L’orientamento formativo

Come ha avuto modo di ripetermi più volte Renato Zaccaria, che considero uno dei miei maestri: “l’orientamento inizia con l’ascolto e l’ascolto non è una cosa semplice”.

Oggi all’orientamento si assegna anche (forse soprattutto) uno scopo formativo: riuscire a dotare le persone di tutte quelle competenze che una società come quella contemporanea richiede per gestire e controllare la propria esistenza. Per semplificare, se l’accompagnamento, comunque inteso, a una scelta può aver caratterizzato l’orientamento negli ultimi anni del secolo scorso (quando la maggior parte delle scelte si collocava in momenti socialmente definiti), oggi che le scelte si reiterano e si moltiplicano nella vita di ciascuno occorre pensare al “saper scegliere, saper progettare, saper adottare strategie, essere consapevoli delle proprie competenze e saperle mobilizzare” – tutto ciò in modo adeguato alla costruzione di un progetto formativo, professionale e di vita in continua ridefinizione.

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Le difficoltà che le persone incontrano a mettere in campo livelli di decisionalità, di stabilità e di sicurezza capaci di consentire l’esercizio di una progettualità formativa, professionale, esistenziale influenzano allora la sostanza stessa dell’orientamento, ne interrogano le modalità, le funzioni, le acquisizioni, le professionalità che vi intervengono. Tramontati alcuni equivoci riguardo all’orientamento, che abbiamo visto appiattito ora su modalità di tipo attitudinale, ora su modalità di tipo esclusivamente informativo, ora su procedimenti di vera e propria sostituzione della decisionalità del singolo soggetto con quella dell’orientatore (variamente inteso), oggi l’orientamento sta assumendo, finalmente, una nuova valenza appropriata ai tempi in cui viviamo.
Una recente ricerca, diretta dallo scrivente e inedita, che ha interessato un campione di 200 studenti dei diversi corsi di laurea afferenti alla Facoltà di Scienze dell’Educazione dell’Università di Perugia, attraverso un questionario a risposte multiple, ha evidenziato come i ragazzi iscritti al primo anno dell’Università di Perugia (Facoltà di Scienze dell’educazione) ritengano, con una percentuale superiore al 60%, che l’orientamento nella scuola secondaria di secondo grado sia affrontato in modo superficiale. Non sarà privo di rilievo notare che il 74% ritiene di aver effettuato la scelta universitaria soprattutto per una decisione personale e una percentuale quasi altrettanta alta correli questa scelta al desiderio di operare nel campo educativo, e che la rilevanza maggiore delle informazioni vada attribuita, per il 50% dei partecipanti, alle informazioni reperibili on line (soltanto il 17% ha ritenuto significative le informazioni ricevute dalle segreterie universitarie o quelle rese disponibili da opuscoli contenenti informazioni sull’università medesima).
L’informazione più importante che si rileva però, ai fini di questo contributo, è quella relativa al significato attribuito all’orientamento che è, per il 26% dei soggetti che hanno risposto al questionario, soprattutto un percorso di “crescita personale”, e per il 34% un processo attraverso il quale si “apprende a prendere decisioni”. Si tratta, in ambedue i casi, di formulazioni e convinzioni che riguardano strettamente le finalità dell’orientamento formativo il quale, oltre a rispondere alle richieste del mondo contemporaneo, inizia a rispondere in modo coerente ai bisogni formulati dagli utenti. Particolarmente rilevante appare allora questo processo di cambiamento attraverso cui l’utenza appare, con una percentuale eloquente (complessivamente il 60%) maggiormente consapevole del proprio bisogno orientativo e di cosa chiedere ai percorsi, ai processi, alle iniziative di orientamento.
In un intervento richiestomi in occasione di un convegno nazionale sull’Orientamento, organizzato dalla Rete degli Informagiovani e svoltosi nel dicembre 2011 a Cremona – significativamente intitolato “L’orientamento di fronte alle sfide del XXI secolo” – ho avuto modo di interagire con molte classi di studenti della scuola secondaria di secondo grado. La mia funzione era infatti quella di condurre un focus-group di dimensioni ciclopiche in cui potessero esplicitarsi, a seguito di alcuni stimoli da me forniti, i bisogni e i desideri in termini di orientamento dei ragazzi/e partecipanti. Una prima notazione riguarda l’eccessivo ancoraggio dei ragazzi/e nella scelta dei loro percorsi formativi (ancoraggio imputabile più agli adulti di riferimento che a loro) alla professione futura (nel senso delle possibilità occupazionali più che nel senso della motivazione all’attività lavorativa, ancoraggio che viene confermato dalla ricerca citata nel testo e svolta con gli studenti universitari perugini nello stesso periodo), quasi che fosse ancora realistico effettuare la scelta di un percorso universitario sulla base delle odierne chances d’impiego (che si saranno, senza dubbio, modificate una volta che il percorso medesimo sarà terminato).
I ragazzi/e presenti hanno espresso bisogni e richieste che possiamo suddividere in poche aree:
– l’area dell’informazione: il bisogno di informazioni raccolte e chiare. La pluralità delle fonti, la difficoltà a distinguere le fonti autorevoli da quelle meno, l’incompletezza di alcune informazioni, costituiscono un ostacolo rilevante per i loro bisogni;
– l’area delle proposte esterne (con una distinzione, richiesta dai ragazzi, tra marketing e orientamento): il bisogno di presentazioni adeguate. Le giornate di presentazione delle Facoltà o i Saloni di Orientamento si risolvono, spesso in presentazione di scuole, corsi di laurea e altri percorsi in cui l’apparenza è più forte della sostanza, in cui il desiderio di “attrarre” è più forte del desiderio di fornire informazioni utili. I ragazzi/e propongono di costruire setting più mirati e specifici, privi di grandi sfarzi, nei quali siano loro a predisporre richieste e domande;
– l’area dell’orientamento formativo: i ragazzi/e percepiscono il bisogno di momenti in cui si affrontino i temi della scelta, della progettualità, dei modi migliori per costruire il proprio futuro, desiderano apprendere come si fa a pensare e progettare il proprio avvenire. Sentono il bisogno di conoscere le esperienze di ragazzi/e poco più grandi di loro, di come hanno vissuto, di come hanno scelto, di quali sono state le conseguenze, sentono il bisogno di conoscere le loro storie;
– l’area dell’esperienza: i ragazzi/e ritengono molto importante la possibilità di sperimentare direttamente ciò che poi devono/vogliono scegliere (dalla lezione universitaria non artificiale, sino a stage con ruoli reali…) e di conoscere le esperienze di altri (poco più grandi di loro).
I servizi di orientamento rivolti ai giovani hanno la possibilità di una negoziazione con loro, orientando il bisogno di orientamento attraverso degli stimoli, mantenendo la capacità di accogliere idee, intuizioni, proposte.
Come ha avuto modo di ripetermi più volte Renato Zaccaria, che considero uno dei miei maestri: “l’orientamento inizia con l’ascolto e l’ascolto non è una cosa semplice”.

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