La rivoluzione copernicana: gli studenti al centro

Abbiamo chiesto alla professoressa Giulia Guglielmini, dirigente scolastico del Convitto nazionale Umberto I di Torino, di raccontarci come sta realizzando nel suo istituto la “rivoluzione copernicana” del CLIL.

Abbiamo chiesto alla professoressa Giulia Guglielmini, dirigente scolastico del Convitto nazionale Umberto I di Torino, di raccontarci come sta realizzando nel suo istituto la “rivoluzione copernicana” del CLIL.

 

D: Preside, mi permetta una domanda di riscaldamento: perché nei curricula che arrivano alle aziende, chi si candida per un posto di lavoro e vuole confessare di non conoscere bene una lingua, scrive «livello scolastico»?

R: Escludendo che si tratti della corrente filosofica medievale, ritengo che sia soprattutto la difficoltà a utilizzare in modo generalizzato il Quadro comune europeo QCER per i livelli di conoscenza delle lingue. Siamo ottimisti!

D: Resta il fatto che la conoscenza della lingua straniera è una delle competenze meno acquisite dai nostri studenti. Concorda? In quest’ottica, ben venga il CLIL…!

R: Il CLIL sta mettendo a nudo la questione metodologica dell’insegnamento. E non solo per lingue straniere. A mio parere siamo in un periodo pedagogico in cui è sempre più evidente che è l’insegnamento, più che l’apprendimento, il problema. Quali strumenti metodologici conoscono, e soprattutto utilizzano, gli insegnanti di qualsiasi ordine di scuola, in classe con i propri studenti? Qual è il livello di didattica consapevole ?

D: Spostare l’attenzione dall’apprendimento all’insegnamento significa fare libri diversi?

R: Sì, anche i libri di testo dovranno essere differenti. O almeno anche differenti. Io personalmente mi sono occupata maggiormente di aula, di impatto relazionale in un ambiente di apprendimento, di setting e di uso consapevole dei vari strumenti didattici. Vediamo di provare a spostare il problema dal contenuto alla metodologia: in sostanza si tratta di decentrare il focus della programmazione dal piano dei contenuti al piano dei metodi/strumenti (il che cosa e il come quindi, dove il come sta diventando più importante del che cosa e, soprattutto, sta acquisendo consapevolezza a livello di scuola del II ciclo).

D: Il CLIL… da dove nasce l’idea?

R: CLIL è un acronimo che viene da lontano, dal 1996 (l’acronimo in particolare dal Canadese David Marsh: Content and Language Integrated Learning); in francese, il meno conosciuto EMILE (Enseignement d’une Matière par l’Intégration d’une Langue). Ma già una risoluzione del 1995 del Consiglio d’Europa, per continuare con le competenze chiave del 2006, insisteva su questo learning by doing. Alcuni autori sintetizzano l’ambiente CLIL con le quattro C: Contenuto, Comunicazione, Capacità cognitiva, Cultura. Si tratta quindi di un uso comune (di docenti e discenti) di un lessico funzionale, una lingua discorsiva per agire. Importante e innovativa è anche la definizione che il MIUR stesso dà dell’insegnante CLIL, nel decreto n.6 del 16 aprile 2012: «Il profilo del docente CLIL è caratterizzato in relazione agli ambiti linguistici (competenza livello C1, competenze disciplinari e padronanza della microlingua), in relazione agli ambiti disciplinari (uso di saperi disciplinari e integrazione di lingua e contenuti), in relazione agli ambiti metodologico-didattici (capacità di progettazione di percorsi CLIL in sinergia con i docenti di lingua straniera, uso di risorse tecnologiche e informatiche, uso di metodologie e strategie finalizzate a favorire l’apprendimento, elaborazione di strumenti di valutazione condivisi, integrati e coerenti).
Direi che siamo di fronte a una rivoluzione copernicana: da un sistema “docentecentrico” cercheremo di traghettare a quello “discentecentrico”!

D: La rivoluzione copernicana di cui parla non riguarda in realtà solo il CLIL. Da più parti, in relazione alle più disparate problematiche, sento che questa è avvertita come la necessità del presente (e del futuro). Che si parli di nuove tecnologie o di didattica per competenze, sempre si finisce per sostenere la necessità che l’attenzione si sposti sul discente, e che il docente diventi un “facilitatore”, più che un “trasmettitore” di conoscenza. D’altro canto, la maggior parte dei docenti ritiene che questa idea di scuola svilisca il proprio ruolo. È un problema, no? Come si risolve?

