Un posto nel mondo. Cinque racconti di Alessandra Sarchi

Tempo di lettura stimato: 7 minuti
Una scrittura che esplora il malessere di una generazione allargando lo sguardo a temi civili ed esistenziali di respiro universale.

 

Il problema dell’abitare, latamente inteso – la casa, il territorio, la nazione – è uno dei più dibattuti dalle civiltà occidentali contemporanee. In una conferenza tenuta nel 2018 presso l’Università di Roma “La Sapienza”, Giorgio Agamben sosteneva che l’uomo è un essere abitante, bisognoso «non solo di una tana o di un nido, ma di una casa, cioè di un luogo dove “abitare”, dove costruire, conoscere e esercitare intensamente i suoi “abiti”» (la si legge qui). D’altro canto, il Beckett di Aspettando Godot ammoniva che Habit is a great deadener, l’abitudine è un potente isolante, e occorre diffidarne. I connotati inquietanti e regressivi dell’ossessione securitaria, foriera di bolle microsociali tendenti all’autoreferenzialità, stanno lì a confermarlo. «Abitare», scriveva il filosofo Philippe Lacoue-Labarthe in un saggio datato 1985 (intitolato, appunto, Habiter), «non è per nulla possedere, insediarsi, proteggersi. È, al contrario, esporsi all’esterno».

Nell’opera narrativa (a oggi, quattro romanzi e due raccolte di racconti) di Alessandra Sarchi il tema dell’abitare, con tutte le sue problematiche implicazioni, occupa un ruolo, se non decisivo, di notevole rilievo, divenuto se possibile ancor più centrale nell’ultima fatica, Via da qui, fresca di stampa per i tipi di Minimum Fax. Mano a mano che il fiume delle sue prose creative si espande e dirama, sempre più si rende visibile il mulinello che risucchia i personaggi cui dà vita, perlopiù donne: quel “disagio della civiltà” odierna che oscilla tra l’ansia, e il dovere, di collocarsi (l’ubicazione del Bene, per echeggiare il polisemico titolo del miglior libro, a oggi, di Giorgio Falco, anch’esso una raccolta di racconti) e la necessità di uscire da perimetri soffocanti e aprirsi all’esterno, come scrive Lacoue-Labarthe, inseguendo un progetto, o sogno, di indipendenza materiale ed emotiva. Anche per le “Alici disambientate” di Sarchi – il magistero di Celati è forte, e percepibile a vari livelli – “abitare” significa muoversi entro il pendolo di questi due estremi, la chiusura e l’apertura, affrontando tutte le biforcazioni che ne discendono: città e campagna; aspirazioni individuali e obblighi comunitari; relazioni personali e conflitti intergenerazionali; appartenenza sociale e anonimato globale; incombenze casalinghe e piaceri domestici; dolori privati e angosce universali.

La scrittrice emiliana non teme di andare all’osso delle questioni, e l’interrogativo mandevilliano che risuona in una delle prime pagine del volume – «come faremo a mantenere le nostre felicità private, se quelle pubbliche ci sono negate?» (p. 13) – ci pare il quesito filosofico, esistenziale, socio-politico che dovrebbe fondare, oggi, ogni scrittura intenzionata a scuotere lettrici e lettori e non solo a offrir loro narrazioni blandamente analgesiche e consolatorie. Come faremo a mantenere le nostre felicità private, se quelle pubbliche ci sono negate? Se lo chiedono almeno un paio di generazioni vissute in un discreto benessere e in un disincanto ideologico paralizzante, incapaci – anche per la loro inerzia, indubbiamente – di elaborare un orizzonte propulsivo irriducibile alle sole ragioni, giocoforza regressive, dell’ineluttabilità storico-sociale. Generazioni che si credono, che si vogliono cosmopolite, persuase che Home is Everywhere, salvo poi scoprire sulla loro pelle che ancora oggi, nel villaggio globale, si può essere forestiere (cioè, letteralmente, fuori), e che il bisogno di realizzarsi – nel doppio senso di crearsi uno spazio di felicità possibile e di aderire a un’ipotesi di reale – può non conciliarsi con l’umana esigenza di “sentirsi a casa”.

La prima e più dolorosa forma di inospitalità è quella autoctona, sperimentata “in casa propria” da chi sceglie di restare, o tornare, in una nazione avara di opportunità, ritrovandosi murata viva dietro pareti di familismo vetero-patriarcale, immobilismo culturale, incombenze di genere. Un Bel Paese senza Eden, per le Eve del Duemila. La seconda coincide con l’amara scoperta del fatto che vivere “in casa d’altri” ha il suo costo.
Anche la terra delle opportunità, quella Wonderland d’oltreoceano nella quale si espatria in cerca di un contesto socio-giuridico equo e razionale, dove ogni cosa si trova al suo posto e c’è posto per ogni cosa, rivela il volto feroce di un determinismo ottuso e ipocrita. Per quanto allettante e in parte gratificante, neppure la maniera americana di stare al mondo (su cui si veda Cherry Street, e il notevole affondo speculativo di p. 94) consente di accasarsi serenamente.
Dunque la scelta di andare «via da qui», qualunque sia il qui, non risolve, anche perché quasi mai è vero che «niente più ti lega a questi luoghi», per parafrasare un celebre verso di Paolo Conte. Per quanto ci si consideri condannate o votate a un’esistenza raminga, convinte di galleggiare senza ormeggi, un legame, nel bene e nel male, c’è sempre: come quella catena che, nella copertina del volume, àncora una mano affusolata al fondale.

