Linguaggio corpo e silenzio

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Ne “L’ora di greco” Han Kang racconta una storia enigmatica e misteriosa: un professore cieco, una donna muta, un “quasi lieto fine”.

 

Se perdessimo vista e parola, cosa ne sarebbe di noi? Quale esperienza avremmo del nostro corpo?
L’ora di greco di Han Kang (Adelphi, traduzione di Lia Iovenitti) pone al centro del suo racconto tali interrogativi; la storia è semplice ed enigmatica come lo è spesso nella narrazione dell’autrice sudcoreana (della quale ricordiamo non solo il romanzo La vegetariana, ma soprattutto lo splendido Atti umani): ci sono un uomo e una donna; lui è coreano, ha vissuto per lungo tempo in Germania, sta diventando cieco, ed è un insegnate di greco antico, mentre lei è una poetessa – suo figlio è stato affidato dal padre, perché lei vive in condizioni economiche precarie e ha problemi psicologici – che improvvisamente, proprio come le era successo durante l’adolescenza, non riesce più ad articolare le parole. La poetessa frequenta il corso di greco che il professore, tornato a Seoul, tiene una volta alla settimana; un fatto fortuito e casuale li avvicinerà.

Il romanzo inizia con una citazione di Borges (a chiarire sin dal principio il portato metaletterario della storia): «C’era una spada tra di noi», e immediatamente viene da chiedersi cosa sia questa spada, e chi divida da chi. Qual è, quindi, il confine segnato dalla lama? La risposta potrebbe essere il linguaggio. Potremmo immaginare L’ora di greco come una riflessione sulla impossibilità di rappresentare il mondo: né la parola né le immagini possono fornirci una possibile restituzione della realtà. La spada segna il limite tra il mondo e la nostra esperienza di esso. Un primo indizio, ad esempio, può essere fornito da due assenze piuttosto vistose:

  • nessuno dei due personaggi ha un nome proprio; ci viene fornita, certo, con abili analessi, l’immagine della loro vita passata, ma nessuno dei due possiede un’identità nominale: può qualcosa che non ha nome esistere?;
  • entrambi i protagonisti soffrono di una menomazione, di cui non ci viene fornita nessuna spiegazione o causa, che li rende invalidi e li relega ai margini della società.

Il professore e la poetessa sono due paria, due estranei al flusso della vita ipertecnologica odierna, in cui le “parole” – pensiamo solo alle miriadi di parole che giornalmente usiamo nei nostri messaggi email che leggiamo sui siti di informazione – e le immagini – citiamo alla rifusa: serie TV, Instagram, Tiktok, le fotocamere dei nostri cellulari – sembrano aver invaso il mondo e l’universo. Viene da chiedersi, leggendo il romanzo, se tutta questa sovraesposizione iconica abbia reso il mondo più rappresentabile o se avesse ragione Italo Calvino, quando nella metà degli anni Ottanta, in Lezioni americane, ragionava così sul tema della visibilità: «Oggi siamo bombardati da una tale quantità d’immagini da non saper più distinguere l’esperienza diretta da ciò che abbiamo visto per pochi secondi alla televisione».

Quel mondo immaginato come possibile da Calvino è precisamente identico alla realtà in cui si muovono i protagonisti de L’ora di greco: «Dopo la lezione, si incammina come sempre nelle strade buie. E come sempre, le auto sfrecciano a velocità sconsiderata. I rider in sella ai motorini, coi bauletti di metallo rosso contenenti i pasti notturni, guidano spericolati senza rispettare né corsie né semafori. […]. Arriva nel tratto caotico all’incrocio tra una strada a quattro corsie e una a otto. In lontananza, svettano palazzi con in cima giganteschi cartelloni digitali. Come sempre, si ferma davanti alle strisce pedonali e alzi gli occhi agli schermi. Facce ingrandite decine di volte muovono labbra enormi che dicono cose non udibili». Le pagine di Kang ci consegnano un mondo ormai alla fine, vicino all’apocalisse, «cadaveri sulle barelle, manifestazioni di protesta, aeri in fiamme, donne che piangono».

