Posta inevasa per il Ministro #3

Integrazione, Lingue classiche, Licei: tre temi per proseguire la riflessione sulla falsariga delle tracce di Reali che, pur con differenze di opinione, mi hanno permesso di fare un ragionamento organico – ragione per cui lo ringrazio per la terza volta.

Integrazione, Lingue classiche, Licei: tre temi per proseguire la riflessione sulla falsariga delle tracce di Reali che, pur con differenze di opinione, mi hanno permesso di fare un ragionamento organico – ragione per cui lo ringrazio per la terza volta.

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Integrazione: qui una forte consonanza con il collega Reali quando cita il film cinese Non uno di meno, che parla di scuola. Anch’io come il collega vorrei che nella nostra scuola avessero diritto di cittadinanza tutte le diversità, senza retorica. Non è pensabile infatti l’integrazione degli studenti di origine straniera senza un intervento deciso di formazione iniziale sulla lingua. Già chiediamo agli studenti italofoni di stare per ore ad ascoltare cose delle quali non percepiscono senso e utilità: diventa una vera tortura senza ragione quella cui sottoponiamo ragazzi e ragazze, inseriti nel grado scolastico di riferimento per età anagrafica (o rispetto al pregresso scolastico accertabile), che nemmeno comprendono il significato letterale di ciò che viene detto di fronte a loro. Non ne guadagna certo la percezione di utilità dell’esperienza scolastica.
Mi permetto poi di aggiungere qualche notazione a proposito delle differenti abilità: l’impostazione italiana che prevede l’inserimento dei soggetti diversamente abili nei percorsi “normali”, ovvero senza classi differenziali o istituti rivolti specificatamente a questa tipologia di ragazzi/e, mi convince moltissimo. La scuola è preparazione alla vita e la vita è fatta di differenze. Meno condivisibile la logica applicata al sostegno, per cui, molto spesso, seppure l’insegnante costituisca un “sostegno per la classe”, questi finisce per farsi carico del ragazzo/a portatore di differenti abilità e di qualche compagno/a particolarmente indietro negli apprendimenti. Non credo vi sia guadagno formativo né per gli uni (i ragazzi affidati formalmente o implicitamente all’insegnante di sostegno) né per gli altri (i ragazzi che seguono il percorso curricolare). I dati attuali relativi all’Italia per quanto riguarda l’abbandono e la dispersione dovrebbero farci riflettere: di quante differenze cognitive non ci siamo fatti carico? Non potrebbe costituire una soluzione possibile quella di pensare a una classe come a un gruppo di lavoro permanente? Non sarebbe il caso, come in tutti i gruppi di lavoro permanenti che funzionano, di attribuire ruoli e compiti? Non potremmo suddividere tra tutti le difficoltà e le opportunità provocate da tutte le differenze prima rubricate e farcene carico collettivamente? La Regione Toscana, nella quale lei ha esercitato la sua attività professionale sino alla nomina a Ministro, ha chiesto, in questi ultimi anni alle scuole, di redigere un “Piano di Gestione delle diversità”. Mi sono fatto, insieme ad altri, promotore dell’inserimento, tra le diversità possibili, di quella relativa al genere e all’orientamento sessuale (colpevolmente assente da moltissimi documenti ministeriali). Vogliamo estendere questa esperienza positiva a livello nazionale? Vogliamo comprendere tutti i tipi di differenza? Vogliamo davvero costruire una scuola inclusiva che appartenga agli alunni e non agli insegnanti? Vogliamo promuovere questo senso di appartenenza? Ciascuno dovrebbe amare in modo incondizionato il luogo dove apprende… a condizione che percepisca di apprendere.
Lingue classiche: le lingue classiche, lamenta Reali, hanno perso appeal (generosamente attribuisce responsabilità anche a se medesimo e agli altri colleghi che le insegnano; incomprensibilmente, per me, attribuisce l’altro pezzo di responsabilità alle tre “I” di morattiana memoria: internet, impresa, inglese). Le motivazioni circa un recupero dell’importanza del latino, ad esempio, sarebbero, secondo Reali, la valenza culturale delle Lingue Classiche e l’importanza che il Latino ha avuto nel veicolare il pensiero filosofico e scientifico fino al Settecento.
Premetto che ho frequentato, con soddisfazione, il Liceo Classico, e pur insegnando attualmente in una Facoltà di Scienze della Formazione, la mia prima laurea è stata in Lettere (moderne, certo, ma appartengo alla ristretta schiera di coloro che incluse nel proprio piano di studio due esami di latino e persino uno di letteratura cristiana antica, esame che comprendeva anche ampie traduzioni dal greco); tuttavia non posso negare che su questo punto non ho le idee chiare. Resto dubbioso circa il “valore culturale” (formula magica con la quale si tende a conservare tutto ciò che nella scuola c’è sempre stato, per non depauperarla culturalmente… che cosa vorrà dire, poi?). Ciò che so è che non bastano queste motivazioni. Vorrei sapere che cosa apprendono i ragazzi se è vero, com’è vero, che il suo Ministero ci chiede a chiare lettere di imparare attraverso le discipline e non imparare le discipline. Quanto alla motivazione relativa alla veicolazione del pensiero filosofico e scientifico ahimè, devo deludere il collega Reali, ritengo infatti che nessuno o quasi dei suoi allievi si sia mai servito del “latinorum” (come ebbe a dire un altro noto funestatore delle giornate dei nostri allievi) per leggere nell’originale latino qualche trattato scientifico quattrocentesco o qualche classico del pensiero filosofico del cinquecento.
Licei: credo, al contrario del collega, che l’ampliamento recente della denominazione vada solo a vantaggio del sistema liceale, smorzando quel carattere classista e di “esclusività” che ho visto con i miei occhi aumentare sino a costruire, negli esiti peggiori, veri e propri sedicenti intellettuali, arroganti e imbevuti di nozionismo. Ricordo con sofferenza quella sorta di complesso d’inferiorità che, quando insegnavo nella secondaria di secondo grado, i miei allievi dell’Istituto d’Arte avevano nei confronti dei coetanei liceali. Le assicuro che in molti casi il loro complesso non aveva ragione di esistere. La dicotomia mente/mano cui qualcuno fa ancora riferimento opponendo i licei, campioni del pensiero astratto e della riflessione teorica, ai tecnici e ai professionali rispettivamente dediti al pensiero concreto e operativo e alla sua applicazione manuale è già stata definita, con abbondanza di prove, fallace dalla ricerca psicologica e neuroscientifica. Non proseguiamo nella veicolazione di concezioni figlie solo di pregiudizi culturali e latrici di pericolose conseguenze politiche classiste. Al contrario, Ministro, non crede sia opportuno aumentare la durata dell’attuale secondaria di primo grado a cinque anni, centrandola decisamente su una didattica per competenze e definendo obiettivi comuni a tutti? Si potrebbe così adempiere l’obbligo d’istruzione con la conclusione (e non con l’interruzione) di un ciclo, si guarderebbe al futuro, si eliminerebbero fastidiose distinzioni tra tipologie di cittadini. La secondaria di secondo grado, a quel punto, potrebbe godere per la felicità di molti d’una funzione preparatoria all’Università (e dunque di un certo livello di specializzazione) e avere durata triennale (o biennale se vogliamo, ma non è questo forse il momento abbassare l’età d’ingresso all’Università per equipararla a quella della maggior parte dei paesi del mondo).

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