Auspici, un saggio fantasioso

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Uno stormo di uccelli, un ragazzo dislessico, un serie di romanzi, poesie, canzoni che hanno a che vedere con il canto, il volo, e una confessione finale. Da Keats a Wordsworth, da Kundera a Michele Mari, dai Pink Floyd alle cinciallegre, un viaggio tra le più liete creature del mondo.

Ne ho memoria come se fosse adesso. Dopo aver visitato le rovine romane – la guida ci ha raccontato una storia, abbiamo chiuso gli occhi e immaginato Cicerone, Cesare, veduto Ovidio e Properzio camminare per le vie, sostato con Virgilio appoggiato a una colonna a rimpiangere la sua campagna – la città di Roma si mostra in un cielo cosparso di luce corrusca. Lo spettacolo è così vivo ai miei occhi: due enormi stormi di uccelli occupano l’intero cielo, oscurano la luce stremata del giorno. I miei amici continuano a camminare verso il bus che ci aspetta; io rimango fermo, ipnotizzato da quella danza: i due stormi si incrociano, danno vita a forme, a immagini, toccano nella mia retina, si imprimono. Cosa vogliono da me questi stormi?, quali ragioni hanno per distogliermi dalla mia vita?, perché mi bloccano qui, mentre dovrei tenere la mano a Claudia e dirle che la amo, che abbiamo 13 anni e mi piacerebbe che fosse lei il primo bacio, che fossero le sue le prime labbra? (Non lo furono mai.) E invece loro si allontanano, Claudia si allontana, e io rimango a vedere questi due incommensurabili stormi. In questo momento sono due cerchi neri, distinti e precisi, sono chiaramente occhi: mi guardano e io accetto la sfida di osservarli, c’è un messaggio?, è per me, per i miei compagni che ormai sono sul pullman, o per la prof che sta tornando a prendermi?

Sono bloccato nel mezzo della grande città, nel buio incipiente, nella solitudine più perfetta che io abbia mai sentito, sono solo, abbandonato nel mezzo di segni che non so decifrare: quale segno è quello che fanno ora? Paiono lettere, forse ideogrammi, segni precedenti alle parole, parlano un linguaggio antico che non ha nulla a che fare con il mondo, ma con i pensieri dentro la testa. In quel muoversi c’è la mia dislessia, che sta nell’incomprensibile stupore dei segni: come vedessi la mia mente nell’atto di pensare me che penso agli stormi che volano nel cielo di Roma nell’aprile degli anni Ottanta.

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Auspicio, leggo dal vocabolario:

s. m. [dal lat. auspicium, formato come auspex: v.auspice]. – 1. La pratica della divinazione tratta dal volo degli uccelli, in uso nell’antica Roma; anche, l’osservazione […] a scopo divinatorio di altri segni divini, cioè del cielo (fulmini e tuoni), o, al campo, del modo di mangiare dei polli sacri. 2. estens. a. Augurio, segno o circostanza che serve di presagio: buono (Treccani on line).

Che cosa ha a che fare l’auspicio con il romanzo? Che rapporto c’è tra il volo degli uccelli e la narrazione, per quale motivo più di 30 anni fa sono rimasto bloccato in mezzo alla strada a Roma a guardare quelle evoluzioni, e perché quei movimenti simili a una danza nella mia mente sono diventati delle parole?

Non è questo un saggio esaustivo sul rapporto/presenza/ simbologia del volo degli uccelli o della loro presenza nell’immaginario della letteratura, ma è un campionario assolutamente parziale nonché autobiografico per capire la mia ossessione per quel giorno, che si ripresenta ogni volta, che torno a Roma e vado nell’ora del tramonto ai fori imperiali per vedere se per caso, necessità o bisogno gli stormi torneranno a parlarmi come fecero allora, o tutte le volte che il mio sguardo incrocia un uccello o ne ascolto il suono del canto.

