
Parrhesía cinematografica
Non faremo l’elenco dettagliato dei tagli e delle imprecisioni storiche, letterarie, linguistiche, materiali di The Odyssey, il film che il regista e sceneggiatore Christopher Nolan, non senza consulenze illustri, ha dedicato al poema omerico, da intitolarsi più opportunamente Nolaneide.
Ogni rielaborazione si deve prendere qualunque libertà, la parrhesía ateniese, per poi essere sottoposta al giudizio pubblico, anche in base al linguaggio scelto, che richiede una prospettiva e dunque una lettura mai coincidenti con l’originale.
Segue, piuttosto, una lista di perplessità legate a scelte cinematografiche discutibili, non per la loro incongruenza rispetto ai versi di Omero e degli aedi, ma perché disorientano e disturbano lo spettatore che in traduzione se non nell’originale abbia letto e riletto quegli esametri.
Attori e attrici fuori posto
Il cast hollywoodiano trascina con sé tutto il curriculum che attori e attrici hanno accumulato negli anni, specialmente ruoli in film di fantascienza o spot entrati nell’immaginario.
Come non intravedere Anna Wintour e Miuccia Prada a giudicare impietosamente con un cenno del viso Penelope-Anna Hathaway mentre tesse tele, indossa abiti elegantissimi e sfoggia una spilla a forma di Atena (o di premio Oscar)? Come non pensare che a Telemaco-Tom Holland, mentre tenta di liberarsi dai traditori a Pilo, spuntino dai polsi le ragnatele di Spider-Man? Come non sperare che Atena-Zendaya si liberi del saio da clarissa e inizi a inveire alla Rue Bennett? Come non temere che Antinoo-Robert Pattinson si attacchi con i canini al collo di Penelope e le succhi il sangue al pari di un vampiro di Twilight? Come non canticchiare J’adore mentre Calipso-Charlize Theron sfila lungo la battigia con, in mano, il pescato del giorno?
Non parliamo del protagonista: Matt Damon ha girato talmente tanti film di successo che il suo Ulisse è una congerie inestricabile di voci e volti, a partire da quelli dello scaltro Tom Ripley.

Telemaco, principe bamboccione
Il più titubante dei personaggi è Telemaco. Chi si merita di avere Ulisse come padre per poi riuscire a sopravvivergli? Sul figlio grava il peso di un sovrano dalla fama immortale già da vivo e che non ha mai davvero conosciuto. La Telemachia occupa la prima, noiosa ora della Nolaneide come i primi quattro libri dell’Odissea omerica, i meno letti proprio perché poco odissiaci. Telemaco fa quel che può per ritrovare Ulisse, tratta con una madre non meno dispotica, si barcamena tra i pretendenti, segue i consigli di Mentore, il padre putativo che puntualmente gli uccidono sotto il naso.
Con le lenti della narrativa moderna, Telemaco è ridotto al ruolo di inetto, che solo la psicoanalisi di Svevo potrebbe parzialmente salvare (o definitivamente far sprofondare). Quando i genitori, in partenza per la crociera che non avevano fatto dopo le nozze, lo salutano vestito da re, sembra la parodia di sé stesso, un sovrano bambino ormai orfano che farà crollare silenziosamente il piccolo Stato insulare.
Telemaco cade vittima di quel paternalismo con cui ancora oggi i giovani vengono liquidati come nullafacenti e pretenziosi, perché così la generazione di tardo-adulti al potere potrà continuare a occupare i posti chiave.
Agamennone e Menelao, Batman e Robin
I due capi della spedizione achea si impongono come due marcantoni di rara spacconeria. Agamennone troneggia in mezzo alle mura di Troia aperte vestito da Batman, con tratti di Darth Vader – omaggio a un altro eroe caro a Nolan, che sull’uomo-pipistrello ha girato tre splendidi film (bei tempi!). Non vola, si getta nella mischia non si sa bene con quanta agilità visti i paramenti e, da stolto sprovveduto, finirà malamente pugnalato da Clitemnestra al ritorno a casa, nudo, nella sontuosa salle de bains della reggia. Agamennone ha un guizzo di umanità da morto, quando, di nuovo nerovestito, appare dall’Ade a Ulisse rubando la scena a tutti gli altri defunti (Nolan cita solo lui, Sinone e Tiresia, cancella Achille, Elpenore, Aiace, Anticlea).