R: Effettivamente, e nonostante tutto, si sta diffondendo sempre di più l’idea che l’innovazione metodologica possa essere una delle risposte alle difficoltà di apprendimento dei ragazzi (in modo più preoccupante) e delle ragazze: scarsa motivazione, discontinuità nell’impegno nello studio individuale, tempi di attenzione ridotti, memorizzazione parziale e imprecisa, capacità espositiva carente.
I docenti che hanno il coraggio di lasciare la “strada sicura” della lezione frontale e della ripetizione, scoprono non solo un mondo di nuove possibilità ma anche un rinnovato sé professionale. Non sono ancora numerosi, ma il contagio inizia a essere visibile all’interno dei Collegi dei Docenti. Si tratta di investire nella formazione; una formazione seria: corsi che monitorino i docenti anche nella fase dell’applicazione della metodologia e che avviino quella positiva spirale della ricerca-azione in aula e un sano confronto nei Consigli di classe. Nelle riunioni si inizia finalmente a parlare di «come si è riusciti a…»: una nuova arte per i nostri professionisti riflessivi? L’importanza della formazione emerge anche dal Rapporto del Gruppo di Lavoro del MIUR istituito con il Decreto n.20 del 22 ottobre 2013 (Langé, Benvenuto, Cinganotto e Vacca) presentato il 5 marzo scorso.
Attraverso un questionario online rivolto ai docenti di disciplina non linguistica (DNL) delle classi terze dei licei linguistici (480 docenti di 349 istituti sui 610 in tutto sul territorio nazionale) è stato effettuato un monitoraggio che evidenzia bisogni formativi proprio rispetto alla metodologia CLIL ma anche rispetto alla valutazione in CLIL. I docenti intervistati hanno espresso soddisfazione per i risultati conseguiti dagli allievi sia nelle competenze disciplinari sia in quelle trasversali, grazie anche alle nuove prassi nella didattica quotidiana senza dubbio modificata proprio dall’introduzione dell’insegnamento CLIL («molto» modificata per il 30% dei docenti e «abbastanza» per il 43%). E via quindi con lavori di gruppo in Cooperative Learning, elaborazioni da parte degli studenti di un progetto o realizzazione di un prodotto, ricerche e condivisione di documenti online, online/blended learning, flipped class e anche, ma solo in un 32% dei casi, la tanto amata lezione frontale!

D: La legge parla di livello C1 per gli insegnanti CLIL. In realtà mi sembra si sia fatta una deroga e ci si sia “accontentati” del livello B2. È corretto? Perché? Non è lo stesso livello di uscita previsto per i ragazzi?

R: Nella circolare della Direzione Generale per il personale scolastico del 30 ottobre 2013, viene espressamente detto che il livello B2 è già utile per l’impiego del docente nelle attività didattiche della propria classe, ma rimane l’obiettivo formativo terminale del livello C1. Livello che dovrà essere certificato. Effettivamente in questo momento sono stati finanziati dal MIUR un numero elevatissimo di corsi linguistici che porteranno i corsisti al livello B2. Corsi che devono concludersi prima dell’inizio del prossimo anno scolastico.

D: Come si diventa docenti CLIL? Con che formazione? Quante ore in presenza? E online? E chi decide i criteri di ammissione ai centri di formazione regionali?

R: È sempre la stessa circolare che precisa modalità e procedure di avvio dell’azione formativa del MIUR: 130 ore di formazione (90 in presenza e 40 on line) per il corso standard, un numero di 4 docenti al massimo per ogni istituto, ammissione ad un test selettivo per l’accertamento del livello B1, 25 corsisti per ogni corso. Docenti preferibilmente a tempo indeterminato con una grande attenzione alle esigenze delle scuole e dei territori. Formatori selezionati tramite bandi di gara pubblici gestiti dalle scuole capofila (due o tre per ogni regione italiana) che hanno ricevuto finanziamenti ad hoc. Nel definire il contesto normativo, importanti sono anche le «Norme transitorie» del 16 gennaio 2013. Esse definiscono tre elementi fondamentali: l’avvio della riforma a partire dall’anno scolastico 2012/13 per le classi III dei licei linguistici e l’anno scolastico 2014/15 per l’avvio dell’ultimo anno nei licei e negli istituti tecnici; la rilevanza del TEAM CLIL (programmazione tra docente DNL e insegnante di lingua straniera o conversatore) e l’attivazione dell’almeno il 50% di monte ore annuale in CLIL.

D: Nello specifico, quali sono le materie più “gettonate” per il CLIL?

R: Secondo il Rapporto abbiamo le seguenti percentuali: storia 33%, scienze 20%, fisica13%, filosofia10%, matematica 9,49%, storia dell’arte 7,95% e scienze motorie e sportive 5,13%. A livello europeo, secondo i dati presentati a un seminario organizzato a Vienna dalla PHWien, le discipline più insegnate in CLIL sono scienze, matematica, storia e geografia.
Concludo con un KISS. È il motto presentato a Vienna ai docenti CLIL europei: KEEP IT SIMPLE and SHORT (no lezione frontale per più di venti minuti).

Giulia Guglielmini è Dirigente Scolastico – Rettore del Convitto Nazionale Umberto I di Torino, scuola capofila dei progetti regionali e nazionali CLIL

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