiale; gli studi sul futuro si fondano invece sulla pluralità dei futuri (per questo l’originale anglosassone parla di futures al plurale) e ritengono che queste leggi non esistano, ma esistano tendenze più o meno grandi che possiamo studiare e attraverso le quali provare a congetturare i futuri possibili, secondo la lezione del filosofo, politico ed economista francese Bertrand de Jouvenel, autore di uno dei testi fondativi di questa disciplina L’arte della congettura3.
Ciò che interessa di più agli studi sul futuro è soprattutto la determinazione dei futuri preferibili e come riuscire a realizzarli, a livello di società, laddove la futurologia si limita a cercare il futuro più probabile, ritenendo che l’azione umana possa influire molto poco sulla sua effettiva realizzazione. Chi si occupa di studi sul futuro essenzialmente studia queste grandi tendenze (i cosiddetti megatrend) e prova a definire scenari diversi, distinguendo nettamente tra futuri preferibili e futuri indesiderabili.
D: Come si fa oggi a parlare di futuro e soprattutto a studiarlo? Tra la crisi climatica ormai innegabile, l’arrivo dirompente dell’intelligenza artificiale e le guerre che stanno sconvolgendo gli assetti geopolitici globali?
R: Verrebbe da dire che “era già tutto previsto”, nel senso che i pionieri dei futures studies già decenni fa ci avevamo messo in guardia: per esempio il libro Lo choc del futuro4 del sociologo statunitense Alvin Toffler, che già nel 1970 parlava dei divari crescenti nella società tra chi governa l’accelerazione sociale e chi la subisce. Oppure il Rapporto sui limiti dello sviluppo5, commissionato al Massachusetts Institute of Technology dall’associazione Club di Roma e pubblicato nel 1972, che prevedeva una fase di instabilità globale proprio negli anni in cui stiamo vivendo a causa dell’insostenibilità di processi di crescita esponenziale, a partire da quelli economici.
Tutto questo rende tanto più urgente l’alfabetizzazione ai futuri (o futures literacy), come è stata definita dall’UNESCO6, ossia la capacità umana di prevedere l’evoluzione dei megatrend, immaginare futuri anche molto diversi da quelli probabilistici, e definire le azioni necessarie per cambiare direzione. Di queste tre componenti, paradossalmente, la prima (quella predittiva) è la più semplice, perché disponiamo di buoni strumenti di previsione: mentre la nostra capacità immaginativa è ingabbiata in un “eterno presente” che ci suggerisce l’assenza di alternative, mentre la capacità strategica è limitata da una società fondata sul brevetermismo, sul qui-e-ora, che guarda solo ai risultati immediati.
D: Il futuro viene spesso raccontato in modo molto polarizzato, tra cupi scenari apocalittici e promesse tecnologiche salvifiche: questo tipo di narrazioni quanto influenzano il modo in cui immaginiamo il domani?
R: In modo determinante, perché quelle che si chiamano “iperstizioni”, ossia le immagini di futuro in grado di generare effetti sul presente, sono al centro di una vera e propria battaglia per l’egemonia del futuro. Le grandi utopie tecnologiche sono alimentate da chi oggi possiede il maggior potere globale, ossia i grandi player della tecnologia, che ci assicurano sulla possibilità di risolvere tutti i problemi di oggi e di domani attraverso l’innovazione tecnologica, in un quadro socio-economico immutato, dove le disuguaglianze crescenti sono considerate la norma.
Al contrario, gli scenari apocalittici sono la reazione della società alla cosiddetta “futuransia”, che deriva dalla consapevolezza di non possedere più il controllo delle scelte determinanti sul lungo termine: di fronte a ciò che avviene tutti i giorni, in cui pochissimi leader mondiali determinano le sorti del mondo, l’unica possibile reazione è l’istintuale convinzione che il baratro sia inevitabile.
A un certo punto questa contrapposizione dialettica esploderà, di fronte alla necessità di riconquistare parte del potere perduto in termini di scelta sul futuro.
D: Gli studi sul futuro usano strumenti come l’analisi delle tendenze (o trend) e la pianificazione di scenari strategici: possono essere utili anche al di fuori dagli ambiti specialistici, per esempio nella scuola oppure nel dibattito pubblico?
