Il nome che ci diamo

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Vent’anni da educatore ai margini di una grande città, tra disuguaglianze scolastiche e retoriche sulla violenza giovanile, insegnano che il futuro non si distribuisce allo stesso modo per tutti. E anche che i ragazzi lo sanno, come sanno che, semplicemente, non vogliono diventare come noi. Dal numero 30 de La ricerca, “Futuri”.

scrivanie e graffiti aula vuota, immagine creata con IA

Ho sempre pensato che sono le cose che non scegliamo a determinarci, più di quelle che pensiamo ingenuamente di scegliere. La città dove siamo cresciuti, il nostro quartiere, la nostra famiglia. Per le persone che vivono dalle mie parti non sono un vanto o una cosa a cui pensare troppo, fanno parte del tutto. Come il resto.

Storie che vivono appena fuori Firenze, a Nord Ovest di una delle città più turistiche del mondo, però in un margine dove i turisti non arrivano mai perché per farlo devono attraversare posti di cui a mala pena hanno sentito nominare: Osmannoro, Peretola, Calenzano, e alla fine, Campi Bisenzio.

Non una periferia con del sex appeal da serie tv, solo una specie di brufolo di comunità, quasi una malattia cutanea che a un certo punto ha colpito le vie di comunicazioni tra due città più grandi, Firenze e Prato.  Accozzaglie di case e magazzini che stanno nel mezzo e fanno rallentare i pacchi di Amazon, villette e fabbriche che sembrano arrivate per caso, come portate da un uragano in mezzo a campi e strade.

Sono nato e cresciuto in questo posto, non sono mai riuscito a distaccarmene totalmente. Quando qualcuno mi chiede se va bene scrivere che sono di Firenze, rispondo sempre: preferisco Campi Bisenzio. Poi scrive comunque Firenze. Spesso mi dicono per problemi di spazio, io penso perché i margini sono invisibili. E spesso non interessano a nessuno.

Ma se il tuo lavoro è stare accanto agli altri, avere in comune con gli altri tutte quelle cose che non scegli e stare nello stesso margine è come avere un terreno comune, una base che non hai bisogno di costruire da zero.

Quando ero adolescente, anch’io sono stato accompagnato in un posto per ragazzi con difficoltà, come quello dove lavoro. Era solo la stanza di una parrocchia dove finivano quelli come me che non studiavano e avevano rubato qualcosa di troppo o rotto qualche vetro di qualche macchina facendosi beccare. Ci sono andato solo due giorni, poi non mi sono fatto più vedere. Il tipo che conduceva il gruppo si era presentato dicendo che era un esperto adolescenziale.

Proprio quello di cui abbiamo bisogno, avevo pensato.

Le nostre famiglie stanno a pezzi, qualcuno di noi ha già aperto la porta di casa a dei carabinieri con la passione dello sfratto, fratelli maggiori che hanno vissuto il magico mondo dell’eroina, genitori che si sono ammalati troppo presto perché hanno fatto lavori che non avrebbero dovuto fare, famiglie che non fanno vacanze da anni, i soldi per l’affitto che ogni mese finiscono prima di pagare l’affitto. In tutto questo un esperto adolescenziale vestito di marrone come Robin Williams in Will Hunting è proprio quello che ci vuole.

Baby gang dappertutto

Molti anni dopo, a fine dicembre del 2024, nella mia città è stato ucciso Matii, un ragazzo di appena 17 anni. Chi l’ha ucciso aveva più o meno la sua età. L’estate prima, in un parco poco fuori dal centro, in una rissa che aveva coinvolto per la maggior parte minorenni, un 16enne era finito in ospedale in situazione critica. Qualche anno prima era stato appiccato un incendio in un giardino di una scuola media, e poche ore dopo, da un post su Facebook del sindaco, si sapeva già che i “colpevoli” erano poco più che 14enni e che sarebbero stati consegnati alla giustizia.

Da qualche anno, quello della violenza degli adolescenti per le persone della mia città è diventato un tema. Ma non solo nella mia città. Fenomeno baby gang: rapine, botte e video, titolava «Il Giornale» nel 2023. Coltellate e rapine in strada a Genova, incubo baby gang, scrivevano su «Il secolo XIX» nel 2024. Boom di baby gang a Treviso, invece, era la notizia di novembre del 2025 su Tgcom24.

“Baby gang” è una espressione che ormai puoi leggere ovunque: nei post dei gruppi Facebook degli abitanti di varie città, scorrendo i lanci davanti alle poche edicole rimaste, sugli articoli dei giornali online. Lo trovi anche sugli astucci dei ragazzi e delle ragazze delle medie, sui muri delle scuole. È il nome di un rapper che ha vissuto in una casa famiglia e che è stato in carcere. Lo dicono nelle conversazioni al bar le persone, quando parlano del disagio giovanile. A volte la usano anche i politici, per dire che risolveranno il problema.

