Il futuro è nella relazione

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Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro di Milano, riflette sul futuro come esperienza psicologica: l’angoscia delle nuove generazioni, il vuoto lasciato dagli adulti, una scuola pensata per chi ci lavora più che per chi la abita.
Immagine: ©iStock.

Il futuro, per molti adolescenti e giovani adulti, ha smesso di essere un orizzonte di promessa per trasformarsi in uno spazio carico di angoscia, incertezza e senso di blocco. Nelle narrazioni pubbliche questa condizione viene spesso ridotta a fragilità individuale, ipersensibilità o incapacità di reggere la complessità. Nei suoi libri L’età tradita e Chiamami adulto, Matteo Lancini ha invece mostrato come il disagio delle nuove generazioni sia il prodotto di un patto generazionale incrinato, in cui gli adulti faticano ad assumere una responsabilità simbolica e affettiva nei confronti di chi cresce.

In questo dialogo Matteo Lancini riflette sul modo in cui adolescenti e giovani adulti vivono il domani come minaccia anziché possibilità. Eco-ansia, ritiro sociale, denatalità, ansia da prestazione, scuola, educazione emotiva e responsabilità degli adulti sono alcuni dei temi affrontati. Il filo rosso è uno: senza adulti capaci di “stare”, più che di prescrivere, il futuro rischia di diventare un luogo invivibile.

D: Nei suoi libri lei distingue con precisione tra ansia da prestazione e qualcosa di più profondo. Come descriverebbe il rapporto delle nuove generazioni con il futuro oggi?

R: Le nuove generazioni non hanno avuto troppo. Hanno avuto adulti che dicevano di ascoltarle moltissimo, ma che in realtà non riconoscevano i loro bisogni o le emozioni negative, la paura, la tristezza, la rabbia. Questo ha prodotto un vuoto identitario che, nel momento in cui si arriva all’adolescenza o alla giovane età adulta, si trasforma in angoscia. Non l’ansia prestazionale del narcisismo, ma qualcosa di più radicale: un’angoscia da vuoto, che sorge proprio quando si guarda al futuro.

E qui si aggiunge un dato reale: non hai fiducia che l’altro ti capirà, pensi che i tuoi bisogni non siano riconosciuti, e quando guardi al tuo futuro semplicemente non lo vedi. Non nel senso che “magari non avrò lavoro”: è più radicale. Il lavoro stesso ha perso di significato e senso. E nel frattempo gli adulti non si preoccupano di costruire una società pensata per le generazioni che arrivano. Se sei un adolescente o un giovane adulto, ti trovi davanti al disboscamento del pianeta, a politiche pensionistiche che non ti riguardano, a un’assenza di prospettive che non è una percezione distorta: è reale.

Il risultato è un’angoscia profonda, che non si esprime – contrariamente a quello che molti credono – attraverso trasgressione o conflitto generazionale, ma attraverso il ritiro, il disinvestimento, il blocco. E in Italia questo è particolarmente marcato: siamo secondi in Europa per NEET, i giovani che non lavorano e non studiano. Ci supera solo la Romania. Chi sopravvive, per dirla così, se ne va all’estero.

D: Negli ultimi anni si parla sempre più di eco-ansia. Dal suo osservatorio clinico, quanto pesa la percezione di un pianeta compromesso sulla possibilità di immaginare un futuro personale?

R: I ragazzi nei colloqui clinici non mi parlano di eco-ansia. «Eco-ansia» è una di quelle definizioni che nascono sui social e che la stampa rilancia, in una società in cui sopravvivere significa andare dietro alle piattaforme. I ragazzi mi parlano di assenza di prospettive, di bisogni non riconosciuti, di una sensazione di non essere contenuti dagli adulti.

La questione ambientale c’entra, certo, ed è talmente evidente che chi vi accede anche solo razionalmente la mette al centro: “va bene che la scuola se ne freghi di cambiare e va bene che gli adulti facciano quello che vogliono, ma non lasciarci nemmeno in dote un pianeta su cui sopravvivere, è clamoroso”. Però io non la leggerei come una tematica autonoma, legata solo al deterioramento ambientale: è parte di una sintomatologia più ampia. È uno dei sintomi dell’adulto che non riconosce i bisogni delle nuove generazioni e non è minimamente interessato al loro futuro. Ahimè, nemmeno al loro presente.

D: La pressione alla prestazione convive oggi con fenomeni come il ritiro sociale, il disinvestimento, il cosiddetto quiet quitting. Siamo di fronte a una rinuncia al futuro o a una forma di difesa?