R: Sì, e infatti si prova a utilizzarli sempre di più anche in questi contesti. Qui ritorniamo all’alfabetizzazione ai futuri promossa dall’UNESCO dal 2014 come una delle competenze-chiave del XXI secolo: si può certamente partire dalle scuole e questo non significa inserire nuove discipline nei curricula – per carità! – ma rivedere tutte le discipline in ottica di ragionamento sul lungo termine e di multidisciplinarietà, due caratteristiche dell’analisi dei megatrend. Mentre nel dibattito pubblico significa avere governi in grado di anticipare le conseguenze delle grandi dinamiche sociali e coinvolgere tutta la cittadinanza nella definizione degli scenari desiderabili.
D: Facciamo un piccolo esperimento mentale: se proviamo a guardare ai prossimi dieci o vent’anni, qual è una trasformazione che potrebbe cambiare profondamente la nostra società ma che oggi tendiamo ancora a sottovalutare?
R: La fine del lavoro come lo intendiamo oggi, ossia il lavoro come occupazione necessaria a fornire un reddito alle singole persone. Un fenomeno sottovalutato, perché ogni volta che si parla di automazione tecnologica arriva sempre chi sostiene che se ne discuteva già dai tempi della prima rivoluzione industriale e non è cambiato praticamente nulla. È vero, ma che questa volta sia diverso lo dimostra il fatto che, contro ogni previsione, abbiamo oggi macchine in grado di sostituire in massa molti lavori del settore terziario avanzato, come quelli di tipo creativo. Se tutti i giganti tecnologici ci mettono in guardia dalle conseguenze sociali delle loro stesse invenzioni, sostenendo che da qui a poco tempo l’intelligenza artificiale sarà in grado di fare tutti i nostri lavori, ebbene dovremmo prestare più attenzione e chiederci come immaginare una società post-lavoro (e secondo alcuni anche post-scarsità, in cui ci sia ricchezza per tutti): non è per nulla facile né automatico, anzi sarà materia di fortissimi scontri sociali, ma anche una grande opportunità per cambiare davvero il mondo di domani.
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Oltre un secolo fa il poeta austriaco di origine boema Rainer Maria Rilke7 scriveva in una sua lettera del 1904 che «il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima che accada». E anche le parole di Roberto Paura sottolineano che è proprio questo il punto della futurologia, o meglio degli studi sul futuro: ricordarci che il domani non è qualcosa che semplicemente accade, ma qualcosa che costruiamo noi una scelta dopo l’altra, possibilmente tutti e tutte insieme. Le grandi trasformazioni del nostro tempo (dalla crisi climatica all’intelligenza artificiale, fino ai cambiamenti del lavoro) non sono scenari inevitabili ma processi aperti, sui quali le decisioni collettive possono ancora intervenire per cambiarne le traiettorie.
Imparare a leggere i megatrend, immaginare i diversi scenari possibili e discutere quali futuri siano desiderabili non significa quindi prevedere con esattezza tutto ciò che accadrà. Significa piuttosto allenare una competenza sempre più necessaria: quella di pensare il lungo periodo. In un’epoca che sembra dominata dall’urgenza del presente, l’alfabetizzazione ai futuri diventa anche un importante esercizio di responsabilità democratica. Perché il nostro futuro, come suggerisce chi si occupa di futures studies, non è uno soltanto. È fatto di tantissime possibilità spesso in competizione tra loro e di tutte quelle scelte che, nel presente, contribuiscono a determinarle.
Note
- Codice edizioni, 2022.
- Fondazione. Il ciclo completo di Isaac Asimov, traduzione di P. Anselmi e G. Montanari, Mondadori, Milano 2020.
- Traduzione di F. Viciani (Vallecchi, Firenze 1967).
- Traduzione di B. Oddera (Sperling & Kupfer, Milano 1988).
- Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows; Jørgen Randers; William W. Behrens III (ETS Mondadori, Milano 1972).
- Si veda https://www.unesco.org/en/futures-literacy.
- Lettere a un giovane poeta di R. M. Rilke, traduzione di
L. Traverso (Adelphi, 1980).