Posta inevasa in aumento per il Ministro

In risposta alla lettera del professor Mauro Reali: proposte e riflessioni su adozioni e Beni Culturali.

Gent.ma Ministro, in seguito alla lettera del professor Reali, pubblicata su questa rivista, mi sento in dovere di scriverle anch’io, per marcare alcune differenze rispetto al punto di vista espresso dal collega.

museo

 

Lettera che, come pronosticato da lui medesimo, difficilmente sarà letta, e che quindi andrà ad arricchire la sua cartella di posta indesiderata… o nel migliore dei casi, quella della posta cui si vorrebbe ma non si può rispondere perché maiora premunt. Nel migliore dei casi.
Sono Federico Batini, faccio il ricercatore all’Università di Perugia, dove insegno, e sono autore e formatore per l’editore di questa rivista. Ho fatto per oltre dieci anni l’insegnante (prima nella scuola secondaria di primo grado, e poi in quella di secondo). Come già il collega Reali, approfitto delle pagine de La ricerca per stimolare il dibattito e proporle alcune considerazioni. Per semplicità e chiarezza adotto il medesimo schema, in modo da rilevare le divergenze, e lo farò a puntate: questa è la prima.
– Adozione dei libri: L’argomento è complesso, sono d’accordo. Tuttavia sono restìo ad avallare le proposte del collega. Suggerirei a lei, invece, d’imporre le innovazioni necessarie, e di non consentire, per nessun motivo, l’adozione di testi editi vent’anni fa (ovvero in un altro mondo, un’altra era), chiarendo in modo anche provvisorio (ma che valga per tre anni almeno) quale sarà la direzione: ad esempio, come dovrà essere configurata la presenza del digitale in rapporto al cartaceo. La libertà intellettuale non risiede, senza dubbio, nella sola adozione di un libro di testo.
– Beni culturali: il collega Reali si sarà stupito e rallegrato nell’apprendere, a 24 ore dalla sua lettera pubblica, dell’accordo tra MAXXI e Istituzioni Scolastiche. Egli, rilevava, infatti, l’abisso di distanza tra istruzione e Musei, Pinacoteche, Archivi, Teatri – tutte istituzioni, diceva, «oggetto di poche e mirate forme di “viaggi di istruzione” o “uscite didattiche”» – e si domandava il motivo per cui la loro fruizione non potesse essere al contrario «una sorta di obbligo formativo per gli studenti che abitano i territori dove questi sono ubicati».
Concordo con la necessità di dialogo, anche se mi pare occorra fare delle precisazioni, se non addirittura in certi casi ribaltare la questione. Prendiamo il teatro: esso deve entrare a scuola, in quanto strumento che, se usato con criterio e attraverso forme adeguate (magari partendo da temi e linguaggi vicini ai ragazzi con cui lavoriamo) può significativamente migliorare i risultati didattici propriamente detti – oltre a costituire un’esperienza notevole sui piani emotivo, cognitivo e culturale. Il teatro può essere fruito ma anche agito, con indubbi vantaggi, ad esempio, in termini di sviluppo delle competenze di base.
Per quanto riguarda i Musei e le altre istituzioni consimili, vorrei invece porre l’accento sulla caratterizzazione attuale degli allestimenti italiani – i quali, nella maggioranza dei casi, soffrono di un’impostazione che nulla ha a che vedere con molti illustri esempi europei in termini di accessibilità, fruibilità, modalità espositive, ecc. Non sarà anche questo uno dei motivi del loro scarso impiego da parte della scuola? Penso soprattutto a quei musei, rivolti anche ai bambini o ai ragazzi, che però non sembrano tener conto nell’impostazione espositiva (didascalie, collocazione delle opere negli spazi, corredo didattico) dell’utenza alla quale si rivolgono.
Prima di pensare dunque ad accordi quadro o a obbligatorietà, sarebbe utile riflettere su come possiamo intervenire su questi Beni per renderli adatti a un pubblico giovane o giovanissimo. Il rischio, altrimenti, è di ottenere lo stesso effetto straniante e respingente di un cartello rivolto agli stranieri ma scritto in italiano…
Per oggi è tutto, ringrazio lei per l’attenzione e il collega Reali per avermi dato tanti e importanti spunti di riflessione.

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