Piccola ecologia degli studi letterari. Una recensione

Una bella lettura della Piccola ecologia degli studi letterari di Schaeffer apparsa sull’ultimo numero della rivista «Per Leggere».

Pubblichiamo la recensione di Simonetta Teucci del nostro QdR #1 “Piccola ecologia degli studi letterari. Come e perché studiare la letteratura?” di Jean-Marie Schaefferpubblicata sulla rivista «Per Leggere», n. 28, primavera 2015, Pensa Multimedia, Lecce. Ringraziamo l’autrice e l’editore per la gentile concessione.


Quando, nel 2005, Franco Moretti pubblicò La letteratura vista da lontano, mostrò quanto e come la produzione e la lettura di romanzi si era incrementata dal Settecento all’Ottocento, inducendo un aumento del consumo di letteratura. Da allora tale consumo è andato progressivamente ampliandosi, nonostante che nel nostro tempo da più parti, soprattutto in relazione al saggio di Todorov La letteratura in pericolo, si parli di crisi della letteratura. Eppure non si è mai letto tanto quanto si legge oggi, e sembra ormai una realtà condivisa il fatto che a essere in crisi non è la letteratura in quanto tale, ma lo sono gli studi A essere in crisi non è la letteratura in quanto tale, ma lo sono gli studi letterari, e il modo di trasmetterne i valori agli studenti delle scuole superiori. letterari, e in modo particolare il modo di trasmetterne i valori agli studenti delle scuole superiori nel loro iter di formazione. È questo l’argomento su cui si interroga Jean-Marie Schaeffer nel suo Piccola ecologia degli studi letterari. Come e perché studiare la letteratura? (traduzione italiana di Marina Cavarretta), pubblicato a fine 2014 come saggio di apertura della nuova collana QdR / Didattica e letteratura edita dalla casa editrice Loescher di Torino, che appunto intende focalizzare l’attenzione dei docenti in particolare e degli intellettuali in generale su questo aspetto (che non riguarda solamente la scuola), nella prospettiva di ribadire la necessità di una didattica della letteratura in un momento in cui la formazione iniziale e in servizio degli insegnanti sente l’esigenza di una riflessione teorica di riferimento.

In apertura del suo saggio – testo peraltro piuttosto impegnativo per le sue implicazioni teoriche e filosofiche – Schaeffer sembra ribadire la tesi di Moretti, pur spostandola nella società attuale e inglobando nella ‘letteratura’ una molteplicità di creazioni narrative, prima fra tutte dal cinema – fatto che gli consente di sottolineare la riconfigurazione delle relazioni fra cultura alta e quella che definisce «cultura vernacolare» dal XIX secolo in avanti, a dimostrazione della dinamica di democratizzazione nelle nostre società.
La letteratura è una palestra di scenari di azioni possibili che possono essere analizzati, introiettati e riattivati quando ci troviamo in un ambito di applicazione pertinente. La sua tesi di fondo sostiene l’utilità fondamentale dell’insegnamento letterario come garanzia della migliore funzione formatrice in ambito scolastico, perché un’opera letteraria fornisce l’accesso a una specifica modalità dell’esperienza attraverso quella «competenza finzionale» (ogni opera letteraria è fiction!) che permette di accedere agli universi “finzionali”, che costituiscono «modelli cognitivi analogici», basati su una «semplificazione» ed esemplificazione virtuale di una possibile realtà e di un possibile essere-nel-mondo. Come dire che la letteratura è una palestra di scenari di azioni possibili che possono essere analizzati, introiettati e riattivati quando ci troviamo in un ambito di applicazione pertinente.
La letteratura è dunque una palestra virtuale, che però insegna cosa è la vita e dipana davanti al lettore le situazioni in cui può imbattersi e le scelte che possono essere fatte. Da questo punto di vista l’immersione immaginativa nelle pagine letterarie costituisce una forte modalità di conoscenza e di sperimentazione, per Schaeffer insostituibile, e consiste nella combinazione di tre differenti processi mentali tra loro interagenti, cioè il mascheramento ludico, l’immersione mimetica e la modellizzazione analogica, fondamentali per la crescita e l’acquisizione della consapevolezza di sé.

