
Quei sempre troppi borbottoni che ancora pontificano sull’assenza di autrici nel passato letterario italiano o di autrici degne dei «grandi autori» loro contemporanei potranno sfogliare l’indice del nuovo volume curato e introdotto da Maria Vittoria Vittori e intitolato Magnifiche insolenti per rivedere le proprie convinzioni.
Esce per la collana «Le s8ttane» della casa editrice 8tto, impegnata nella riscoperta di scrittrici dell’età moderna e contemporanea – fuori diritti, insomma. Vittori ha già edito in Humoursex (8tto, Milano 2023) una selezione antologica controcanonica, ora arricchita dei racconti (alcuni più d’uno) di nove, «insolenti» autrici: la Marchesa Colombi (Maria Antonietta Torriani); Beatrice Speraz, che si firmava anche Bruno Sperani; Clelia Romano Pellicano (Jane Grey); Sfinge (Eugenia Codronchi); Jolanda (Maria Majocchi Plattis); Anna Franchi; le forse più note Annie Vivanti, Contessa Lara (Evelina Cattermole) e Amalia Guglielminetti.
Stampati originariamente in rivista o raccolta, mai insieme, le novelle di queste «magnifiche» nove, la cui produzione complessiva è impressionante, sono riunite in tre sezioni tematiche (Il vizio della libertà; La cultura non è un paese per donne; Pene d’amor perdute), a riprova del fatto che la storia della letteratura si può fare anche così, non solo per secoli.
Se certo le questioni affrontate nei dodici racconti totali riecheggiano vicende che toccavano da vicino le donne del tempo, comprese le nove autrici, è vero che tutte loro le affrontano con ironia e lucidità narrativa. È una misura, quella del racconto più o meno breve, in cui le scrittrici erano riuscite a ritagliarsi uno spazio di legittimità autoriale grazie ai numerosi periodici fioriti dalla fine del Settecento in avanti, al pubblico di lettrici finalmente alfabetizzate che le adoravano e alla sua forma minore, poco competitiva e dunque concessa con sussiego dai colleghi scrittori e dai direttori.
Per molte di loro, le colonne delle rubriche, delle novelle, della letteratura d’appendice furono l’architettura fondamentale su cui costruire carriere notevoli, in un mondo tutt’altro che urbano. Le gonne e le maniche fossero pure lunghe, i testi dovevano essere corti.
Il talento femminile sotto accusa

Della competizione editoriale tra una penna femminile e una maschile parla in effetti La fine di un amore (1908) di Clelia Romano Pellicano, incentrato su una coppia non regolare, ossia non consacrata dal vincolo matrimoniale, che diventa professionalmente asimmetrica.
Figlia d’arte, la signorina Fantoni, a Napoli, rielabora alcuni spunti paterni per un’opera che invece sarà farina del proprio sacco e che prova, con successo, a far pubblicare da una rivista. Il redattore, Giulio Guacci, la accoglie e, da antenato dei sedicenti Pigmalioni contemporanei, un po’ «amante», un po’ «maestro», avvia con la signorina un rapporto che si farà sentimentale e porterà a una chiacchierata convivenza. Con il tempo l’astro di lei comincia a brillare più di quello di lui, il quale sminuirà, prima solo nella propria testa, poi in pubblico, in forma anonima, la scrittura femminile con le stesse categorie che i De Sanctis e i Croce avevano sfoderato contro le autrici del passato e del presente: dopo l’accusa di plagio – è la protagonista a raccontare in prima persona –,
si tentava di dimostrare che il mio talento, come tutti i talenti femminili, era puramente assimilatore, privo di originalità vera, dal quale nulla più era ad attendersi fuorché un monotono ripetersi di atteggiamenti e di forme abusate.
Quindi si passava alla vieta sovrapposizione tra vita e arte, attribuendo alla morale e alla sessualità dell’autrice quelle, deprecabili, della protagonista di un suo romanzo:
La mia vita intera – oh la perfidia di certe insinuazioni! – si voleva veder ritratta nel libro. Ero io la protagonista sventurata e colpevole: i suoi traviamenti, erano i miei; mie le sue vergogne! Su induzioni sì false, mi si attribuiva il passato più disonorevole, mentre se qualcosa di disonorevole c’era nella mia vita, ahimè, non dovea ricercarsi che nel presente! (p. 176)
Svelato il mistero dell’identità del recensore, il compagno la lascia, con una lettera da manuale del perfetto manipolatore via gaslighting: la colpa dell’inaridimento dell’ispirazione di lui è attribuita alla forza e al successo della produzione letteraria di lei. A uno scrittore autentico non serve una donna realizzata ma «l’Ispiratrice, la Musa», possibilmente deceduta, come Guacci le rimprovera nella lettera d’addio: «Credete Voi che Dante e Petrarca avrebbero raggiunte siffatte altezze d’ispirazione se Beatrice e Laura non fossero morte così presto?» (p. 181). E ancora:
Immaginate Voi qual sollievo per noialtri – quando dico noialtri intendo scienziati, letterati, artisti, quanti vivono del lavoro cerebrale – il non esser obbligati, tornando dal gabinetto chimico, dalla cattedra, dallo studio, là dove è rimasta la miglior parte del nostro midollo cerebrale, di restare all’altezza della propria fama?! Potersi riposare accanto a una creatura semplice, discutendo la ricetta del salmone alla creola o del manzo alla cacciatora […]. (pp. 181-82)
Secondo questa teoria, la sottomissione della donna, ridotta a funzione, poetica (la Musa) o prosaica (la cuoca) che sia, è necessaria alla realizzazione del maschio, che solo se non ha competitrici in casa, può sfogare liberamente i propri impeti intellettuali.
