Strade a perdere. La storia a bivi di una generazione

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Con “Cosa pensavi di fare?” Carlo Mazza Galanti immerge il lettore in una giocosa avventura testuale che è lucida e spietata restituzione di un intero giro d’orizzonte socio-psicologico.

Negli ultimi anni non sono mancati i libri che hanno avuto per protagonisti giovani degli anni Novanta e primi Duemila affannosamente alla ricerca di una collocazione congrua rispetto ai loro studi umanistici e alle loro passioni letterarie.
Sono andati in questa direzione, ad esempio, Flavio Santi (nato nel 1973) con il suo bianciardiano Aspetta primavera, Lucky (2011) e Andrea Inglese (1967) con l’altrettanto bianciardiano Parigi è un desiderio (2016) (a suo tempo recensito qui). Lo stesso Inglese – per chi scrive, uno dei più interessanti autori italiani in circolazione – aveva già affrontato questi temi in poesia; penso in particolare al libro che lo ha confermato come il miglior continuatore del discorso poetico-politico di Nanni Balestrini, ossia Lettere alla reinserzione culturale del disoccupato (2013).
Su questi medesimi nodi generazionali torna continuamente, di libro in libro, anche il più giovane Vanni Santoni (1978). Oltre all’originale micro-mosaico di Personaggi precari (2007, poi 2013 e 2017), val la pena ricordare almeno un suo romanzo del 2017, La stanza profonda, spaccato di vita di un gruppo di giovani di provincia raccontato attraverso il filtro azzeccatissimo di una delle loro passioni adolescenziali, ossia il gioco di ruolo (se ne è parlato qui).

Oggi un autore grosso modo coetaneo di Santoni, Carlo Mazza Galanti (1977), torna a trattare il medesimo tema calandolo in forme del tutto originali nel suo Cosa pensavi di fare? Romanzo a bivi per umanisti sul lastrico (Il Saggiatore, Milano 2020).
Il libro nasce da un’idea notevole: applicare una delle forme ludiche generazionalmente più connotate – il librogame, in Italia lanciato con enorme successo dalle triestine edizioni E. Elle nel corso degli anni Ottanta – ai dilemmi, agli azzardi, alle angosce e ai godimenti toccati in sorte ai rappresentanti di quella stessa generazione. Rispetto a un romanzo tradizionale, a sviluppo univoco, la forma “a bivi” (che certo ha anche dei padri nobili, come i maestri dell’Oulipo: ma il modello primo è con ogni evidenza quello del libro-gioco americano), consente di interagire col testo, di valutare diverse alternative e dunque di farsi artefici del proprio destino finzionale. La seconda persona è in tal senso una modalità di allocuzione obbligata. Nel caos dell’esistenza, sballottato tra istanze collettive e propensioni individualistiche, bisogni materiali e slanci ideali, proiezioni affettive e introversioni, tu, lettore, quale direzione deciderai di imprimere al tuo futuro, quale percorso imposterai nei domini essenziali della vita, ovvero – stando alla tripartizione del libro – il lavoro, l’amore, le scelte esistenziali?

Ma, attenzione: nonostante l’apparenza giocosa, suggerita dalla colorata copertina “a finestra”, dalla forma librogame e dalle irridenti citazioni poste in esergo di ogni sezione, Cosa pensavi di fare? è un testo decisamente più crudo e tagliente di quasi tutti quelli che in questi anni hanno esplorato i medesimi temi (al pari, direi, di Parigi è un desiderio, qui del resto allusivamente ricordato).
Ciò che Mazza Galanti ha predisposto per te, lettore, è di fatto una trappola. Sulle prime lo noti appena, poi però, man mano che procedi, ossia nel momento stesso in cui eserciti la tua libertà di assumere o meno una certa decisione, ecco che qualcosa di inquietante emerge e prende campo. È una strana sensazione di costrizione e di straniamento, assai più opprimente di quella che un romanzo a normale sviluppo lineare sarebbe in grado di suscitarti. Bivio dopo bivio, ti rendi progressivamente conto del fatto che tante delle scelte già compiute ti vincolano, e, cosa ben più disturbante, che molte di quelle che restano da prendere o ti riportano indietro – come capita nel gioco dell’oca e nel monopoli – o dipendono da fattori che esulano in parte o del tutto dalla tua volontà e dalle tue inclinazioni.
Stare al gioco è divertente – perché Cosa pensavi di fare? è, al di là di tutto, anche un libro spassoso – ma ogni divergenza, ogni cambio di direzione rivela la vera natura del luogo in cui ti stai muovendo: non un fiorito giardino dei sentieri che si biforcano, e neppure un labirinto intricato ma dalle molte uscite, bensì una ragnatela, spazio viscoso che avviluppa e lascia poche, ridottissime possibilità di salvezza. Pensare di poterti districare dalla collosità dei fili familiari e della rete dei rapporti interpersonali basandoti solo sulle tue forze è, quasi sempre, una mera illusione; per quanto tu ti dibatta, lettore, le tue possibilità di farcela sono fortemente limitate da una serie di impedimenti e condizionamenti estrinseci che lasciano scarso margine di manovra. E così, finisci per rassegnarti ad accettare quel che viene, come viene.