Questa è la realtà in cui i due personaggi fanno una profonda esperienza di deprivazione sensoriale, che diventa simbolo di una povertà di ogni tipo di linguaggio, di qualsiasi ipotesi di rappresentazione: «Ma la cosa più penosa di tutte era che sentiva con una chiarezza agghiacciante ogni singola parola che le usciva dalla bocca. Perfino la frase più banale lasciava intravedere con la trasparenza del cristallo perfezioni e imperfezioni, verità e inganno, bellezza e bruttezza». La lingua, per i protagonisti del romanzo di Kang, diventa un incubo: «Le capitava di sognare una parola che condensava tutte le lingue dell’umanità. Era un incubo così realistico da lasciarle la schiena fradicia di sudore».

La «lingua di un’autosufficienza estrema» è l’orizzonte estremo di questo mondo, il decadere della lingua è il venir meno della società, delle relazioni, come afferma il professore, quando durante la sua ora di lezione, cercando di spiegare la bellezza della prosa della Repubblica, sostiene che «Il greco utilizzato da Platone assomiglia a un frutto maturo sul punto di cadere dal ramo. Nelle generazioni successive, conoscerà una rapida decadenza. […]. In un certo senso potremmo dire che Platone aveva di fronte a sé il tramonto non solo della sua lingua, ma di tutto il suo mondo».

La nostra situazione, sembra suggerire Kang, non è così diversa: siamo al fine di un mondo, un mondo che ha smesso di pensarsi, che è entrato in crisi, che non ha più idea di come rappresentarsi. È interessante leggere questo libro – pubblicato in Corea del Sud alcuni anni fa – alla luce dell’ultimo lavoro, testamentario, di McCarthy (Stella Maris e Il passeggero: di entrambi ho parlato su questa rivista online, qui e qui), perché in modi diversi, ma altrettanto radicali, tali opere affrontano le medesime tensioni speculative.

Anche il quel caso la storia d’amore, una storia d’amore incestuosa, metteva in luce i limiti delle parole che abbiamo, mostrava le soglie della nostra conoscenza, conducendoci lentamente verso un tempo primordiale, un tempo in cui era possibile pensare l’uomo senza il linguaggio. Ne L’ora di greco l’uomo cieco non vede più le parole, mentre la donna legge le parole ma non può/vuole dirle: ecco una sorta di immagine primordiale – un uomo e un donna, in un tempo remoto, quando ancora il linguaggio non era necessario, prima della scelta dell’umanità di formare le prime parole per smetterla «di comunicare in silenzio, servendosi di suoni inarticolati come oooh e uuuh». La cecità e il mutismo costringono il professore e la poetessa a essere nuovamente pre-linguistici nel rapporto con le cose e con loro stessi: L’ora di greco è un lento apprendimento a fare a meno delle parole, e riutilizzare quei suoni inarticolati; il percorso narrativo della loro storia, il loro incontrarsi e congiungersi non ha tanto a che fare con l’amore, ma con l’esplorazione del corpo: per raccontare la loro unione Kang abbandona l’andamento tipico della prosa, prendendo i movimenti della poesia (la riporto con gli spazi così come è nel romanzo):

Prima di staccarti del tutto da me,

mi hai baciato lentamente sulle labbra.

Sulla fronte.

Sulle sopracciglia.

Sulle palpebre.

Sembrava che a baciarmi fosse il tempo

Gli spazi grafici nel testo indicano appunto l’approdo a una lingua diversa da come la intendiamo. Siamo all’interno di qualcosa di perduto: è un linguaggio che ha a che fare con le ere geologiche del tempo «là dove non c’era né luce né voce», «trai i frammenti di corallo sbriciolati dalla pressione». È chiaro che Kang racconta una storia limite, perché appunto la parola non può niente, è vanità e fiato: «Quando pronuncio infine la prima sillaba, chiudo forte gli occhi prima di riaprirli. Come se mi preparassi a scoprire, nell’istante in cui li riapro, che ogni cosa è svanita».

Così si chiude il romanzo, un explicit che, di certo involontariamente, richiama alla mente due racconti, i quali hanno a che fare con la cecità e le parole, ovvero Nel museo di Reims di Del Giudice (ora in Racconti, Einaudi) e Cattedrale di Carver (ora in Einaudi, nella traduzione di Riccardo Duranti, precedentemente Minimum Fax): entrambe queste novelle, pubblicate a pochi anni di distanza una dall’altra, e coeve a ciò che andava scrivendo Calvino in Visibilità, hanno a che vedere con un nucleo simile a ciò che Kang racconta: il gesto di chiudere gli occhi, di lasciare in qualche modo che la dominante finale del racconto sia lo stupore di aver disegnato una cattedrale con un cieco, di aver potuto osservare Marat assassiné o l’intima unione di due corpi che fanno a meno della lingua e della vista. Nelle loro pur differenti chiuse, le tre opere ci portano al limite del linguaggio e ci consegnano ai nostri dubbi.

