Top ten

Tempo di lettura stimato: 8 minuti
I più belli? Dieci romanzi che mi ricordo, vuoi dire, la top ten? Da lettore, non da insegnante, ho capito: romanzi che mi sono piaciuti.

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Dipende dall’età a cui ripenso. Per gli ultimi dieci anni direi Le ore, di Cunningham. Quando ho visto Nicole, che non la vedevo da un po’, parlavamo di romanzi e io le dico: “E Cunningham?!” E lei: “Lo hai letto!?!?”. Avevamo fatto la stessa scoperta, eravamo entusiasti. Dobbiamo aver fatto una faccia speciale, a tutti e due sembrava fantastico, così che Romano, suo marito, diceva: “Quasi quasi vi invidio”, perché non ha questa passione, e una scena così non gli poteva succedere.

Fra i miei quaranta e cinquant’anni: Guerra e pace di Tolstoj. Me l’ero riservato per quando sarebbe stato il momento. Aggiungerei qualche infatuazione (rispetto a Tolstoj sembrano quasi tutti infatuazioni): Paul Auster, ad esempio, o La macchia umana di Roth. Di La macchia umana avevo sentito parlare un famoso psicologo a una cena dopo un convegno (sai dov’eravamo? a Rio, e se vuoi poi ti racconto altre cose): ne parlò in modo tale che poi l’ho cercato.

Fra i trenta e i quaranta? Non so. Viaggiavo molto; credo che mi piacessero soprattutto gialli da leggere in treno, come quelli di Simenon, o fantascienza.

Tra i venti e i trenta: beh, qui è difficile. Ho letto di tutto, direi. Anche se questa frase mi ricorda una cosa buffa. Sono in macchina, vicino all’università, attorno ai vent’anni; con me una ragazza che mi piace, con cui cerco di stare. È la figlia di un noto scrittore. Mi chiede: “E di italiani, chi hai letto?”. Io: “Tutti”. “Mio padre lo hai letto?”. “No”.

Proprio no. Una figura di merda.

Fra l’altro poi con me non c’è stata. E di suo padre non ho letto mai niente.

Comunque: in quegli anni ho letto cose come Memorie del sottosuolo o la Lettera al padre: se non li avessi letti sarei un’altra persona. Però anche Cent’anni di solitudine. (La casa dove siamo andati ad abitare in campagna con mia moglie, qualche anno più tardi, veniva chiamata Macondo).

Fra i dieci e i venti: tantissimo; mi piacevano i libri di guerra, cose che adesso non leggerei; però anche Tom Sawyer (finiti i compiti, con la luce nascosta sotto le lenzuola) e, più tardi, tutto Hemingway (e altri, ma questa è una top ten, giusto? devo scegliere chi nominare e scelgo lui).

Guardando i miei libri sugli scaffali potrei raccontarti la mia autobiografia. Anche se vai dietro, in seconda fila. Mi pare che di ciascuno saprei dire quando l’ho letto. Il periodo almeno (il grado di consunzione della copertina aiuta, hai ragione); ma di qualcuno ricordo proprio i giorni, come Racconti di mare e di costa di Conrad, che ero in montagna e aspettavo una ragazza che si chiamava Anna. A Lo hobbit associo il balcone di casa di mia mamma a Milano (esco dalla mia stanza ma sono ancora dentro la grotta di Gollum) e il soggiorno di una donna che aveva sulla parete le stampe dei disegni di Tolkien. Prendo Proust e mi ricordo la stanza dove avevamo il letto matrimoniale quando i bambini erano piccoli.

Se me li hanno regalati, ricordo quasi sempre chi è stato. La confraternita del Chianti me lo ha regalato mia figlia, quando mio padre era morto da poco. Mi ha regalato anche un libro dei Wu Ming (che il suo fidanzato li conosce). Gliene ho regalati anch’io tanti: ore in libreria a pensare questo sì, ce l’avrà, o non è adatto… Dovessi fare la top ten dei piaceri, questo ce lo metterei dentro.

A passarsi i libri si stabilisce un’intimità. Smoke di Paul Auster me lo ha regalato Catia. Mia moglie era gelosa; non c’era motivo; però la capivo: il libro era sottolineato, a matita c’erano note sulle pagine in basso.

Ricordo mia moglie quando non era ancora mia moglie e le ho regalato Calvino (credo Il barone rampante); ricordo dov’eravamo e com’era vestita, anche il bosco (di betulle) dove abbiamo fatto all’amore e il ristorante dove abbiamo mangiato.

Qualche volta ho letto a alta voce. Altre volte qualcuno ha letto per me. Si è trattato sempre di una donna, direi. Sembra che la letteratura abbia a che fare con un’aria d’amore.