Qualcuno chiede l’intervento degli esperti adolescenziali vestiti come nei film, molti di più chiedono quello della polizia e della questura.

Nella mia città lavoro in una cooperativa sociale, e ci lavoro da 20 anni. Con i miei colleghi e le mie colleghe ogni volta che veniamo a sapere di un fatto di cronaca che coinvolge degli adolescenti ci chiediamo se ci sia dentro qualcuno dei “nostri”.  Qualcuno di noi scrive su WhatsApp a dei ragazzi per sapere se stanno bene – sì, quasi esclusivamente maschi. Non perché la violenza sia solo maschile, ma quella che attraversa certe periferie e certe scuole, quando diventa fisica, quando esplode in modo incontrollabile, ha quasi sempre corpi maschili.

E anche se nessuno di noi usa il termine “baby gang”, un gruppo di studenti di un nostro doposcuola lo ha scelto per autodefinirsi, quando gli abbiamo chiesto di trovare un nome che piacesse a tutti.

Ogni giorno entro a lavoro e lo vedo scritto su un foglio marrone di carta da pacchi attaccato alla parete. È una scritta colorata, fatta con pennarelli a punta grossa, e sotto ci sono tutti i nomi dei ragazzi e delle ragazze del doposcuola che lo hanno scelto.

“Baby gang” è il nome che dei dodicenni scelgono per definirsi, ma è anche il modo in cui vengono chiamati gli assassini di Matii sui giornali e sui social. Sono due cose che sembrano impossibili da mettere insieme, dei dodicenni che giocano a brawl stars o che ti chiedono la nutella per merenda e un omicidio.

Un pomeriggio ho trovato Ryan1 da solo nella stanza che aspettava gli educatori del doposcuola. Erano settimane che volevo chiedere a qualcuno di loro perché lo avessero scelto, così gliel’ho chiesto senza girarci troppo intorno. All’inizio mi ha preso in giro, chiedendomi se avessi paura, poi ha detto che lo avevano scelto a caso. Dopo un po’ che parlavamo mi ha spiegato che una baby gang è come una squadra di calcio o una marca di abbigliamento. Che non dovevo preoccuparmi.

Mentre mi guardava mi sono chiesto se mi vedesse nello stesso modo in cui io vedevo l’esperto adolescenziale della stanza della parrocchia dove ero finito io. Come qualcuno che pensa di poterlo aiutare, ma che in realtà sta solo prendendo dei soldi che potrebbero andare direttamente alla sua famiglia per pagare le bollette, i libri di scuola, l’affitto, la spesa. Cose così. Perché in questo modo io vedevo le cose alla sua età: niente di tutto quello che non faceva uscire me e la mia famiglia dalla povertà o dal sentirci spazzatura per gli altri mi sembrava una soluzione. Anche se oggi so che le cose sono molto più complesse, a volte continuo a vederle così. Nonostante ora mi senta in un mondo di mezzo tra Ryan e gli esperti adolescenziali.

Ma non gli ho aperto i miei pensieri, ho solo detto che non ero preoccupato. Anche se un po’ lo sono, perché di dodicenni con cui ho giocato a pallone in giardino e che poi diventano sedicenni che qualcuno di noi deve accompagnare in tribunale ne ho già visti.

Ho fatto solo una domanda stupida: perché baby gang e non Fiorentina? «Perché la Fiorentina fa schifo e poi in seria A non ci giocherò mai, ma in una baby gang sì», la sua risposta. È vero, la Fiorentina non è il Real Madrid, ma ho passato giorni a pensarci.

I numeri che nessuno cita

In questi anni, di etichette che diventano improvvisamente popolari ne sono passate, riguardanti sfide o fenomeni social fino a disturbi di personalità spalmati su intere generazioni, ma questa volta forse mi sbaglio, è diverso.

E invece no, la situazione è sempre più complessa di come è raccontata. Nel 2023 il ministero dell’interno nel suo report sulla violenza minorile2 scriveva nelle conclusioni: «Risultano in calo del 4,15% nel 2023 rispetto all’anno precedente le segnalazioni di minori denunciati e/o arrestati in Italia».

E anche se è vero che nel 2024 il dato è salito nuovamente, nessun scrive mai che è una percentuale che oscilla continuamente dal 2015.

Il professor Franco Prina, sociologo del diritto e della devianza e autore di Gang giovanili (il Mulino, Bologna 2019), risponde in una intervista rispetto ai dati che:

Gli omicidi in Italia, dal 2015 al 2024, sono calati da 475 a 319. Quelli che hanno come autori i minorenni sono di anno in anno in cambiamento, con oscillazioni che, dati i piccoli numeri e la specificità e occasionalità delle situazioni che generano la violenza omicida, sono più che “normali” sotto il profilo statistico. Soprattutto non mostrano una tendenza chiara, come si può evincere dalla stessa fonte Criminalpol in report diversi: i minorenni segnalati come autori di omicidio sono stati, negli anni dal 2015 al 2024, rispettivamente 31-26-36-16-19-11-17-27-14-31. Con percentuali sul totale anch’esse oscillanti.3

Nel 2020 i minorenni autori di omicidi erano un terzo di quelli del 2015, nel 2023 la metà, ma nessuno ha mai gridato alla riduzione della violenza tra i giovani.

