Il punto su La buona scuola: intervista all’on. Malpezzi

Abbiamo intervistato l’on. Malpezzi, docente e deputata del PD, membro della VII Commissione della Camera, all’indomani della fine delle consultazioni previste dall’iniziativa governativa de “La buona scuola”.

Abbiamo intervistato l’on. Simona Malpezzi, docente e deputata del PD, membro della VII Commissione della Camera, all’indomani della fine delle consultazioni previste dall’iniziativa governativa de “La buona scuola”.

On. Malpezzi, si è appena conclusa una vasta “campagna” di ascolto rivolta al mondo della scuola. Certamente la novità è stata la “consultazione” avviata dal MIUR mediante l’uso di internet, ma si sono svolti anche ben 2039 incontri ufficiali in tutta la Penisola. Oggetto del confronto erano le proposte contenute nel documento elaborato dal governo Renzi, denominato La buona scuola. Lei ha partecipato a questi incontri: che idea generale si è fatta della scuola italiana?

Anzitutto, partiamo da una precisione: parliamo di “buona” scuola non perché quella attuale sia “cattiva”, ma perché presenta disomogeneità a livello nazionale. Ci sono parti del Paese dove ci sono eccellenze, in altre vi sono fragilità. La volontà è quella di distribuire le buone pratiche a livello nazionale e sabato 15 dicembre  discuteremo di ciò che è emerso durante questi due mesi.
La buona scuola non è una riforma, ma il tentativo di creare le condizioni per far funzionare meglio la scuola e avviare, in seguito, i cambiamenti veri e propri. Come membro del Partito Democratico, posso dire che la “campagna” di ascolto è partita, prima ancora di quella del MIUR, dalle persone coinvolte a livello di segreterie locali e dagli amministratori locali: questo è il metodo del Partito Democratico, che è stato poi  esportato a livello nazionale quando Renzi è diventato segretario del PD e poi Presidente del Consiglio. Faccio tre esempi del metodo di ascoltare partendo dal “basso”, dove per “basso” non voglio dare un’accezione negativa o riduttiva, ma  voglio indicare il punto di partenza: i docenti, gli studenti, le famiglie, l’amministrazione, in generale quanti vi operano a vario titolo. A marzo a Roma c’è stata una sessione aperta a tutti (associazioni, docenti, comuni cittadini) per parlare di scuola e sentire i bisogni di chi a scuola ci lavora e ci vive. Ad aprile a Rivoli c’è stato un incontro sull’edilizia scolastica: non si tratta solo di restaurare le crepe o della normale manutenzione, ma anche di ripensare gli spazi interni ed esterni della scuola per una didattica migliore. A luglio a Terrasini, vicino a Palermo, c’è stata attenzione ai problemi del Meridione, anche se poi hanno partecipato anche persone provenienti dal Nord. Ci tengo a sottolineare che questo metodo di ascolto dal “basso” era stato avviato dai responsabili scuola del PD, spesso spontaneamente, ancor prima della segreteria e del governo di Renzi.

A proposito di metodo: la sua collega Boscaino (dico così perché anche lei, on. Malpezzi, prima del mandato parlamentare insegnava italiano e storia), che è docente e collaboratrice de «Il Fatto Quotidiano», ha scritto proprio sulle pagine de La Ricerca on line che nel 2012 il giornale  per cui allora lavorava le chiese di analizzare i programmi sulla scuola di partiti politici, movimenti e coalizioni che si sarebbero presentati alle lezioni di febbraio 2013: il suo giudizio fu particolarmente critico sul Movimento Cinque Stelle. La Boscaini afferma di aver cambiato idea alla luce delle iniziative del M5S degli ultimi mesi, perché è cambiato l’approccio. Ma vorrei portare la sua attenzione su un argomento di attualità: il reclutamento dei docenti: 150.000 assunzioni sono previste ben prima della sentenza della Corte Europea, ma l’on. Chimienti del M5S sostiene che i docenti di seconda fascia e di terza delle graduatorie di istituto sono stati ignorati da Renzi. Qual è la sua posizione in merito?

