
Conversando con le alunne e gli alunni di una scuola media inferiore di Parma, siamo nel 1980, Andrea Zanzotto spiegava che
quando qualcuno scrive dei versi, molto spesso è trascinato da una corrente sotterranea di memoria sua personale che però, a guardare bene, è anche memoria di altri, della gente che ha intorno, una memoria strana, collettiva. A volte è molto difficile distinguere la memoria vera e propria dalla fantasticheria; è come un vagabondare, un passaggio di nuvole che ora lasciano apparire un’ombra sulla terra, ora un sole accecante, quello che illumina le cose che non si vorrebbero ricordare.1
La poesia può oggi reagire in tanti diversi modi al sentimento dominante di sentirsi espulsi dalla Storia, intendo dire dai processi e dagli eventi che decidono e indirizzano le sorti comuni.
Il diavolo nero, guida nel buio
Uno di questi modi consiste nel cercare un fatto, o un’immagine, in grado di gettare una luce chiarificatrice sull’oscuro caos circostante: la trascinante «corrente sotterranea» di cui parla Zanzotto viene a Valeria Cagnazzo dalla natura, e più esattamente dal “diavolo nero”, una specie batipelagica, creatura vagante nel buio delle acque più fonde.
La sua seconda silloge – dopo l’esordio di Inondazioni (2019) – reca appunto il titolo di Il pesce lampada, ed è ancora una scommessa vinta dalla collana Adamàs (direttori Di Dio, Frungillo e Schiavone), una delle poche a possedere un’idea forte di poesia e a perseguirla con coerenza, in barba a tante collane blasonate ma ormai sconclusionate.
Il libro, che è una silloge lirica costruita però per essere anche molte altre cose (favola, romanzo di formazione, inchiesta, ninna nanna, memoria giudiziaria in un processo intentato a titolo personale, quindi universale, contro la Morte), è composta dalla sezione eponima (una lunga sequenza scandita in quaranta capitoli), cui segue una sezione tripartita di Materiali di appendice, testi-allegati richiamati puntualmente in nota: i titoli ne chiariscono la natura finzionale di documenti acclusi, Scherzi, Certificati sull’insensatezza della morte, Moeche.
Ne è protagonista una bambina la cui mente è infestata dal pensiero ossessivo della dipartita; una volta cresciuta, la donna non cessa di lottare contro colei che Dante ingiuria chiamandola «villana» e «di pietà nemica».
Un bestiario tra scienza e favola
Nei suoi brillanti travestimenti marinareschi la poesia di Cagnazzo sta ora in superficie, lavorando di azzurro e di nitida luce mediterranea, ora scende nelle tenebre di sé e del mondo sulla scia (guida, trappola) del lume organico del “diavolo nero”.
Così, il bioluminescente richiamo alle profondità oceaniche rima di continuo col vivido orizzonte marino del Salento, mentre i piani si sovrappongono tra scienza, cronaca, storia, vita d’ogni giorno, restituendo quella “fantasticheria” di cui parla appunto Zanzotto, la quale trova nella favola il suo archetipo ideale: penso al vagabondo, terracqueo, Pinocchio, il cui fantasma, accompagnato da quello del Tonno suo salvatore, abita non tanto la bambina atterrita quanto la protettiva, ma lontana e assente, figura paterna, impegnata in un viaggio nell’ignoto (forse eco delle avventurose navigazioni sognate dal protagonista dell’Isola di Arturo).

Il filo conduttore del bestiario ittico (e non solo), peraltro riprodotto anche in figura, con le suggestive illustrazioni disseminate a testo, insieme ad alcune foto di natura solo apparentemente neutra e documentaria, dispiegato nel Pesce lampada è dato dalla continua commistione di mondi: proprio come nel capolavoro di Collodi, la fauna reale si fa leggendaria e viceversa, non disdegnando di prendere a prestito il carattere dagli uomini, laddove questi, a loro volta, potrebbero benissimo avere pinne, code e denti per ferire duramente, fuori e dentro le mura domestiche.
Ma ciò che più convince di questa poesia, oltre al coraggio non banale della franca e sbrigliata invenzione letteraria, è la sua moralità, ancorata all’idea, per dirla con Paulo Freire, che stare nel mondo comporta necessariamente di stare con il mondo e con gli altri. Un principio etico che Cagnazzo esprime nell’immagine di “fare il nostro per la vita”.
Transitiva
L’abissale lavoro poetico al centro del libro è una discesa immaginosa, ma dolorante di cose viste, e patite, nei recessi del vissuto e della psiche; una discesa che fa dell’angoscia individuale, il terrore infantile della morte, come detto perno narrativo della silloge, non una questione privata, bensì l’innesco per maturare una coscienza transitiva e transtemporale.