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Uno dei libri più belli letti negli ultimi tre anni si intitola Star, una cinciallegra di genio di Len Howard Star (Adelphi, trad. Valentina Marconi). L’autrice avrebbe potuto dovuto diventare una talentuosa musicista, ma per una serie di particolari eventi è diventata una delle più innovative e originali studiose dell’ornitologia. Star raccoglie in volume tutte le diverse osservazioni di questa mente geniale, mentre osserva alcune delle più incredibili creature della terra: le cinciallegre.

Il libro può essere letto in diversi modi, il profano di qualsiasi rudimento scientifico e l’appassionato di tale scienza troveranno materiale e intelligenza a volontà, materiale e intelligenza che non sono solo frutto della brillante penna di Howard, ma anche dagli uccelli che dominano e condividono con lei il racconto.

Sono due gli aspetti che mi hanno colpito di Star, ed entrambi hanno risuonato in me come una riflessione sulla strana arte del romanzo. La prima vorrei definirla come una sorta di disposizione primigenia. In Star una grande parte del racconto è legata/riguarda oggetti legati alla casa, al cottage, dove Howard vive: è una tipica casa della campagna inglese, ha in sé – se vogliamo – qualcosa di stereotipato, il muretto in pietra, il giardino, gli alberi, ampi spazi di verde intorno, pochi vicini, gli spifferi in inverno. Insomma ci manca solo l’incedere di un fantasma e saremmo in un racconto di fantasmi. A ben vedere, però, Star è dominato da una presenza, altra e fantasmatica (il romanzo ha sempre a che fare con i fantasmi), quella degli uccelli. A colpirmi del libro è un dettaglio, una minuzia. Spesso, anzi è più corretto dire sempre, d’inverno come d’estate, le finestre della casa di Howard sono aperte per far sì che gli uccelli possano andare e venire a proprio agio.

Questa disposizione al passaggio, alla libertà altrui, al farsi stazione di sosta e di passo, nidificazione o rifugio giusto per qualche giorno è l’altra faccia della curiosità, dell’apertura, della possibilità dell’osservazione, e ciò rimanda per me all’apertura che è tipica del romanzo; pensate a Chisciotte che esce per le vaste campagne della Manica pronto alle avventure, o alla lieta furia di Renzo mentre si avvicina alla casa del curato per sposarsi, alle scorribande dei ragazzini nella Londra dickensiana, allo sguardo di Lucien quando s’avvicina a Parigi ne Le illusioni perdute: questa casa dalle finestre spalancate, esposta ai pericoli e alle ruberie, è segno dell’atteggiamento del romanziere; tornano alla mente le parole con cui James Wood apre il suo saggio su come si scrivono i romanzi dicendo che l’edificio del romanzo ha due finestre, “la prima e la terza persona”, che debbono sempre essere spalancate all’ingresso di qualcosa/qualcuno, sia esso il pericolo, il disastro, la bellezza, la morte. Solo l’essere una casa con le finestre aperte ci permetterà di guardare al romanzo come a un’occasione di esplorazione della nostra coscienza.

Howard è stata, anche, un brillante e talentuosa musicista, e questo spiega perché Star è un romanzo pieno zeppo di musica, di suoni, di trilli, di rumori, di note, di zirli e di fischi: gli uccelli hanno un linguaggio che è un canto, non serve a esprimere cose, non serve a descrivere, non ha una oggettiva concretezza: la musica non può descrivere uno sgabello o un letto, ma può evocare, è come se attingesse a qualcosa di altro, fuori dal percorso della realtà. La musica è un linguaggio fine a sé stesso, basta per sé. In Star l’autrice racconta un episodio che ha in sé qualcosa di straordinario: un merlo rifà con il suo canto un brano di Beethoven. Anzi debbo correggermi, il dannato vizio dell’antropocentrismo mi ha fatto usare un termine errato: il merlo non rifà bensì compone un rondò di Beethoven, poiché, infatti, come Howard sottolinea, il merlo non aveva mai sentito quella musica.