Che tu sia per il coltello di Grossman negli scaffali non c’è. Me l’aveva regalato Rodolfo. Anni prima gli avevo portato via la ragazza. Veramente non gliela avevo portata via io: era lei ad aver scelto. Mi ricordo benissimo: siamo in quattro, lui, io, la ragazza ed un’altra. A me piaceva quell’altra. C’ero stato per un po’ (parliamo ancora dei tempi dell’università); a me faceva impressione che era stata nel mio stesso liceo, una classe più in giù, e al tempo del liceo mi piaceva, addirittura una gita me la ricordo che lei si era messa con uno, e io nel pullman qualche fila più in là stavo male, e dopo l’ho scritto anche in un racconto (e nel racconto melodrammaticamente mi perdevo in montagna). Insomma questa ragazza mi piaceva; quando gliel’ho detto, però, che mi era piaciuta così tanto anni prima, a lei non ha fatto piacere. Come se si trattasse di un’altra, non so. Come se quel ricordo fosse una cosa mia, che lei non c’entrava – il che è vero.

Bene, insomma: siamo in quattro, e lei, quella che mi piaceva da tutto ‘sto tempo, si mette con Rodolfo, e quella che Rodolfo voleva si mette con me. Poi sono successe tante cose, ma non me l’ha mai perdonata. Che tu sia per me il coltello non l’ho letto. L’ho dato via. Però il buco sullo scaffale lo noto.

Già che ho parlato di uno scrittore israeliano, restiamo in Medio Oriente: Tammuz, Il Minotauro. C’è un uomo, un agente del servizio segreto, che ama una donna, ma non può farsi vedere. Però la segue, la pedina, le scrive. Ricordo una scena in cui è sopra un autobus: lei è seduta davanti e lui la vede, le guarda la nuca. Lei non lo sa. Non lo sa mai se c’è o no. Ma in un modo nell’altro i due finiscono per essere legati, legati in modo definitivo, radicale, struggente. Lui l’ama e la lega a sé. Non le dà niente. Ricordo, leggendo, una sensazione di allarme. Come se il racconto parlasse di me, forse di una storia di cui non volevo sapere. Se è così, non suggeriva soluzioni. Suonava solo l’allarme.

E poi mi ricordo Gli scali del levante di Amin Maalouf. Ci sono romanzi che ti prendono e ti portano via, da che cominci a quando finisci è tutto un solo respiro, una notte.

Che cosa mi piace, chiedi ancora. Cioè perché dico: “quello sì, è bello”. Buona domanda. Ho già detto che a età diverse è diverso? Adesso direi che quello che mi piace qualche volta è la trama, quel meccanismo che ti fa girare le pagine e chiederti: come andrà a finire? Ma oggi come oggi le trame mi interessano fino a un certo punto; più che altro mi piace che la trama sia complicata e magari rifletta su cosa è una trama.

Più spesso è il mondo narrato a contare. Il mondo narrato: un posto in cui stare.

Oppure è la voce: quel particolare insieme di ritmo, di parole, di tono, un atteggiamento che il testo suggerisce e che si forma dentro di me mentre leggo. Non è solo quello che immagino, è il modo, è il come vengo accompagnato nell’immaginazione. (Per intenderci pensa alla “atmosfera” dei romanzi con Maigret; pensa al ritmo di Hemingway).

Diciamo così: è un impasto di voce e di mondo. Perché ogni mondo potrebbe essere narrato con voci diverse, e l’effetto, il piacere, allora sarebbe diverso. D’altra parte la voce racconta qualcosa; e lo fa facendo vedere quel mondo dal punto di vista che lei suggerisce.

Un po’ come al cinema: lì l’impasto è propriamente tra sguardo e mondo narrato; lo sguardo è il modo in cui sono mostrate le scene, il montaggio, i movimenti della macchina da presa, ecc.

Delle volte il piacere sta proprio nelle parole. Ma è raro. (Cunningham però l’ho letto così: rallentando proprio per gustare la forma delle frasi). Altre volte nei pensieri. Perché i romanzi pensano.

Mi piacciono anche i libri che commentano libri. Come quello di Corrias su Bianciardi; i libri su Svevo che a un certo punto ho raccolto; un saggio di Chiaromonte su Guerra e pace. Modi di stare ancora insieme al romanzo che hai letto; sentire come lo hanno letto altri; risentirne il sapore.

Certo che se c’è la voce c’è anche l’orecchio. Certe cose un lettore le coglie, un altro no, e viceversa. Contano educazione, precedenti letture, idiosincrasie personali, cose che riconosci perché le hai conosciute. O che ti intrigano perché in quel posto di cui il racconto parla tu ci vorresti andare. E allora ci vai in volo – perché leggere è così: è come volare.

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Paolo Jedlowski

È professore ordinario di Sociologia presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università della Calabria e direttore della collana Ossidiana – Osservatorio per lo studio dei processi culturali e della vita quotidiana.

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