Non mi soffermo sul modo di lavorare dei M5S, perché in questo anno e mezzo ne ho viste di tutti i colori: hanno detto tutto e il contrario di tutto; infatti, i cambiamenti devono essere aderenti alla realtà. In risposta alla Boscaini, mi permetto di farle notare che già con il governo Letta il PD ha avviato la realizzazione del programma elettorale sulla scuola che prevedeva un’assunzione consistente  per porre fine alla piaga del precariato: 400 milioni di soldi freschi per la scuola dopo anni di tagli; il decreto Carrozza per la stabilizzazione dei docenti, in particolare sul sostegno; misure apposite per il welfare degli studenti. Certamente si poteva fare molto di più, ma le condizioni di allora permettevano quello, che è un primo passo.
Arriva poi il governo Renzi con una priorità da realizzare: la stabilità della scuola, a partire dalle risorse umane con l’organico funzionale, per poter realmente esercitare l’autonomia: dare stabilità significa anzitutto dare continuità e, dunque, assumere. Il governo Renzi si è rivolto “naturalmente” alle graduatorie a esaurimento, perché dentro ci sono coloro che, in base all’articolo 97 della Costituzione, possono essere assunti dallo Stato avendo vinto un concorso ordinario o passato un esame avente valore concorsuale per legge dopo un percorso istituzionale: mi riferisco alle SISS. È una scelta. Poi (come PD) non abbiamo nessuna preclusione ad assumere anche dalla seconda fascia delle graduatorie di istituto, se ci saranno le condizioni. Non possiamo perdere di vista l’obiettivo finale: la stabilità della scuola che si realizza anche attraverso l’organico funzionale e con l’autonomia. Nella proposta di legge presentata dalla Chimienti non c’è alcun riferimento all’autonomia della scuola, che è la madre di ogni riforma. Non c’è dunque alcuna preclusione per i docenti di seconda fascia, nemmeno per chi è in terza, purché conseguano l’abilitazione.

Ma come la mettiamo con la questione posta dalla sentenza della Corte Europea?

La sentenza della Corte Europea dà alla questione un’interpretazione in senso restrittivo: l’Italia viene condannata perché, nel corso degli anni, non ha garantito modalità in maniera continuativa di poter essere assunti a tempo indeterminato. I giudici dicono allo Stato italiano che ha sbagliato a iterare i contratti a tempo determinato su posti vacanti e disponibili, ovvero oltre i 36 mesi; tale precisazione di fatto limita molto la platea di chi è interessato. Noi, come PD, diciamo che vogliamo valorizzare chi ha insegnato per anni, ma lo Stato non lo ha assunto: vogliamo dunque dare l’opportunità di farlo al meglio grazie alla stabilità. Siamo partiti dalle graduatorie a esaurimento, ma siamo aperti a qualsiasi proposta che abbia due paletti: il rispetto di chi ha vinto già un concorso o una prova di valore concorsuale e che abbia regolarmente conseguito l’abilitazione. Non c’è alcun pregiudizio, men che meno verso i docenti inseriti in seconda fascia! Iniziamo con 148.000 assunzioni; abbiamo già stanziato un miliardo quest’anno e tre miliardi a regime.

Nel corso degli anni si sono succedute tante e diverse modalità per la formazione dei docenti e per il reclutamento degli stessi, e questi cambiamenti non hanno certo oliato il sistema; mi pare che lei abbia idea di avanzare una proposta di legge in merito…

Sto studiando una legge che a breve intendo depositare per cambiare, ma non voglio ancora sbilanciarmi. Posso anticipare che è una proposta di legge che mira a chiudere il rubinetto del precariato assicurando una cattedra a chi abbia superato un determinato percorso formativo…

È appena partito il secondo ciclo del TFA con la sua coda di evidenti criticità…

Vorrei dire, a questo proposito, che il percorso in Italia per diventare insegnanti è lungo rispetto ai nostri cugini europei: sei anni tra laurea triennale e magistrale e un anno di TFA, oppure due anni di SISS con la vecchia quadriennale! Non penso che questi lunghi anni passati all’università garantiscano la vera preparazione a fare il docente, e nella mia proposta valorizzo la parte del tirocinio e delle attività in classe. La spiegherò in un’altra occasione in maniera approfondita, ma il succo è che s’impara a insegnare stando a fianco a un docente…

Fare l’insegnante: vizi e virtù di una categoria spesso sottovalutata e bistrattata. Le cronache locali ne forniscono molti esempi. Secondo lei, è cambiata la percezione del professore nella società, ovvero sono finiti i tempi di memoria “brunettiana” in cui i docenti erano bollati come fannulloni?

