Il dibattito sì. A scuola

“Prof, ce l’ho in mente ma non riesco a spiegarmi!”. Quante volte maestri e professori si sono sentiti rivolgere queste parole dai loro studenti?

“Prof, ce l’ho in mente ma non riesco a spiegarmi!”. Quante volte maestri e professori si sono sentiti rivolgere queste parole dai loro studenti? Si tratta certamente, almeno in parte, di una goffa giustificazione. Sempre valida è la massima antica “Rem tene, verba sequentur” ovvero “conosci gli argomenti, le parole seguiranno”. Lo stesso Cicerone, forse il massimo retore di tutti i tempi, sosteneva che la retorica non è svincolata dagli altri saperi: il buon oratore deve avere una salda cultura, la più ampia possibile, e deve saper armeggiare la saggezza e la verità. Un’idea che è stata assimilata anche dalla pedagogia contemporanea, secondo cui non è possibile né auspicabile separare la competenza dalla cultura.

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Eppure le ragioni per cui sarebbe utile che nelle scuole s’insegnasse a ben argomentare sono molte. Ne aveva già parlato, proprio su La Ricerca, Gian Paolo Terravecchia, che aveva sottolineato l’importanza per i ragazzi di passare dal conoscere che, al saper dire perché.
Ma vi sono, aggiungiamo noi, anche potenziali vantaggi organizzativi. Un responsabile scolastico potrebbe apprezzare il fatto che un torneo di dibattito valorizza gli spiriti “divergenti” e canalizza le capacità dei leader naturali. Il risultato sarebbe quello di moderare la natura istrionica di alcuni studenti, poco controllati in classe e frustrati da necessarie esigenze disciplinari.
Al contrario, e in secondo luogo, insegnare a dibattere sarebbe di aiuto per far vincere la timidezza paralizzante di studenti caratterialmente introversi: impegnarsi con altri in una discussione migliora le capacità anche di chi non è particolarmente bravo. In terzo luogo creerebbe un sano spirito di gruppo; lavorare con i compagni solidali della propria squadra e sfidare i rivali transitori di quella opposta attualizza il significato letterale del termine “convincere”, vale a dire “con-vincere”, vincere insieme. Infine un addestramento disciplinato e protetto alla “guerra di parole” servirebbe anche a contenere i conflitti extra-verbali. Cosa c’è di più rivoluzionario che insegnare agli studenti che si possono operare cambiamenti anche con la gentile costrizione della parola che persuade o che, appunto, convince?
Ne sono convinti i compilatori di curricula scolastici nordamericani. Negli Stati Uniti e in Canada, ma anche in Australia, la retorica è insegnata al liceo, e negli stessi Paesi sono organizzati confronti fra istituti e tornei di retorica tra studenti delle scuole superiori.O il Cile con la sua Sociedad de Debate, che opera da anni all’Università di Santiago per formare studenti capaci di dibattere sulla base di modelli non pedissequamente mutuati da quelli nordamericani. In Italia, invece, non solo non esiste un insegnamento autonomo che addestri ad argomentare correttamente, ma non esistono neppure manuali di dibattito.
Fa eccezione il già citato dal collega Terravecchia Palestra di Botta e Risposta, un progetto nato nel 2006, organizzato dall’Università di Padova e coordinato da Adelino Cattani, docente di Teoria dell’argomentazione, che si propone di diffondere nelle scuole l’idea che la discussione non sia solo un diritto e un dovere, ma anche un piacere. L’obiettivo è insegnare la metodologia del “dibattito regolamentato”. Gli strumenti sono pratici e divertenti: tornei di discussione negli Istituti di istruzione secondaria di secondo grado e, dal 2011, supporto didattico in quelli di primo grado perché sviluppino in parziale o totale autonomia progetti analoghi.
La formazione è pensata per fornire gli elementi necessari per elaborare, sostenere e difendere una posizione in contesti dibattimentali. Distribuita su due mesi, prevede quattro interventi: il primo è motivazionale e si propone di introdurre le nozioni utili per valutare argomenti e argomentazioni nonché per replicare; il secondo presenta indicazioni e fonti utili per ottimizzare la ricerca e la valutazione del materiale che servirà per elaborare la posizione da sostenere nel dibattito; il terzo riguarda la comunicazione non verbale poiché la cura del gesto e dell’intonazione influisce profondamente sulla ricezione del messaggio; il quarto, infine, è una simulazione degli incontri del torneo per familiarizzare gli studenti con le regole e le dinamiche del dibattito.
Si tratta di vere e proprie gare sportiva a gironi: partendo da una fase eliminatoria, e dopo diversi incontri, vengono scelte le quattro migliori squadre per la semifinale. Da queste, per eliminazione diretta, emergeranno le due che si contenderanno il titolo di Magnifico Disputante dell’anno. Già da ottobre sono stabiliti la composizione dei gironi, il calendario degli incontri di dibattito e soprattutto la questione sulla quale le squadre dovranno dibattere.
La scelta della questione è molto importante, poiché da essa dipende il buon andamento del dibattito. A tale scopo, essa deve rispettare alcuni criteri formali e contenutistici. Dal punto di vista formale deve essere formulata evitando l’impiego di termini ambigui e caricati di una precisa connotazione; dal punto di vista contenutistico deve riferirsi a un problema incluso nel programma didattico di filosofia o vertere su questioni di attualità vicine alla filosofia. Al tempo stesso essa deve individuare un problema effettivamente controverso per non avvantaggiare una delle due squadre.
Lo scorso maggio si è tenuta la finale del Torneo di disputa 2012-2013, cui hanno partecipano otto squadre provenienti dalle province di Padova e Vicenza. Argomento di sfida dialettica: “Accrescere l’occupazione. Interventismo statale o laissez-faire?”. L’anno prima, invece, due istituti si erano sfidati nell’argomentare a proposito della questione “Legiferare contro le teorie negazioniste è controproducente?”.
Altri esempi di questioni utilizzate nei precedenti anni di attività: «È giusto negare l’espressione d’opinione a chi nega il genocidio?», «Il relativismo morale deve essere difeso?», «Le prove a sostegno dell’evoluzionismo biologico sono convincenti?», «Credere in Dio aiuta ad essere felici?», «La guerra è inevitabile?», «È giusto trattare l’acqua come un bene economico?».
Conoscendo in anticipo sia la questione da dibattere sia l’onere da sostenere (ossia se la squadra debba argomentare a favore o contro la tesi stabilita), ciascuna classe potrà iniziare la ricerca e l’organizzazione del materiale. In questa fase, sotto la supervisione del professore di filosofia che aderisce al progetto, possono essere coinvolti tutti gli studenti, indipendentemente dalla loro partecipazione ai dibattiti in qualità di elementi della squadra. L’analisi della questione, la ricerca di testi e articoli e l’analisi delle argomentazioni pro e contro la posizione da sostenere e quella da contestare permetteranno loro un contatto più diretto con la filosofia e con i suoi strumenti. I contenuti così elaborati saranno quindi utilizzati per strutturare i discorsi in funzione dei tipi di intervento richiesti dal protocollo del dibattito.
Se l’obiettivo di una sana formazione è creare persone consapevoli e libere, coscienti e autonome, ciò significa, concretamente, anche formare individui in grado di pensare con la propria testa, di sottoporre a collaudo le proprie elaborazioni, di difenderle e di valutare quelle altrui. Tutti buoni motivi per considerare l’idea di mandare i propri alunni in palestra di retorica.

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