Lo strutturalismo e la stilistica hanno portato a scuola allo svuotamento della dinamica cognitiva: si operano indagini “tecniche” sui testi, le quali però non fanno altro che snaturare il senso del testo stesso. Per arrivare a tale assunto Schaeffer compie un complesso percorso di indagine teorica, che affonda le sue radici nei processi della comunicazione linguistica e nella filosofia. In prima battuta, sulla scorta di Becher, mette a confronto gli studi letterari, o meglio quelli che chiama «le scienze dell’uomo», con gli studi delle cosiddette «scienze pure», ed evidenzia come i secondi abbiano avuto e abbiano un carattere e una dimensione transnazionale, mentre i primi si sono progressivamente individualizzati e chiusi gli uni agli altri in stretta relazione con il formarsi delle nazioni. In più, il diffondersi di alcune ricerche e di alcune teorie – come lo strutturalismo e quanto è a esso connesso (tecniche narrative, forme dell’intreccio etc.), o come la stilistica – ha portato, in ambito scolastico in particolare, allo svuotamento della dinamica cognitiva, e ha fatto sì che si finisca per operare indagini per così dire “tecniche” sui testi, le quali però non fanno altro che snaturare il senso del testo stesso.
Schaeffer sostiene infatti che «per poter maneggiare con efficacia […] gli strumenti dell’analisi strutturale – o di qualsiasi altra analisi tecnica –, bisogna avere acquisito una grande esperienza di lettura letteraria. Non è evidentemente il caso degli studenti della scuola secondaria di primo e secondo grado» (pp. 22-23). Pur riferendosi all’esperienza francese, le sue affermazioni riguardano da vicino anche la scuola italiana. Non sarà mai ribadita a sufficienza la necessità di promuovere e arricchire la lettura dei testi letterari nelle nostre scuole, pratica che troppo spesso, ahimè, risulta in disuso e obsoleta. Gli studenti vengono Alla lettura andrebbe affiancato l’incremento della pratica della scrittura, in cui si costruisce una rappresentazione «della realtà» su un piano distaccato dal tempo reale della vita, oggettivandola e distanziandola da sé.fatti misurare con raffinate “vivisezioni” dei testi senza capirne il messaggio complessivo, o con ponderose interpretazioni critiche che non sanno e non possono riportare alla concretezza del testo, che rimane sconosciuto. A questo Schaeffer aggiunge – e non è una notazione da poco – che alla lettura andrebbe affiancato l’incremento della pratica della scrittura, per favorire l’acquisizione da parte degli studenti di quella che chiama «attenzione multifocale», indispensabile per la comprensione e la fruizione dei testi letterari, di quelli poetici in particolare. Del resto, è proprio attraverso la scrittura che l’individuo forma e acquisisce la propria identità sia sociale sia individuale, perché in tale esercizio costruisce una rappresentazione «della realtà» su un piano distaccato dal tempo reale della vita, oggettivandola e distanziandola da sé. Il che costituisce un modo per rendersi conto di emozioni, azioni, decisioni e scelte di vita.

È a questo punto che Schaeffer parla di competenze, quelle competenze che gli studenti dovrebbero sviluppare negli anni scolastici con l’aiuto degli insegnanti, proprio grazie alla lettura attenta dei testi e alla pratica di una scrittura riflessiva. È in questa prospettiva che la conoscenza degli strumenti analitici risulta utile per l’insegnante, che può con essi supportare e guidare gli studenti, mettendoli davanti a quanto di implicito è presente in un testo ma non trasmettendo nozioni astratte.