Che cosa sono, infatti, le parole per un cieco, e che cosa sono le parole per uno che non può pronunciarle? Cosa è il colore rosa per un cieco, cosa è il suono “rosa” per chi non può dirlo: ritorna ossessivamente, soprattutto nel romanzo di Kang, colmo di porte, di spazi angusti, di movimenti costretti, il tema della soglia. L’ipotesi affascinante che scaturisce da questo romanzo, bellissimo, che richiede alcune riletture per poter essere colto in tutta la sua complessità, è che il linguaggio sia irrelato dalla realtà, che non abbia appigli e che sia una convenzione: si immagini appunto di dover descrivere a un cieco un colore, o a spiegare a un cieco la quantità di sei. Ovviamente potremmo utilizzare una sinestesia, una analogia, una sineddoche, una metonimia, una similitudine, una metafora, ma questi saranno tutti tentativi che mai coglieranno la cosa in sé, posto che la cosa in sé esista: Esiste il rosa?, Esiste il sei?

Il linguaggio, anche il più preciso, anche il più denso, è sempre povertà rispetto alle cose che esistono concretamente. Ad esempio, chiunque in questo momento stia mangiando un panino non potrà dire di averne una esperienza linguistica, potrà dire che è piccante, caldo, croccante, saporito, ma ognuna di queste parole contiene in sé una metafora, o simbolo o allegoria, che rimanda ad altro, e in questa serie infinita di rimandi si arriverà infine a comprenderne l’impossibile coincidenza: di fronte alla realtà siamo tutti ciechi o muti. Non sappiamo cosa sia “rosso”, cosa sia “cane”, cosa sia “casa”. Abbiamo inventato un linguaggio per provare ad avvicinarsi alla cosa, e ci illudiamo di toccarla, ma infine dobbiamo renderci conto che siamo separati da essa eternamente, che tra noi e la realtà c’è un abisso, anche la nostra esperienza di noi stessi è in realtà una mera questione di metafore: ecco perché nella chiusa de L’ora di greco l’autrice predilige la poesia, ovvero un tentativo metaforico di dire qualcosa di extra linguistico. Kang ha parlato di questo romanzo come di un “quasi lieto fine”, che può essere visto nello spingersi così oltre da arrivare al silenzio, segno inspiegabile: «Te l’avevo detto, no, che prima o poi anche tu saresti divenuto un assurdo indimostrabile». La nostra conoscenza del mondo avviene per enigmi e tramite uno specchio: che cosa è, infine, l’immagine allo specchio? Un fantasma? Qualcosa che appare e scompare, qualcosa che non ci appartiene?
Davanti a questa domanda rimaniamo muti, silenti come infine lo sono i due protagonisti del romanzo.

P.S. (autobiografico)

Per rispondere alla domanda posta in chiusura avrei dovuto infrangere la prassi del buon recensore e, quindi, mostrare me stesso a Seoul questa estate, nel mattino agostano, appena spiovuto, mentre guardo i palazzi del quartiere di Hongde; e nel silenzio assoluto della casa, gli altri doromo, sento un frinire delle cicale così forte, quasi fossi nel bosco, da chiedermi se fosse un sogno, una illusion,e e così nell’incanto mattutino prendo il libro sul comodino e leggo: «she stands in the darkness of this house, there/are words she will wanto to speak to its stillness/ which she is no longer permitted to dwell inside/ […] there will be something she wants to say to the/stillness, in the early hours of Sunday morning/ when the building’s other inhabitants have yet to stir// Please, a little longer like this// To give it time to wash me clean» (H. Kang The White Book, Granta Press 2016). Il silenzio è ciò che ci spetta alla fine, e l’immagine allo specchio è la sua più certa approssimazione.

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Demetrio Paolin

vive e lavora Torino. Collabora con il «Corriere della sera». Ha scritto saggi e romanzi. Nel 2016 è stato tra i 12 finalisti del premio Strega con il romanzo “Conforme alla gloria” (Voland). Il suo ultimo libro è “Anatomia di un profeta” (Voland).

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