Una COP tira l’altra

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Non si sono ancora spente le polemiche sui risultati (per alcuni versi deludenti, per altri epocali) della conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici svoltasi in Egitto a novembre, che già prende avvio un’altra conferenza, questa volta sulla biodiversità.

 

Appena un mese fa si apriva a Sharm el-Sheikh la COP27, e proprio in questi giorni a Montréal in Canada si è aperta la quindicesima edizione della Conferenza delle Parti (COP15) della convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica, o CBD. Si tratta di un incontro internazionale che riunisce delegazioni di quasi 200 paesi di tutto il mondo, in cui i partecipanti dovranno definire nuovi obiettivi e sviluppare un piano d’azione per la salvaguardia degli habitat naturali nel prossimo decennio.

La convenzione sulla diversità biologica è stata firmata per la prima volta da 150 capi di governo allo storico Summit della Terra di Rio de Janeiro del 1992, e gli obiettivi principali di questa convenzione sono la conservazione della biodiversità, l’utilizzo sostenibile delle sue componenti e la giusta ed equa condivisione dei benefici derivanti dall’uso delle risorse genetiche. La CBD promuove lo sviluppo sostenibile e riconosce che la biodiversità non riguarda solo i viventi (animali, piante e microrganismi) e gli ecosistemi, ma anche le persone e il nostro bisogno di sicurezza alimentare, medicinali, aria e acqua fresca, riparo e un ambiente pulito e sano in cui vivere.

Baker Pond vicino a Montréal.

Obiettivo principale della COP15 è raggiungere un accordo quadro sulla biodiversità, che sostituisca quello precedente stilato nel 2010 ad Aichi (Giappone). Questa conferenza in realtà avrebbe dovuto tenersi a ottobre 2020 a Kunming, in Cina, ma a causa della pandemia di COVID è stata più volte rimandata. Alla fine, anche per evitare le rigide restrizioni cinesi, l’evento è stato spostato in Canada, ma Pechino ha mantenuto la presidenza. A Montréal, che è anche la città in cui ha sede la CBD, sono attesi migliaia di delegati provenienti da ogni angolo del globo.

Uno degli obiettivi più ambiziosi della conferenza canadese è noto come “30×30”, ed è volto a proteggere il 30% della superficie di terre e oceani con qualche forma di tutela ambientale entro il 2030, per fermare e invertire la perdita di biodiversità. Infatti, nonostante gli sforzi messi in campo da tempo, la diversità biologica si sta deteriorando in tutto il pianeta, e secondo molte previsioni di questo passo il declino può solo peggiorare, se non facciamo qualcosa. Come ha detto António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, alla cerimonia di apertura della conferenza, «con il nostro appetito senza fondo per una crescita economica incontrollata e ineguale, l’umanità è diventata un’arma di estinzione di massa». Ha poi proseguito affermando che però abbiamo la possibilità di fermare «l’orgia di distruzione» che ha messo a rischio di estinzione un milione di specie, concludendo che «è tempo di stringere un accordo di pace con la natura».

La speranza quindi è che la COP15 riesca a portare a casa risultati più incisivi di quelli faticosamente ottenuti nella conferenza sul clima, conclusasi poche settimane fa in Egitto.

A tal proposito, com’è finita la COP27? Leggendo le varie analisi apparse sui media dopo la conclusione dei lavori, si ha l’impressione che il bicchiere sia allo stesso tempo mezzo pieno e mezzo vuoto. Da un lato, è stato raggiunto un accordo che qualcuno definisce storico, per cui i paesi più poveri che soffrono maggiormente per gli effetti dei cambiamenti climatici riceveranno aiuti finanziari dalle nazioni più ricche. Dall’altro, i negoziati sono stati anche deludenti, perché non sono riusciti a ottenere tagli consistenti alle emissioni di gas serra e a sancire la fine dell’uso di combustibili fossili, soprattutto per la ferma resistenza di alcuni paesi, tra cui Russia e Arabia Saudita.

Manifestazioni di protesta alla COP27.

Le discussioni negoziali sono state molto tese, al punto che non si sono concluse entro la scadenza prevista del venerdì e si sono protratte fino alla domenica, ma alla fine quasi 200 paesi hanno deciso di istituire un fondo per coprire “le perdite e i danni” (in inglese, loss and damage) che le nazioni particolarmente vulnerabili stanno già subendo a causa dei cambiamenti climatici. Ulteriori dettagli verranno chiariti entro il prossimo vertice annuale, la COP28, che si terrà negli Emirati Arabi Uniti a fine 2023; in particolare è necessario capire quali paesi saranno i destinatari di questi aiuti e quali invece dovranno contribuire al fondo.

Quindi, se l’istituzione di un fondo per compensare perdite e danni causati dai cambiamenti climatici è un traguardo positivo, il fallimento delle trattative per ridurre il riscaldamento globale è stato fonte di malcontento per alcuni relatori nella sessione di chiusura. Incluso il segretario generale dell’ONU Guterres, che nelle sue dichiarazioni finali ha chiosato: «un fondo per perdite e danni è essenziale, ma non è una risposta se la crisi climatica cancella dalla mappa un piccolo stato insulare o trasforma un intero paese africano in deserto».

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Sara Urbani

Laureata in scienze naturali con un master in comunicazione della scienza, lavora per la casa editrice Zanichelli. Scrive anche per Odòs – libreria editrice e per i magazine online La Falla e East Journal.

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