Il fratello Menelao, marito di Elena, cioè la sorella di Clitemnestra (tutto in famiglia), è un rude, che con la sua calvizie rompe il tabù dell’eroe riccioluto e biondiccio e sfregia la moglie dopo averla risequestrata da Troia. Con Telemaco si comporta da amico, ma quei segni sul viso di Elena, che inverosimilmente gli banchetta accanto, ricordano che la comprensione e l’empatia valgono solo tra uomini di un certo rango. Batman è morto, Robin gli è sopravvissuto, ma preferisce fare il Joker.
Penelope e Melanto, la sposa e l’adultera
Si oppongono, nella corte di Itaca rimasta scapitozzata, due visioni di donna: quella di Penelope, fedele fino alla morte, la regina in perenne attesa del suo Ulisse, che fa e disfa, che pensa e ripensa, isolata in un gineceo che è più le volte in cui è aperto che quelle in cui è serrato; quella di Melanto (Mia Goth), una delle serve che, dopo anni, capisce che è meglio tentare un compromesso storico con i proci, nel caso della Nolaneide con Antinoo. Manco a dirlo, finirà anche lei macellata dalle frecce di Ulisse.
Nella storia spesso si sono contrapposti i due ruoli: la casta e la lussuriosa, la fedele e la sleale, la sposa e l’adultera, sempre condannata. Penelope viene premiata da viva, diversamente da tante altre che lo saranno solo nell’aldilà; ma è così deprecabile il comportamento di Melanto, magari in cambio di un po’ di cibo, di denaro, di sesso? Quante e quanti, in situazioni analoghe, non seguirebbero il realismo politico di Machiavelli anziché l’idealismo dei santi e dei puri? In fondo le spiate delle ancelle non sono servite anche alla granitica regina per fiutare le mosse dei pretendenti, come ricostruito nel Canto di Penelope di Margaret Atwood? E se Ulisse non fosse tornato? Ok, con i se non si fa la storia; nella storia le Melanto fanno sempre e comunque una brutta fine.
Elena e Clitemnestra, le sorelle che non ti aspetti
Sul personaggio di Elena (e di Clitemnestra) si è discusso perché, secondo i soloni della morale corrente, la scelta dell’attrice che l’impersona, Lupita Nyong’o, sarebbe frutto di una mossa woke in contrasto con le definizioni di bianchezza del poema. Ora: a parte che ricostruire il colore della pelle dei personaggi omerici riserverebbe più di una sorpresa, se il casting si è mosso nel segno della diversity ha omesso due «quote etniche» dovute se non altro all’ambientazione: la Grecia e l’Italia, da cui invece non stati pescati attori né attrici. E anche i paesaggi, dagli interni troppo cupi (ma non siamo sulle assolate coste del Mediterraneo?!), non sono sempre centrati.
Elena è una donna provata, indurita dalla duplice deportazione, sfregiata – crimine che, sul volto di un’attrice kenyota, richiama una stratificazione storica di violenze sui corpi delle donne che dall’antichità e dal mito ci porta allo schiavismo e alla colonizzazione. Anche lei fa quel che può con Telemaco; poi sparisce. Più che un omaggio di diversity, la scelta di una Venere nera ha un che di esotizzante, una Aida epica contro cui avrebbe tuonato Edward W. Said.
Circe e Calipso sdivinizzate
Le due donne con cui Ulisse ha una relazione affettiva nell’Odissea omerica, nella Nolaneide acquistano tratti grotteschi; nello sforzo di umanizzarle, qualcosa è sfuggito di mano. Circe (Samantha Morton) è una caricatura della femminista-strega da mondo al contrario che cucina e trasforma gli uomini in suini per evitare di essere aggredita. Una maliarda cannibale, un’isterica paranoica che, in preda a misandria, si cheta solo con Ulisse perché lui è l’eccezione che non conferma la regola: ascolta, dialoga, verbalizza le emozioni, non è narcisista, non è un manipolatore, no no; il suo animale totem è Homo sapiens sapiens, cioè sé stesso.
Nella Circe di Nolan non c’è traccia della figlia del Sole, della diva soprano che accompagna il lavoro al telaio con il canto fino a ispirare, via Virgilio, la Silvia leopardiana. Circe è una paesana puzzona, forse lesbica, una demagoga senza demo che, in un mondo di scaricatori di porto, fa parte per sé stessa e apre uno zoo illegale, come poi l’Alcina di Ariosto. Ci mancava solo che si presentasse come una bellona rifatta per celare i tratti da vecchiarda.