Dico transitiva nel senso dell’apertura a una percezione plurima della sfera vitale: il bisogno di cogliere la chiara sostanza dei luoghi, delle presenze, delle parole attraverso l’interrelazione delle esistenze e dei fenomeni.
Tale bisogno induce l’autrice a convocare simultaneamente i molteplici livelli di partecipazione alla vita collettiva che chi dice “io” esperisce (dalla famiglia alla comunità locale, fino ai fatti globali), guardando alla realtà da più prospettive: antropologica, etologica, ecologica, politica, latamente filosofica e religiosa, sempre considerandone la dinamicità di fondo, giacché nulla sfugge alla legge implacabile della metamorfosi.
Centrale, nella storia della «bambina triste», tormentato «pozzo di pallore e di iatture», è il corpo, colto nelle sue minime parti e nel suo specifico funzionamento di macchina, talora al limite del teatro anatomico: il corpo com’era, e com’è, estratto con cura dal suo involucro memoriale e restituito sulla pagina anche nella sua fisiologia più elementare, buffa, imbarazzante. Nei suoi godimenti, è, anche, poesia sensuale quella di Cagnazzo, e nella sua connaturata paura di finire.
Transtemporale
Transtemporale, poi, perché quello del Pesce lampada è un vagare dentro, e attraverso, il gran mare delle presenze di quante e quanti ci hanno preceduto. Più epoche e figure vi sono convocate, legando tra loro i secoli per tenerli, e tenersi, presenti.
Lucy la progenitrice della specie, in alcuni dei versi più belli della silloge, è anche tutte le donne e tutte le madri di ogni tempo, colte nel loro sforzo di arginare il dolore tramite la scienza e la tecnologia, e insieme nel timore costante di esserne sommerse. Il ripetersi identico, a distanza di secoli, delle dinamiche oppressore-oppresso suggerisce una simmetria stringente tra gli innumerevoli morti del massacro di Otranto (1480: chiara l’eco dell’Ora di tutti di Corti) e quelli attuali di Gaza, simmetria che investe anche i carnefici di ieri e di oggi.
E proprio in questa direzione etica la commistione di cruda realtà e regime illusorio tocca il suo apice. Tra i testi più belli del libro, quello che evoca una strage di bambini a Nablus, raccontata con parole immerse nella materia apparentemente favolosa, e invece reale e crudamente mortifera, che impasta le loro carni maciullate, il sapone: «scrivo della fabbrica di saponi nel giorno in cui esplose con i bambini nella scuola».
Questa strage degli innocenti, restituita in una sottile commistione di cronaca (Nablus possiede da secoli dei saponifici storici) e aberrante fantasmagoria di morte («la piazza una lavatrice scoperchiata nel mezzo del lavaggio»), offre un esempio di tragico lirico nel senso più alto riscontrabile nella lirica moderna: dico quello della testimonianza oculare d’un martirio.
Una lingua che respira
La scrittura subacquea di Cagnazzo che respira, d’un sol fiato, vissuto e sognato, intimo e pubblico, vigilanza e visionarietà, diventa poesia, vera poesia, in virtù di una scrittura vivace, non di rado ironica, con versi lunghi che tendono al recitativo, cadenzate svolte del respiro, una pronuncia d’onda che avanza e risale, cambiando di ritmo come le maree.
Una scrittura densa ma mai sovraccarica di segnali, indisposta a far arretrare il reale per amore del simbolo, estremamente coinvolgente sia per la capacità di dosare pacatezza e furore, sia per l’uso sapiente del posizionamento, nel tempo, dell’azione, con i verbi al presente che stabiliscono il contatto, e i passati narrativi che invece di scucire anteriorità e attualità imbastiscono lo spesso filo di ieri sopra quello, esile, di oggi.
Molti, in questa raccolta, i luoghi che risaltano per un progetto di lingua intenso, nastro largo e continuo tessuto di molti colori ben tenuti insieme: la lingua sonnolenta e divagante dell’infanzia e quella puntuale della tecnica, la lingua vicina del dialetto e quella stellare, apotropaica, degli scongiuri, della burocrazia fantastica, del sogno delle moeche, esempio liquido, e limpido, di tenacia vitale nonostante. Lingua guizzante a pelo d’acqua, e cauta nell’addentrarsi nei meandri più oscuri. Lingua che conserva la freschezza e la struttura del parlato, ma sa distillarne con finezza anche la crudeltà sociale: lingua-esca che, spinta da una corrente sotterranea sapiente e trascinante, invita all’ascolto, come in un filò mediterraneo dei nostri giorni.
Note
- La citazione è da Sulla poesia. Conversazioni nelle scuole, interventi di Bertolucci, Sereni, Zanzotto, Porta, Conte, Cucchi, Pratiche, Parma 1981, p. 74.