L’analisi di Howard sul merlo che scrive il rondò di Beethoven è bellissima (a dire il vero tutta la parte che in Star tratta del canto degli uccelli è straordinaria) e si conclude con queste parole: «Ascoltando i merli è inevitabile pensare che il loro talento musicale sia guidato da una comprensione intellettuale della materia. Senza dubbio questa specie ha fatto più di ogni altra passi in avanti sulla strada della musica» (p. 221).

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In Ummagumma album dei Pink Floyd è presente una traccia che amo, e che preferisco ad altre ben più famose: Several Species Of Small Furry Animals Gathered Together etc. etc. Ummagumma è uno strano LP pieno di animali, di stridolii, sembra quasi una sorta di versione sonora del libro di Howard. La migliore descrizione dell’album e della canzone in questione la trovo nelle pagine di Rosso Floyd di Michele Mari: «E le bestioline che stavano insieme a quel misterioso pitto? E gli animali palustri in Grantchester Meadows? E gli uccelli notturni e le creature “gonfie e striscianti” di Narrow way? Ma risentitolo per intero, Ummagumma: è tutto un gracidare, un sibilare, un frullare, sembra di essere dentro uno zoo, e il bello è che non sembrano suoni pre registrati, sembra che quelle creature intervengano direttamente sulla musica, dal vivo, come tutti quegli altri cinguettii» (p. 62). La verità è che i rumori prodotti in Several Species sono finti, non il frutto di una registrazione all’interno di un bosco, ma sono prodotti dal cantante Roger Waters; qui ci troviamo all’esatto opposto della situazione raccontata in Star: mentre nel libro un merlo “rifà” Beethoven, nell’album l’uomo rifà un merlo.

Ne I testamenti traditi (Adelphi, trad. Maia Daverio), Kundera si sofferma spesso sul nesso tra musica e romanzo, tra composizione sinfonica e romanzo. Musica e romanzo sono due forme particolari dell’animo umano, di esplorazione delle sue interiorità. In particolare lo scrittore racconta la figura di Clément Janequin, compositore francese, amico di Rabelais, che scrive Le chant des oiseaux, parlando di questo musicista Kundera scrive: «Il problema affrontato da Janequin nelle sue composizioni è il problema ontologico fondamentale della musica: quello del rapporto tra rumore e suono musicale» (p. 71). Qualche pagina dopo aggiunge: «L’arte di Janequin ci ricorda che esiste un universo acustico esterno all’animo umano e composto non soltanto di rumori naturali ma anche di voci che parlano, gridano, cantano, che rivestono di carne sonora la nostra vita di tutti i giorni» (p. 72).
Tale rumore di fondo sembra simile a quello che Hegel nell’Estetica definisce come la prosa del mondo; e infatti, come sostiene con acume Nadia Fusini in La passione dell’origine (Minimum Fax), «il romanzo, anzi, al suo apparire, mette fine ai generi, e alla loro divisione, presentandosi piuttosto come dissolvimento dell’arte nella prosa del mondo» (p 15).

 

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Che rapporto c’è tra canto e volo degli uccelli? Tra scrittura e volo degli uccelli? Tra le tante liriche salvate negli anni sotto la rubrica “volo”, ne amo particolarmente una di Wordsworth dal titolo The tables turned e pubblicata nelle Lyrical Ballads: «And hark! how blithe the throstle sings!/He, too, is no mean preacher:/ Come forth into the light of things,/Let Nature be your teacher.». L’invito che l’autore inglese rivolge a ognuno di noi – e quindi anche al romanziere, al poeta, allo scrittore – è quello di muoversi, di uscire, di camminare, di non stare fermo: Wordsworth scriveva le sue poesie camminando all’aria aperta, come se avesse bisogno del ritmo e del suono della natura e degli uccelli per comporre le sue liriche, come sottolinea Seamus Heaney (La creazione di una musica, riflessioni su Wordsworth e Yates, in Attenzioni, Fazi.

Nello stesso saggio scrittore irlandese cita una lunga lettera della sorella di Wordsworth, Dorothy, nella quale si legge la descrizione di una confusione panica con la natura; nelle parole di Dorothy questa esperienza diviene una sorta di negazione dell’esistenza, un desiderio di morire, non per tristezza, non per dolore, ma per somma di bellezza, una bellezza così grande che ci ammalia e ci annichilisce).