Altrettanto spartana (in senso metaforico) è la ninfa Calipso, una spacciatrice di loto con cui cura la depressione del paziente Ulisse. Il quale, però, sviluppa una sofferta dipendenza e amnesia finché, di punto in bianco, fa il casting per l’Isola dei famosi.
Trasformatasi in Simona Ventura (o Valeria Marini?) in diretta dall’Honduras, Calipso lo invita a vincere una prova ricompensa: costruire una zattera per andarsene e lasciarsi andare, rinunciare alla mania del controllo. Poco importa che così Ulisse rischi l’annegamento. La zattera starà a galla perché l’eroe si è abbandonato. Quanta profondità psicoanalitica! Chi vincerà al televoto?
Sinone, il traditore martire
Insieme alla guerra e agli ammazzamenti, la parte militare della sceneggiatura è affidata ai «veterani» di ritorno da Troia, che hanno alimentato leggende e dicerie. Come quelli della Corea, del Vietnam, dell’Afghanistan, dell’Iraq, i veterani pretendono il loro posto nella società senza però riuscire a riconoscere e superare il disturbo da stress post-traumatico. Sono uomini!
Non tutti ritornano: uno, Sinon from Ithaca (Elliot Page, transgender), diventa il chiodo fisso per l’Ulisse nolaniano. Nei poemi non è un gran personaggio, è colui che ha aperto il cavallo dopo aver convinto Priamo ad accoglierlo e così si è aggiudicato la nomea di traditore. Spassosa la sua rissa, nell’Inferno di Dante, con maestro Adamo, tra i falsari: Sinone gli tamburella l’«epa croia»; Adamo gli tira uno schiaffone con il braccio libero (canto XXX, vv. 97-129).
Nella Nolaneide, Sinone, che muore subito, è il ricordo che sosterrà Ulisse nella sua vendetta contro i pretendenti, è come il giovane Pallante per l’Enea di Virgilio: la vista del suo balteo, sottratto da Turno dopo che l’aveva ucciso, spingerà Enea a finirlo un po’ come il bastoncino di Sinone verrà messo in bocca ad Antinoo prima del colpo di grazia di Ulisse.
Polifemo, Argo e gli altri mostri e animali
L’unico personaggio che, pur non essendo umano, ha almeno la stazza di un Avenger è Polifemo, il ciclope monocolo figlio di Poseidone la cui ira scatenerà le disavventure successive. Polifemo inizialmente appare come un gigante incolto, che deliba carne umana per sfizio. In realtà, i compagni di Ulisse si accorgono che questo Gollum ciclopico sa parlare, bofonchia cose; non cercano, però, il dialogo con lui e non prende piede l’inganno del nome «Nessuno» che rimane impresso sui banchi di scuola.
Le sue urla, che nell’antro rintronano le orecchie di gregge e personaggi, fanno detonare la sala cinematografica e rimpiangere agli spettatori di non aver portato la cera delle sirene. Queste, a loro volta, sono indistinguibili, salutano in topless l’arrivo della nave di Ulisse come nella pubblicità di una crema solare e attirano un vogatore, che si tuffa verso di loro.
Ulisse ascolta il loro canto e, a giudicare dalla sua piagnucolante reazione, devono avergli somministrato un interrogatorio da Torquemada o il bacio del dissennatore più che una melodia o – come suggerisce la sceneggiatura – la silenziosa rivelazione delle sue paure.
Potente anche la resa di Scilla, un immenso ragno di pietra le cui zampe piombano fragorosamente sulla nave superstite di Ulisse dopo Cariddi. Altri decibel perduti.
I lestrigoni, pure loro muti, sembrano usciti direttamente da Star Wars: un esercito metallico di C-3PO o di cloni assassini.
Più simpatico è il cane itacese Argo, che agonizza per anni in orizzontale in attesa del ritorno del padrone, malmenato dai proci e soccorso da Eumeo, il porcaro che ama gli animali, purché sani e pingui (un fratellino di Argo è scartato senza pietà). Benché non ne abbia il physique du rôle, Argo è arruolato in gioventù come cane da caccia, deve pur servire a qualcosa e, come quasi tutti a Itaca, anche lui schiatta al contatto con Ulisse redento. Scodinzola, abbaia tra sé e sé: «Ulisse, Ulisse, perché mi hai abbandonato?», china il muso e spira. Così finisce la sua passione. Bau.
I troiani, anonimi punti bianchi
E i vinti? Quelli che, a detta di molti, dovrebbero ricordare le vittime di oggi, i gazawi, gli ucraini, i sudanesi, gli iraniani? Ulisse non riesce a ucciderli dopo che è entrato nella loro terra, è in crisi esistenziale, ma nemmeno li comprende e osserva stupito la decapitazione del Palladio, la statua di quella dea Atena che dovrebbe essere anche la sua protettrice.