Sarchi inscena dunque cinque storie di riposizionamento, cinque tentativi di traslocare abiti e abitudini altrove, per ansia da spaesamento e/o voglia di reinsediarsi, da parte di donne impossibilitate, malgrado il loro impegno, a crearsi un habitat, ma anche insofferenti rispetto all’idea di rinchiudersi in un habitus ultimativo. Che la causa sia la sorte, l’impossibilità di fare affidamento sul proprio compagno, la pressione di una società meramente produttivistica, o un impulso indistinto e generico, un’energia volitiva a lungo repressa, le protagoniste di questi testi sono colte in un momento di squilibrio, di sbilanciamento, lungo il corso di vite mai rettilinee, che procedono a strappi, per linee spezzate e aggrovigliate. Qualcuna, talvolta, dopo tanto peregrinare trova una sponda di approdo, ma difficilmente quell’ubi consistam sarà destinato a durare (così ne Il palazzo della principessa, racconto che tocca con leggerezza apparente uno dei nodi sociali più aggrovigliati della Repubblica: il cosiddetto “problema casa”). I pochi point de repère, i punti d’attracco in questo mare di diffuso malessere, sono i bagliori di bellezza che ogni tanto lampeggiano, i momenti di umana vicinanza.
L’amicizia, dunque – tutte o quasi le storie del libro sono, anche, storie di solidarietà e complicità al femminile – e la cultura visuale, che occupa qui, come nei precedenti lavori della scrittrice, un ruolo esemplare. Che si tratti di quadri, fotografie, architetture, nelle storie di Sarchi le immagini non offrono grandi epifanie ma piccole occasioni di liberazione dai rapporti di utilità del mondo, sono “abiti” non imposti ma prescelti. Sono, cioè, occasioni di rapimento: non a caso La felicità delle immagini, il peso delle parole è il titolo dei cinque appassionati esercizi di lettura, tra romanzo e arte, pubblicati per i tipi di Bompiani nel 2019. L’attimo speso a contemplare gli affreschi del Duomo di Modena o un quadro di Balthus rappresenta una sia pur effimera opportunità di sosta in un altrove mentale in cui “sentirsi a casa”.

Quanto al patto estetico che l’autrice contrae col lettore, si conferma la proposta limpida, cristallina, di una penna che guarda al mondo con occhi razionalmente controllati, senza sbavature sentimentali o cedimenti estatici. Come già nel caso dei racconti di esordio (Segni sottili e clandestini, 2008) e di quelli che si leggono alla pagina www.alessandrasarchi.it/racconti, Sarchi si dimostra pienamente a proprio agio nella misura medio-breve, che maneggia con estrema disinvoltura, ogni volta trovando il giusto ritmo tra le diverse linee narrative.
Paesaggista di grande sensibilità materica e coloristica – il nostos padano L’argine è, insieme a Diario di fiume e altre storie di Gipi, una delle più riuscite divagazioni fluviali che la nostra narrativa recente abbia offerto – sa lavorare di fino la grana delle immagini attraverso la precisione dei dettagli, il riferimento esatto alle modalità di percezione, la ricostruzione di piccole incrinature e tensioni da cui affiorano a tratti sprazzi di autobiografismo indiretto, mediato. Talora la pagina si scioglie aprendosi a squarci di prosa sottilmente sensuale, affondi introspettivi, minimi istanti di dolcezza e di empatia, talaltra si irrigidisce in riflessioni pensose, senza che questo pregiudichi l’armonia tonale dell’insieme, la circolazione dei motivi che irrorano il testo. La sensibilità stilistica si fa apprezzare per l’oculato impiego di una lingua media ponderata, mai convenzionale, su cui emerge a sbalzo l’effetto di estraneità dell’inglese, percepito come codice neutro di una koiné internazionale cui si appartiene solo in parte (e con una certa riluttanza).
Anche l’affresco corale tentato nel conclusivo Fondamenta della Misericordia risulta felicemente risolto in un’orchestrazione dei personaggi sapientemente dosata, a restituire un bilancio generazionale di struggente, ma non per questa arresa, amarezza, tra le calli di una Venezia luminosa/limacciosa, città di muschi e di ombre, vera terra di frontiera, zona franca tra il mondo com’era e quello che non si sa come sarà.

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Riccardo Donati

Docente e saggista, insegna all’Università di Salerno; tra i suoi lavori più recenti ricordiamo “I veleni delle coscienze. Letture novecentesche del secolo dei Lumi” (Bulzoni, 2010), “Le ragioni di un pessimista. Bernard Mandeville e la cultura dei Lumi” (ETS, 2011), “Nella palpebra interna. Percorsi novecenteschi tra poesia e arti della visione” (Le Lettere, 2014), “Critica della trasparenza. Letteratura e mito architettonico” (Rosenberg & Sellier, 2016), “La musica muta delle immagini. Sondaggi critici su poeti d’oggi e arti della visione” (Duetredue, 2017), “Apri gli occhi e resisti. L’opera in versi e in prosa di Antonella Anedda” (Carocci, 2020). Si occupa di letteratura europea tra Sette e Novecento e di poesia italiana contemporanea, con interventi in volume e in rivista; nel 2013 l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attributo il “Premio Giuseppe Borgia” per i suoi contributi sulla poesia.

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