Non avete messo nella Buona Scuola una cosa fondamentale: tutto ciò che può portare un bambino ad avere il sogno di fare da grande l’insegnante!, mi ha detto uno studente.
Purtroppo no! Lo dico con grande dispiacere, perché la categoria degli insegnanti è ancora vista come una categoria di privilegiati, perché hanno un sacco di vacanze e lavorano poco. Ancora oggi non andiamo a considerare il vero lavoro dietro le quinte dei docenti seri: la preparazione delle lezioni, l’aggiornamento, la correzioni delle verifiche e così via… dico di più: in un uno dei numerosi incontri a cui ho partecipato, uno studente mi ha fatto un’osservazione che mi ha particolarmente colpito: “Non avete messo nella Buona Scuola una cosa fondamentale: tutto ciò che può portare un bambino ad avere il sogno di fare da grande l’insegnante!”.
La sfida dunque che abbiamo di fronte è di restituire all’insegnante la sua dignità. Vogliamo dunque apportare alcune modifiche interne, a partire dal contratto: ciò non significa far lavorare di più pagando meno, come qualcuno potrebbe giustamente temere.
Affrancare, ad esempio, l’insegnante da tutta la parte burocratica permettendo di liberare tutta la sua creatività potrebbe essere la chiave di volta per far cambiare la percezione da parte della società; e la scuola dell’autonomia darà il suo contributo.

È vero, come dicono alcuni, che ci sarà il “superdirigente” con la chiamata diretta dei docenti?

No, non è assolutamente vero! Nella Buona scuola sosteniamo un’altra cosa, ovvero l’idea (che è poi è una convinzione del PD) del percorso, del curriculum dell’insegnante. Nell’ambito dell’organico dell’autonomia, all’interno di una lista composta di insegnanti già assunti e assegnati a una scuola oppure a una rete di scuole, il dirigente, sulla base delle competenze e del percorso di ciascun insegnante, ma in collegamento con il Collegio Docenti, potrà scegliere il docente più rispondente ai bisogni di quella scuola: se ad esempio un docente ha maturato competenze molto specifiche sulla didattica delle lingue, e in una determinata scuola si ha necessità di quella competenza perché in atto una specifica sperimentazione o un progetto, sarà possibile agevolare la collaborazione di quel docente anche in quella scuola. Oppure, nel caso di un docente che ha esperienza in gestione di progetti di alternanza scuola-lavoro o di apprendistato: perché una scuola o una rete di scuole non ne dovrebbe trarre vantaggio?
Insomma, non parliamo di chiamata diretta, perché i docenti sono già stati assunti…

Approfitto dell’occasione per farle una domanda tecnica che riguarda i docenti, in particolare quelli che sono fortunatamente già di ruolo, su un tema oggetto di dibattito sui forum e blog dedicati alla scuola. Secondo lei, dato il piano di assunzioni ingente, sarà ancora possibile la mobilità quando sarà a pieno regime l’organico funzionale che oltrepassa l’organico di diritto e di fatto?

La mobilità rientra nei diritti dei dipendenti pubblici e non è intenzione del PD eliminarla! Io sono “autrice” – non so se sia corretto dire così – dell’emendamento che toglieva il vincolo dei cinque anni per ripristinare quello dei tre. La continuità didattica si garantisce in altro modo, poiché credo che gli insegnanti abbiano gli stessi diritti di altri comparti dell’apparato pubblico. Ma se è vero che l’insegnate non deve sentirsi prigioniero, è anche vero un altro fatto: quanti hanno cercato il ruolo in regioni dove era più facile ottenerlo e, dopo averlo ottenuto, si sono spostati e si sono messi in malattia… abbiamo casi “incontrollati” di legge 104, che vanno dunque verificati. Insomma, anche questo, la mobilità, è un elemento che crea l’armonia del sistema scuola.

È di pochi giorni fa la proposta dell’ex ministro Berlinguer di tagliare un anno alle medie; contemporaneamente, sono in atto sperimentazioni di superiori di quattro anni. Qual è l’orientamento del suo partito o del governo?