Ricordo ancora una passeggiata in montagna, avrò avuto diciotto anni. Camminiamo nel silenzio più assoluto, interrotto al massimo dai rumori della natura, arrivati in uno spiazzo fiorito e con un piccolo ruscello ci accomodiamo per mangiare. Siamo sudati, euforici per la camminata, sopra le nostre teste volano uccelli, non saprei dire quali, si muovono tra il sereno lucore delle rocce di montagna; contemplando tale quiete una nostra amica dice: “Se morissi adesso, morirei felice”. Lei lo afferma con una certezza che allora come oggi mi pare indubitabile, con una convinzione tale che mi chiedo perché tutti noi siamo ancora vivi.

Il volo, il canto degli uccelli sono la possibilità dell’esperienza del negativo, quasi fosse una esperienza mistica, riescono a farti toccare veramente una forma di conoscenza, di felicità e di desiderio che ti è preclusa in altre forme che non siano negative. E, infatti, mi chiedo: in quali regioni remote della sua consapevolezza è discesa la mia amica per toccare e esprimere un sentimento di complesso, potente e panico?

La risposta a questa domanda me la fornisce, qualche hanno dopo, un usignolo, con il suo canto e il suo desiderio del dolce morire: «Fade far away, dissolve, and quite forget / What thou among the leaves hast never know […] / Darkling I listen; and, for many a time/I have benne half in love with easeful Death/ Now more than ever seems it rich to die […]». Di colpo, all’università, in un’aula piena di ragazzi come me, durante un’ora di letteratura, le parole di Keats suonano simili a quelle della mia amica: il canto, il volo degli uccelli, l’auspicio della loro esistenza sono un mistero, la vita si offre a loro in tali forme che nessuno di noi può conoscere se non per assenza, se non per via negativa.

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Ho studiato le voci degli uomini come i canti degli uccelli. Quando leggo cerco sempre rivedere uno stupore di ali, un frullo di passeri, uno svanire nell’orizzonte di uccelli, loro che ai miei occhi sono le più liete creature del mondo, come le definisce Leopardi. Liete e leggere sopra il mondo condividono qualcosa con l’aria, con lo spazio aperto, eccole dotate di canto e volo, si muovono su pianure, praterie e montagne, dalle altezze piombano giù nei nostri miseri bassifondi, e cantano ciò che a loro è mostrato, cantano, raccontano. Spesso mi fermo a fantasticare e penso che ogni romanziere vorrebbe essere un uccello, non per forza un’aquila, neppure il tremendo albatros o il malinconico cigno (quando penso ad Andromaca penso a Il cigno di Baudelaire, penso alla passeggiata a 19 anni al cimitero a cercare la sua tomba per recitarne i versi). Credo che ogni romanziere senta il bisogno di impersonare un uccello: il passero, il fringuello, anche un misero colombo o una povera tortora, forse una gru, un airone, o un uccello qualsiasi, che possa farci volare sopra la superficie delle cose, mostrarci la vastità di tutto quello che c’è in questo mondo bello. Sarà per questo che mi affascinano il movimento di Paolo e Francesca, il volo di Astolfo, la grande cavalcata di Voland nel Maestro e Margherita? Tutti vorremmo essere alati e cantare, non immiserire in questi luoghi terreni.

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Stormi.

A chiudere questa divagazione, che mi piacerebbe assomigliasse al volo, a una forma che pare misteriosa, ma che cela in sé una ragione ben precisa, mi torna alla mente Useppe, il santo bambino epilettico ne La Storia di Morante, creaturina lieta come nessuna nel romanzo, lieta come nessuna nel mondo, lieta eppure morente; la vita di Useppe è circondata da uccelli: le rondini sono la prima parola che pronuncia, le colombe sono le anime di chi perisce nei bombardamenti, gli uccelli – il loro volo e il loro canto – lo seguono per tutte le pagine, come se fosse Francesco d’Assisi, e non è un caso che la grande rivelazione, quella che sottende l’intera narrazione del romanzo, il piccolo vangelo portatile che Useppe viene ad annunciarci sia legato agli uccelli e al loro canto: È tutto uno scherzo.