I testi letterari hanno come prima funzione la riproduzione e la promozione dei valori culturali che la società ritiene di dover sviluppare. L’autore affronta a questo punto un altro aspetto fondamentale dei testi letterari, cioè il fatto che essi hanno come prima funzione la riproduzione e la promozione dei valori culturali che la società ritiene di dover sviluppare. La critica di Schaeffer a riguardo è che in tal modo vengono promossi valori che si intende difendere, ma ciò avviene in una logica normativa che fa diventare autoreferenziale tutto il processo, pur essendo un’impresa socialmente funzionale alla trasmissione delle acquisizioni culturali da una generazione all’altra. Questa funzione trasmissiva non deve però essere confusa con quella strettamente cognitiva che, in un processo descrittivista, parte da una prospettiva assiologicamente neutrale, per la quale i valori stabiliti da questa realtà fanno parte dell’oggetto da studiare.
È a questo punto che la riflessione di Schaeffer fa proprie teorie filosofiche in funzione della differenza fra le proposizioni descrittive e quelle normative, a partire da Hume – il quale, fra l’altro, sosteneva che nessuna proposizione normativa può essere dedotta da una proposizione descrittiva, in quanto non esiste nessun legame logico per passare dall’una all’altra.

Se il progetto normativista consiste nella riproduzione e nella promozione dei valori culturali di una società, e la scuola è «uno dei luoghi centrali in cui le società moderne riproducono i loro valori culturali canonici» (p. 33), il progetto descrittivista ha invece una funzione cognitiva, e si basa sulla comprensione, sulla descrizione e sulla spiegazione delle pratiche di valutazione che riguardano l’oggetto studiato. Secondo Schaeffer il seguire contemporaneamente questi due progetti porta, come ha portato, a un dilemma statutario irrisolto, cioè alla crisi essenzialmente epistemologica degli studi letterari. Lo dimostra attraverso Teoria della letteratura di Wellek e Warren, testo importante per la diffusione del paradigma strutturalista-formalista, ma che crea ambiguità perché i due autori fanno dedurre la visione normativa dalla «natura» stessa della letteratura, cioè da un giudizio descrittivo.

La distinzione fra proposizione normativa e proposizione descrittiva è invece fondamentale non solo a livello teorico, ma anche a livello delle pratiche scolastiche di insegnamento della letteratura. Se è vero che la specificità degli oggetti di studio delle scienze dell’uomo non consiste negli eventi nei quali si incarnano ma in ciò a cui «corrispondono», ovvero il significato a cui essi mirano, è evidente che non solamente devono essere descritti, ma descriverli significa che bisogna «comprenderli», capire cosa significano e cosa vogliono dire. A tale riguardo fa riferimento all’ermeneutica (a Heidegger e a Gadamer), che ha assunto come assioma generale proprio la distinzione fra spiegare e comprendere.

Critica poi Yves Citton, che in Future umanità. Quale avvenire per gli studi umanistici (2012) fa della cultura interpretativa la base del nostro rapporto con il mondo: la sua teoria, sostiene Schaeffer, svilupperebbe comunità interpretative capaci di costruire in continuazione nuove credenze (attività del tutto superflua nella nostra realtà) invece che favorire la conoscenza e la comprensione dei testi letterari.

Se, leggendo, il lettore si dimentica del traduttore, questa dimenticanza rivela la forza di trasparenza del principio di intenzionalità nella lettura. Considerato che le scienze dell’uomo hanno a che fare con fatti di significato, fatti che devono essere compresi e interpretati, è indispensabile una corretta comprensione di tali rappresentazioni, nonché di quell’aspetto complesso che è lo statuto dell’intenzione dell’autore. Schaeffer introduce al riguardo il fatto che le opere possono essere tradotte, e che la traduzione, trasportando le parole da una lingua a un’altra, apre anche altre dimensioni culturali e fattuali; tuttavia se, leggendo, il lettore si dimentica del traduttore, questa dimenticanza rivela la forza di trasparenza del principio di intenzionalità nella lettura. Perciò, sia che il Don Chisciotte venga letto in lingua originale, sia che lo si legga in un’altra lingua in cui è stato tradotto, ciò che è importante è il messaggio trasmesso dal testo con tutta la sua forza finzionale.
Se dunque è vero che la critica letteraria preferisce al principio di intenzionalità dell’autore il principio testualista, è anche vero che i due principi non si oppongono né contrastano fra loro, perché il loro intreccio relazionale costituisce la forza della comunicazione letteraria. Non va poi dimenticato che nella comunicazione scritta come è quella letteraria l’emissione del messaggio è desincronizzata dalla sua ricezione, per cui il significato che il ricevente di un messaggio costruisce non può che essere ciò che il testo significa per lui.

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