In questo momento non ne stiamo parlando né in commissione né al governo. Devo dire che, come PD, abbiamo sempre parlato di riforma dei cicli: secondo noi gli studenti devono terminare la scuola a 18 anni. Non sappiamo ancora come, ma sicuramente i cicli andranno rivisti, ma non è all’ordine del giorno. Verranno messe sul piatto proposte in questo senso. La scuola media va ripensata, in particolare deve avere una funzione sempre più orientativa. Non vorrei ostentare un certo protagonismo, ma ho in cantiere un’altra proposta di legge per riformare la scuola media. Magari ci sarà un’altra occasione per poterne parlare…

C’è un’ultima domanda, più di carattere politico, che vorrei farle. Cosa pensa delle affermazioni del sottosegretario Faraone circa le occupazioni? Anche questo fa parte della “buona scuola” che ha in mente il PD?

Penso che la lettera che Davide Faraone ha scritto sia stata per molti versi mal interpretata: conosco Faraone, e penso che volesse dire una cosa del genere: come sottosegretario potrei essere d’accordo nel dire ai ragazzi di fare l’autogestione o la cogestione, come peraltro succede in moltissime scuole: sono esperienze che possono formare e far nascere la passione politica e il civismo. Faraone parla di occupazioni, ma poi ha rettificato: le occupazioni sono illegali, e parla infatti di autogestioni o cogestioni, perché non si può impedire a chi vuole entrare a scuola di entrarci; ci sono principi che sono sacrosanti e vanno rispettati!
Però – ribadisce Faraone – vorremmo valutare i ragazzi nel loro grado di partecipazione e di gestione di queste esperienze: i ragazzi vogliono essere responsabilizzati e l’autogestione o cogestione può essere un momento di crescita.
Durante la campagna di ascolto, i ragazzi ci hanno chiesto di essere coinvolti maggiormente nelle decisioni didattiche nel Piano dell’Offerta Formativa: vogliono raccontare quello che veramente desiderano imparare dalle varie discipline. Sentono inoltre la necessità di ore di approfondimento di educazione civica e della legalità.
Porto l’esperienza della Germania dove ho vissuto: in questi paese c’è un periodo “istituzionalizzato” di una o due settimane all’anno in cui gli studenti stessi organizzano percorsi particolari. Chi ha visto il film L’onda sa come questo funzione in alcuni länder… qui i ragazzi sono protagonisti della vita della scuola. Io che vengo dal mondo della scuola [italiana, N.d.R.] so che spesso queste autogestioni vengono fatte per saltare interrogazioni o per starsene “svaccati” in palestra (mi passi il termine…).
Allora ben venga un’iniziativa simile a quella tedesca: un periodo di tempo, concordato con il dirigente e calendarizzato, in cui i ragazzi sono propositori di percorsi di approfondimento e chiedono la disponibilità degli insegnanti ad aiutarli in questo. Cosa c’è di più bello?
Penso che Davide Faraone volesse riferirsi a tutto questo e la cronaca lo ha preso in un certo senso in contropiede.

Insomma, concludendo, sulla scuola possiamo stare sereni… in qualche modo.

Penso che sia ora di “sdoganare” lo stare sereni! Penso che sia un termine molto bello… io sono estremamente serena, nel senso che sono personalmente in armonia con il mondo. Certo l’idea che ci sono ancora tante cose da fare nel mondo della scuola e la consapevolezza di avere messo tanta carne al fuoco non mi fa dormire certe notti. Però so che questa è una grande stagione di riforme e non possiamo perdere questa occasione: io voglio andare fino in fondo!

Grazie ancora di questa chiacchierata e buon lavoro.

Grazie a lei.

 

Simona Malpezzi, docente, è deputata del Partito Democratico della XVII Legislatura ed è membro della VII Commissione (Cultura, scienza e istruzione) della Camera dei Deputati.

Marco Ricucci, docente, oltre a essere esperto di didattica delle lingue classiche, si occupa di attualità del mondo della scuola. Per la “Ricerca” ha già intervistato il Sottosegretario di Stato MIUR, on. Gabriele Toccafondi e la dott.ssa Carmela Palumbo, Direttore Generale dell’Ufficio Ordinamenti del MIUR.

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