È tutto uno scherzo, cantano gli uccelli nello spazio tra cielo e terra che sarà il luogo della sua morte. Perché gli uccelli cantano questa canzone a Useppe? Che cosa è uno scherzo? Perché è questo il senso finale de La Storia, enorme romanzo?

La vita, questa lunga sequenza e sequela di giorni che si susseguono, per la quale ci disperiamo e ci arrabattiamo, questo insieme di amori, dolori e gioie, non ha nessun peso, nessuna importanza; la vita, questa che conduciamo, è indifferente ai nostri successi e insuccessi, ai nostri amori e alle nostre perdite; la primavera spinge le piante a gemmare e gli uccelli continueranno a volare anche mentre moriamo anche quando muoiono le persone che amiamo. Il 17 marzo di alcuni anni fa, uscito da un ospedale, guadagnata la luce del meriggio dopo la fredda ombra della camera mortuaria, mi sono seduto su una panchina nel cortile. Non riuscivo a piangere, non riuscivo a capacitarmi di aver appena baciato la fronte di chi amavo e non riuscivo a credere fosse l’ultima: non avevo pianto, tutto il giorno non avevo pianto, nessuno sapeva che chi amavo era morto, perché non avevo pianto, la vita era andata avanti. La mattina il treno mi aveva portato in una città e, in seguito, mi aveva consegnato davanti al corpo che avevo amato.

Così mi sono seduto sulla panchina e, nel pomeriggio oramai scomparso, ho visto un rapido saettare: era una rodine che, in un angolo del tetto, aveva nidificato. Quel 17 marzo guardavo le sue evoluzioni aeree, perché non avevo niente da fare, non avevo niente da dire, e non avevo posto o casa che in quel momento che mi ospitasse. La rondine continuava il suo viaggiare e mi chiedevo come non capisse, come non sentisse il dolore che io provavo, come non comprendesse il mio strazio, come osasse con la sua vita rinfacciarmi l’indifferenza del cosmo: tutto è uno scherzo, diceva il suo volo, tutto è uno scherzo, mi suggeriva. Il tuo dolore, il tuo amore, il tuo strazio, la tua memoria sono uno scherzo, conta la lieta leggerezza del volo, conta che tu guardi a colui che hai perduto con la furia della giovinezza sua e tua, conta che un giorno saremo atomi danzanti, che i nostri movimenti saranno un suono inudibile da orecchie viventi, saremo toni, melodie che stupiranno la materia di cui è composta questa tela vivente, ci confonderemo tutti con i movimenti delle nubi, con i frulli delle ali, e la nostra musica inaudita sarà il segno ultimo della nostra esistenza, quando – finalmente – la cortina mortale del tempo calerà su ogni vita. Così, per un attimo, nel silenzio, nel volo della rondine, tra le ali di palazzi lasciati all’incuria, ho sentito che siamo parte di una sinfonia di materia e nulla, che siamo destinati a qualcosa che non è percepibile, e infine piangevo.

Il volo degli uccelli è l’unico indizio struggente della danza del cosmo, prima che ogni cosa scompaia nel grande silenzio, prima di affacciarsi al Dio fatto di assenza tenebra e buio; il loro canto è l’ultimo tentativo di difendersi dall’angoscioso silenzio delle cose prima che le cose fossero. Il volo, ogni singolo volo, ogni singolo canto, di un uccello racchiude questo: è nostro viatico e nostro buon auspicio.

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Demetrio Paolin

vive e lavora Torino. Collabora con il «Corriere della sera». Ha scritto saggi e romanzi. Nel 2016 è stato tra i 12 finalisti del premio Strega con il romanzo “Conforme alla gloria” (Voland). Il suo ultimo libro è “Anatomia di un profeta” (Voland).

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