R: Il ritiro sociale – prevalentemente maschile – è un fenomeno di cui dovremmo occuparci ogni giorno, perché è l’equivalente dell’anoressia femminile: un sintomo di difesa, non una patologia. Una difesa da un dolore, da ideali elevati, da ideali di genere sempre più invasivi che richiedono di essere come gli adulti vogliono, negando qualsiasi bisogno e complessità.

Il grande cambiamento sul futuro è proprio questo. Per anni, il compito evolutivo del giovane adulto/a era la costruzione di un ruolo sociale. Non necessariamente lavorativo, ma un progetto proprio: un volontariato, un percorso universitario, un viaggio. Qualcosa che desse senso. Oggi quella soglia è spostata, e alla soglia dei trent’anni il lavoro non è più visto come realizzazione di sé. Non è tanto che «non ho voglia di faticare»: è che il lavoro è diventato un fardello, qualcosa che non ha a che fare con chi si è, che non è un organizzatore identitario.

E questo, più che narcisismo o pigrizia, è un’assenza reale di prospettive. Facendo clinica quotidianamente, in un centro con 150 colloqui al giorno tra adolescenti, genitori e giovani adulti, mi chiedo di continuo quale sarà il compito evolutivo che salverà le persone che si affacciano all’età adulta. Non è più la coppia. Non è più la procreazione. Non è più nemmeno il ruolo sociale. Stiamo ancora cercando una risposta.

D: C’è un netto cambiamento culturale nel modo in cui i giovani adulti e le giovani adulte costruiscono la propria identità e immaginano il futuro. L’idea stessa di coppia, di progetto condiviso, sembra essersi trasformata. Come lo legge?

R: Per anni abbiamo invaso la mente delle nuove generazioni con un’idea precisa: bisognava essere autonomi, indipendenti, e qualsiasi relazione rischiava di diventare tossica se non lasciava abbastanza spazio a sé. L’autonomia è diventata un’ideologia. Il risultato è che il progetto di costruire una coppia stabile, con un progetto condiviso, non è più il compito evolutivo che orienta la giovane età adulta. Non è che i giovani non desiderino l’altro: il desiderio c’è. Ma è tenuto a distanza, sospeso, come qualcosa che forse un giorno si potrà avere, senza che questo diventi un’urgenza organizzatrice.

Questo si intreccia con una trasformazione più radicale, che riguarda il rapporto tra sessualità e generatività. Per la prima volta nella storia dell’umanità, la sopravvivenza della specie non è necessariamente legata all’atto sessuale. La procreazione assistita, il social freezing: sono cambiamenti enormi, che ridisegnano il modo in cui si costruisce l’identità e il senso del futuro. Parliamo molto di Internet, ma forse sottovalutiamo cosa significa crescere in questo nuovo contesto.

D: La scuola dovrebbe essere uno dei luoghi in cui si impara a immaginare il futuro. Che cosa manca oggi?

R: La scuola italiana è il luogo migliore dove crescere, perché non ci sono alternative: un adolescente fuori dalla scuola è in famiglia, in una comunità educativa, in una struttura terapeutica o in un carcere minorile. Detto questo, il problema è uno solo: qualcuno è interessato a salvarla?

Lo sanno tutti da vent’anni. Lo sanno i sindacati, i politici di destra e di sinistra, i presidi quando parlano fuori dalle loro associazioni ufficiali. La scuola italiana non si può toccare, perché chiunque l’abbia toccata è morto politicamente. Il motivo è semplice: è la più grande industria d’Europa, con 1.200.000 dipendenti del ministero, di cui 800.000 insegnanti. È l’ammortizzatore sociale del Paese. E qualsiasi provvedimento per la scuola viene preso per tenere a bada l’opinione pubblica adulta, non per i ragazzi.

Sanno tutti cosa bisognerebbe fare: abolire le singole discipline, che sono state inventate per segmentare il sapere all’epoca della scolarizzazione di massa e non hanno più senso nell’era di Internet. Smettere di interrogare e cominciare a farsi fare le domande. Non dare voti numerici a chi si autovaluta già meno di quanto farebbe qualsiasi insegnante. Non bocciare. Costruire una scuola in cui il punto di partenza sia il “vuoto degli apprendimenti”, su cui si costruisce oggi il sapere, come sanno bene tutti i metodologi della didattica. Ma siccome se tocchi la scuola, i genitori non ti votano e crolla il sistema pensionistico, si continua a fare provvedimenti solo per gli adulti, dicendo che li si fa per i ragazzi.

D: Lei usa l’espressione “bullismo adulto”: adulti che scaricano sui giovani paure, frustrazioni, fallimenti. Come funziona questo meccanismo?