Li intravede, i troiani, mascherati di bianco, che si difendono invano dagli assalti, dagli stupri e dalle distruzioni dei greci invasori. I fratelli, le sorelle e i genitori di Ettore, Priamo ed Ecuba non pervenuti; Cassandra e Laocoonte svaniti; Elena stessa non viene immortalata durante i falò di affronto. Troia incendiata è una specie di New York dell’antichità in miniatura, con tanto di World Trade Center che crolla sotto i colpi degli attentatori usciti dalla pancia di uno strano marchingegno.
Al regista non interessa questa parte della storia se non in funzione del suo eroe: ha bisogno di qualche centinaio di morti per sedersi al tavolo della sua redenzione.
Il messaggio
Veniamo, da ultimo, alla cosa più fastidiosa della Nolaneide: il «messaggio». Qui il regista paga il suo debito alla costruzione delle sceneggiature hollywoodiane che, se vogliono appagare, non possono rinunciare ai meccanismi narrativi più logorati.
Se è indubbio che il percorso di Ulisse culmina nella presa di coscienza dell’inutile e gratuita efferatezza di ogni guerra, la sua redenzione avviene nel segno del sangue, fino al massacro dei pretendenti e delle serve traditrici. Ulisse sa che per questo dovrà scontare l’esilio, eppure non rinuncia alla strage. Quindi ha capito tutto e niente.
Nel finale, sembra di vedere un Ulisse Tramaglino che confida a Penelope Mondella, in procinto di partire per una imprecisata Bergamasca, tutto quello che ha imparato, una lezioncina moralistica che infatti Manzoni deve temperare per produrre un decente «sugo della storia».
Nella Nolaneide, duecento anni dopo, siamo ancora fermi lì, all’eroe romantico borghese che ha imparato tutte cose grazie alla sua fortuna o virtù, «o per colpa o senza colpa», con l’aggiunta della «fiducia in Dio» (la «legge di Zeus») che raddolcisce i «guai» al fianco di una «bella montanara» più savia ma meno potente di lui.
Per la verità, sul ruolo divino nelle azioni umane gli dèi stessi riflettono nel primo libro dell’Odissea a proposito dell’uccisione di Egisto:
Incredibile, come gli uomini muovono accuse agli dèi.
Dicono che i loro mali derivano da noi. Invece proprio
per le loro scelleratezze patiscono dolori, al di là del loro destino (ὑπὲρ μόρον).
(α, 32-34, trad. it. di V. Di Benedetto)
Nella Nolaneide, il ruolo degli dèi è evanescente, limitato a qualche comparsata di Atena, unico residuo soprannaturale della forzata umanizzazione a cui il regista e sceneggiatore ha sottoposto l’opera. Resta il destino, quello sì, dell’eroe e del poema, molto, molto crudele.
L’eroe che ha ammazzato e fatto ammazzare, che ha dovuto farlo, povero!, illuso e tradito, non va dritto agli Inferi, come sarebbe stato più coerente aspettarsi (e come Dante giustamente immagina); va in esilio con la moglie come un re detronizzato dopo vent’anni di dittatura e un referendum repubblicano, a dare sepoltura ai veterani.
Ha contribuito al crollo di una «civiltà» e, sempre lui, ne inaugura un’altra come il nipote del Gattopardo (non lo dice, per non rompere l’illusione): non si toglierà mai davvero di torno e il povero Telemaco, celibe, senza consiglieri, senza prole perché sarà sempre prole di sé stesso, agghindato come un bambolo mentre saluta i coniugi laerziadi dal molo, già preannuncia la palude politica.
In The Odyssey 2, se mai ci sarà, Ulisse tornerà, farà fuori pure Telemaco ormai degenerato in Sardanapalo e insedierà al suo posto il secondo figlio avuto da Penelope, allevato come Zeus comanda (per una trama simile si veda la teoria del complotto in Numero zero di Umberto Eco: Lui, il duce, non è mai stato eliminato e pianifica nell’ombra).
Quelli come l’Ulisse di Nolan, con i loro tormenti, le loro lezioni di vita, le loro fatue autoredenzioni non se ne vanno mai. Gli dèi e le dee, invece, sfinite dalla noia di avere a che fare con umani ridotti a maschere, si dileguano e ci abbandonano nauseati e perplessi a una commedia dell’arte travestita da epica.