Annie Vivanti e il mestiere di scrivere
Il tema della scrittura diventa riflessione metaletteraria nel racconto La scelta dell’argomento (1918) di Annie Vivanti. Qui una scrittrice, incalzata da scadenze e consegne, svela i continui cambi tematici in cui si è cimentata per rientrare nel numero di parole richiesto dal suo giornale.
Sono tutti inizi e parziali sviluppi di storie (recensioni, una delle quali alla scrittrice inglese Lawrence Hope, racconti di bambini prodigio e dive capricciose, calligrafie incomprensibili, uomini oggetto che per protesta sposano una ragazza cieca e senza un soldo) che però vengono via via abbandonati perché l’autrice non ne è soddisfatta. Soddisfatto è invece il direttore del giornale, che raccatta tutti i fogli appallottolati e madidi d’inchiostro e li porta in tipografia.
Sembrano gli incipit delle opere della letteratura potenziale; ma li ha scritti una «donnina», nessuno ha mai pensato di farne un movimento artistico, semmai vi sono stati trovati elementi per svilirne le forme e ridurle a scarsa ispirazione, ripetitività, mancata originalità.
Amori, matrimoni e altre convenzioni
I racconti dialogano inaspettatamente tra loro, presentando anche storie d’amore fuori dagli schemi, in cui la crisi della coppia borghese non viene tuttavia vissuta con il tormento di lettere lagrimose, ma con un realismo quasi crudele. Anche colei che più indulge in avventure sentimentali, Contessa Lara, lo fa o ponendo fine a una «malaugurata relazione» (Appunti del taccuino, 1890) oppure evidenziando la sproporzione tra l’investimento emotivo di lei e la sbrigativa propensione liquidatoria di lui, che ottenuto lo scopo, ghosta (Corrispondenza d’amore, 1917).
Amalia Guglielminetti sconvolge i binari di una relazione già di per sé illecita, aggiungendo una terza giovane che appare tutt’altro che ingenua (La cuginetta provinciale, 1923). Sfinge ricostruisce lo scandaloso ménage di una coppia romena – l’origine estera salva sempre le apparenze nazionali – e mette al riparo dalla gogna sociale una signora italiana in vacanza a Verbania, che non aveva certo bisogno di aggiungere un quartetto al proprio carnet erotico (Le vie della salute, 1924).
Analogo, anzi più ampio e consapevole anticonformismo emerge quando a divenire materia narrativa sono gli istituti del patriarcato borghese, prima e durante il fascismo, rivisitati – lo si sente – alla luce delle discussioni e delle rivendicazioni dei primi movimenti femministi: i vacui rituali del corteggiamento, nel racconto pieno di suspense della Marchesa Colombi (Skating-Ring, 1879), ambientato a Milano; la deficitaria educazione femminile e la dote, ostinatamente gestita dai membri maschili di una ricca famiglia meridionale, in un altro di Romano Pellicano (La dote, 1908); gli obblighi, i benefìci e le piacevoli sorprese della (presunta) vedovanza in Un dolore inconfessabile (1919) di Sfinge (scrittrice che convisse con un’altra autrice, Bianca Belinzaghi, da lei amata); i matrimoni fondati su omertà e doppio standard, per cui il marito poteva tranquillamente frequentare donne «di quelle» e condividere poi con la moglie le conseguenze delle malattie sessualmente trasmissibili così contratte, nel racconto Nella buona società (1889) di Beatrice Speraz; le attività domestiche nella Gloria dell’ago (1894) di Jolanda.
Una dolceamara simpatia suscita infine Un tipo di conservatore (1920) di Anna Franchi: per il protagonista, Panfilo, nome di memoria boccacciana, qualunque cambiamento, dalle novità editoriali a quelle tecnologiche, è avvertito quale pericolosa rivoluzione, nonostante questo metta a rischio il suo stipendio, la salute e la vita. Soltanto l’arguzia della moglie, sulla quale ovviamente pesano sospetti di relazioni cornificanti, preserva il testardo conservatore dalla trasandatezza e da una cancrena che lui mai avrebbe voluto curare. Alla vigilia dell’affermazione politica del fascismo, Franchi ci offre il prototipo dell’elettore italiano borghese, votato allo status quo sempre e comunque, eppure salvato sotterraneamente dalle tanto deprecate innovazioni e dalla moglie intraprendente.
Oltre la retorica delle ribelli e delle maledette, Magnifiche insolenti consegna alle librerie, ai comodini, alle scrivanie e, si spera, anche ai banchi di scuola un’antologia di scrittrici originalissime, che delineano ambientazioni multiple, da Nord a Sud, suggeriscono immaginari diversi e si prestano a ogni genere di attraversamento critico, e prima di tutto stilistico. Purché sgombro di pregiudizi extraletterari.