La componente ludica, ramificata, del libro si fa così vettore di una progressiva presa di coscienza della ferocia deterministica, a senso unico, di un paese ancora feudalmente immobile, tanto sul piano collettivo quanto su quello delle scelte personali, nonostante le magnifiche sorti da più parti sbandierate. Si ricordi infatti qual era il clima dominante nell’ultimo scorcio del Ventesimo secolo, quali le sue verità assodate: la fine della storia, un benigno ecumenismo, il benessere dilagante e infinite possibilità per tutti di radicarsi o sradicarsi a proprio piacimento, sentendosi ovunque a casa. Alla resa dei conti, lo si è capito subito dopo, ad attendere quella generazione di italiani non c’erano invece che poche, scarse opzioni: l’esperienza all’estero (o esilio), il ripiegamento, una dilazione (e delapidazione) a tempo indeterminato. Insomma, l’addio a ogni parvenza di Eden socialdemocratico. In tal senso la doppiezza del titolo, Cosa pensavi di fare?, è sottilmente perfida: il quesito che si è soliti rivolgere ai giovani per incoraggiarli, interrogandoli sulla natura delle loro propensioni e aspettative, si rovescia in una ghignante domanda retorica, del tipo “dove pensavi di andare?”, “quali infondate speranze coltivavi?”.
Soprattutto nella prima parte, Lavoro, che è la più riuscita, il librogame di Mazza Galanti veicola un’intelligente proposta di meditazione politica: e non perché enunci verità generali o si dilunghi in sottili analisi, ma perché la sua stessa forma è, in re, la restituzione plastica del tranello che le generazioni post-belliche hanno teso ai propri figli (quanto ai nipoti, è sotto gli occhi di tutti, è stata loro tolta ogni speranza di redenzione sociale: più che una tela di ragno, li minaccia il buco nero di un mondo invivibile, pericoloso e futile).
Se un limite troviamo al libro è quello, per tenersi al linguaggio dei librogame, di offrire una “scheda personaggio” alquanto limitata: il punto di vista del “tu” lettore è quello di un maschio, probabilmente bianco, abitante d’una grande città (gli scenari oscillano tra Roma e Milano) e di orientamento tendenzialmente eterosessuale. Moltiplicare le prospettive sarebbe forse stato un’impresa improba ma avrebbe potuto, o potrebbe in futuro, essere un modo per estendere il discorso, esplorare altre strade, ampliare il bilancio.

Sul piano dell’architettura testuale, Cosa pensavi di fare? si fa apprezzare per la costruzione fluida e sapientemente articolata. Le invenzioni di trama sono scalate al punto giusto, finemente angolate (esemplare, ad esempio, il paragrafo Orizzonte scuola, che in una paginetta condensa un ritratto mirabile dell’istituzione), e corredate di tocchi e dettagli tanto gustosi quanto sconfortanti. L’incalzare del racconto e la tensione che lo carica nel dipanarsi delle sequenze sono ben bilanciati tra i pedali del referto narrativo-descrittivo e della deformazione (neanche troppo) grottesca. La scrittura, con riformulazioni ironiche dei luoghi comuni al limite del sarcasmo, è coinvolgente, capace di calibrare ad arte umorismo e feroce disincanto. Lessico e immagini rinviano a un orizzonte generazionale molto connotato, tra letture, film, canzoni, riti e miti collettivi, ma risuonano all’orecchio del lettore senza ammiccamenti, risparmiandogli l’irritante impressione di una parzialità autoindulgente.
Spigolose, pungenti, le pagine di Mazza Galanti lasciano in bocca un fondo di amarezza che in ultima istanza fa pensare a un tentativo, riuscito, di ricreare sulla pagina certi esiti della migliore commedia all’italiana, risultando corrosive proprio là dove invece le trame e i dialoghi di tanta parte del nostro cinema hanno da tempo smesso di mordere.
Per un libro come Cosa pensavi di fare? potrebbe insomma ben calzare la definizione di epopea tragicomica. Lo conferma il fatto che, come sempre avviene nelle tragicommedie, anche il racconto morale di Mazza Galanti tocca, a un certo punto della parabola, il suo apice drammatico. Succede quando tu, lettore, giunto al bivio che segue la drammatica giornata del G8 di Genova, stanco e scosso dai gravi fatti cui hai assistito, prendi l’incauta decisione di restare in città, di trascorrervi la notte. Per te, la tua sporta di sprovveduto idealismo e il tuo sacco a pelo, ci sarà sicuramente posto, ti rassicuri, sul pavimento della palestra della scuola Diaz, dalle parti di Bolzaneto.

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Riccardo Donati

Docente e saggista, insegna all’Università di Salerno; tra i suoi lavori più recenti ricordiamo “I veleni delle coscienze. Letture novecentesche del secolo dei Lumi” (Bulzoni, 2010), “Le ragioni di un pessimista. Bernard Mandeville e la cultura dei Lumi” (ETS, 2011), “Nella palpebra interna. Percorsi novecenteschi tra poesia e arti della visione” (Le Lettere, 2014), “Critica della trasparenza. Letteratura e mito architettonico” (Rosenberg & Sellier, 2016), “La musica muta delle immagini. Sondaggi critici su poeti d’oggi e arti della visione” (Duetredue, 2017), “Apri gli occhi e resisti. L’opera in versi e in prosa di Antonella Anedda” (Carocci, 2020). Si occupa di letteratura europea tra Sette e Novecento e di poesia italiana contemporanea, con interventi in volume e in rivista; nel 2013 l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attributo il “Premio Giuseppe Borgia” per i suoi contributi sulla poesia.

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