R: Il bullo attacca chi percepisce come più fragile, e lo fa sostenendo di agire per il suo bene: lo vede troppo fragile, quindi lo prevarica perché “se la deve cavare”. È grave che questo meccanismo lo metta in atto una persona adulta – su un figlio, su uno studente – dicendo che lo fa per il suo bene. Ed è quello che accade ogni giorno.

Viviamo in una società che ha perso molti riferimenti e in cui la radicalizzazione delle posizioni è ovunque. In questo quadro, le cause della sofferenza giovanile vengono attribuite sempre ad altro: ai social, al bullismo tra coetanei, alla musica trap. Mai alla scuola che non cambia. Mai ai modelli educativi degli adulti. Mai alle politiche. Le uniche due cause su cui l’adulto medio converge sono Internet e il bullismo tra ragazzi, ovvero le uniche due cose su cui tu adulto non c’entri niente. È una dissociazione perfetta.

Nel frattempo i ragazzi si suicidano, si ritirano, spariscono. E la società dice che il problema è che sono troppo violenti, che hanno avuto troppo, che i social gli fanno male. La vera questione è che si stanno prendendo cura di sé nell’unico modo che hanno a disposizione, in assenza di adulti capaci di contenere la loro angoscia.

D: Scuola e mondo adulto faticano ancora a investire seriamente su educazione emotiva, affettiva, digitale. Cosa manca?

R: Il problema è metodologico. L’educazione affettiva e sessuale (come l’educazione al digitale, che in realtà è la stessa cosa: educare alle emozioni nella società online) deve smettere di essere una lezione frontale tenuta da un esperto esterno che entra in aula e dice “guarda che devi provare queste emozioni, altrimenti sei sbagliato”. Quella non è educazione affettiva: è istigazione a non esprimere le proprie emozioni.

La prevenzione vera parte dalle rappresentazioni dei ragazzi, dai loro vissuti, anche da quelli più scomodi. Il rischio che un affetto o un comportamento diventi violenza si riduce attraverso la legittimazione delle emozioni, non attraverso l’imposizione di uno schema ideologico su cosa si dovrebbe sentire. Se in aula la scuola non consente di esprimere le emozioni nel quotidiano, non basterà un esperto una volta al mese a cambiare qualcosa.

Questi interventi devono diventare costitutivi dell’esperienza scolastica, non aggiuntivi. E devono partire da una premessa: non c’è distinzione tra vita online e offline. Internet non è un’aggiunta alla vita: è il luogo in cui si governano i popoli, si gestiscono i corpi, si fa tutto. Educare al digitale significa educare alla vita. Chi ancora li separa sta educando a qualcosa che non esiste.

D: Come si esce da questo quadro? C’è qualcosa che gli adulti possono fare?

R: Le uniche possibilità di far avvertire ai ragazzi che c’è un futuro è che ci siano adulti in grado di prendere il loro pensiero, di far sentire che possono tollerarlo, che la loro emozione la possono contenere. Quando un adulto si organizza in risposta a ciò che un ragazzo porta, quel ragazzo sente che l’adulto pensa a lui. E, pensando a lui, pensa a un futuro. Il futuro sta nella relazione.

Questo contrasta direttamente la sensazione originaria (quella che ha prodotto l’angoscia) di non aver visto riconosciuti i propri bisogni. Senza questa capacità relazionale degli adulti, nessuna politica, per quanto buona, sarà sufficiente.

C’è però un criterio che uso per valutare se un intervento è davvero pensato per le nuove generazioni: deve togliere qualcosa agli adulti e aggiungere qualcosa ai ragazzi. Qualsiasi cosa invece tolga ai ragazzi, o semplicemente non aggiunga nulla, è fatta per le emozioni dell’elettorato adulto, non per loro. E oggi quasi tutto ciò che viene presentato come “per i giovani” rientra in questa seconda categoria.

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Alessandra Nesti

Traduttrice e redattrice, coordina il progetto de «La ricerca» (sito, rivista e social) e cura le collane dei Quaderni della Ricerca e QdR / Didattica e letteratura. Ha tradotto “Teach Like a Champion”, di Doug Lemov, che è diventato il Quaderno della Ricerca #38, e “The Reading Zone”, di Nancie Atwell e Anne Atwell Merkell, che è il QdR / Didattica e letteratura #15, “La zona di lettura”.

Matteo Lancini

è psicologo, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Minotauro di Milano. Insegna presso l’Università Milano-Bicocca e l’Università Cattolica. È curatore della sezione “Crescere” del Salone del libro di Torino. Tra i suoi libri, editi da Raffaello Cortina: “L’età tradita” (2021), “Sii te stesso a modo mio” (2023) e “Chiamami adulto” (2025).

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