Non lo dico per minimizzare il fenomeno, ma per sottolineare quanto nella nostra società la questione dell’adolescenza sia legata in modo naturale a situazioni devianti o problematiche. Difficile leggere articoli che scrivono: è boom di maschi che uccidono le donne. Eppure nel 2024 su 327 omicidi totali erano 116 i femminicidi. Quattro volte di più.

I dati nazionali confermano che la stragrande maggioranza dei reati violenti è commessa da uomini. In Italia, nel 2024, l’88,3% degli autori di omicidio identificati era di sesso maschile4. La popolazione detenuta in Italia (oltre 62.000 persone ad aprile 2025) è composta per il 95,7% da uomini5. Le donne rappresentano solo il 4,3%, una percentuale rimasta quasi identica per oltre vent’anni.

Nel nuovo decreto sicurezza ci sono passaggi ben precisi che portano avanti il lavoro del Decreto Caivano, continuando con una politica che riempie le carceri di un certo tipo di minorenni, ma senza intervenire mai sui contesti.

Sulla stampa e sui social si parla di norme “anti maranza” o “anti baby gang”.

Ma mentre una parte del mondo adulto, con una cultura politica ben precisa, individua le “baby gang” come un nemico, il termine, come altri usati per condannare e giudicare intere fette della popolazione, ha preso un potere e una vita tutta sua. È un’espressione in cui una parte di preadolescenti e adolescenti si riconosce, su cui ironizzano per prendere in giro gli adulti spaventati o in cui individuano, forse in modo confuso, un senso di comunità, di gruppo, qualcosa che ha dei codici che loro sanno riconoscere. Sicuramente più accessibile di una università o di una squadra di calcio professionistica.

È il soprannome che gli amici danno a Zaccaria Mouhib prima che diventi un rapper, è il nome che un gruppo di preadolescenti sceglie nel centro in cui lavoro per autoaffermarsi come comunità.

Non c’è un aumento di episodi di criminalità legati a bande di adolescenti. In Italia è molto raro il fenomeno delle bande giovanili strutturate gerarchicamente e territoriali, ma come ormai succede, da molti anni esistono gruppi che si formano e che hanno in comune la sensazione di subire forme simili di esclusione. La descrizione dei contesti che ne fa sempre il professor Franco Prina suona più o meno così: contesti urbani poveri, ambienti dove la scuola fa fatica a offrire opportunità interessanti, dove le famiglie vivono in una precarietà economica costante e dove spesso manca un’idea di futuro accessibile.

Se Ryan non mi vede come una soluzione, forse ha ragione.

È già successo

«Perché la Fiorentina fa schifo e poi in seria A non ci giocherò mai, ma in una baby gang sì».

Vorrei dirlo a Ryan che usare l’adolescenza, e in particolare l’adolescenza di quartieri e zone povere e possibilmente con genitori che non parlano bene la lingua ufficiale, per alimentare razzismo e leggi repressive non è una novità nella storia. Ma forse lo percepisce da solo, come molti adolescenti percepiscono lo sguardo impaurito e giudicante del mondo adulto.

Quello che sta succedendo con termini come “baby gang” e “maranza” è già successo nei nostri paesi occidentali, in particolare ogni volta che nei centri urbani, in periodi di crisi e disuguaglianze più evidenti, si concentrano ragazzi maschi, di origine povera e straniera, e che in qualche modo reagiscono a una società violenta e ingiusta in modi considerati “scorretti”.

Se uno si va a leggere libri che parlano di criminalità giovanile e adolescenza trova degli esempi negli Stati Uniti fra il 1880 e il 1910. In quegli anni la popolazione urbana triplicò, riempiendo le strade delle periferie di alcune grandi città di adolescenti che non studiavano e non lavoravano. Era la fine del 1800, e negli Stati Uniti, allora come oggi, non ci andavano leggeri con le pene, neppure nei confronti dei bambini: secondo il «New York Times» c’erano 58 riformatori minorili che detenevano persone di età compresa tra i 5 e i 25 anni. L’età media era di 14 anni. Era un periodo in cui gli Stati Uniti erano attraversati da migrazioni di massa, e le città si dividevano in cittadini istruiti e civilizzati e nuovi arrivati con tendenze pericolose. Nulla di nuovo, insomma.

In tutto questo nel 1904 lo psicologo e pedagogista Granville Stanley Hall pubblica Adolescence: its psychology and its relations to physiology, anthropology, sociology, sex, crime, religion and education. Per Hall, in linea con una parte del pensiero scientifico dei suoi tempi, l’adolescente rivive una fase primordiale dell’evoluzione umana, a quei tempi non condizionata dai cellulari o dai videogiochi, ma comunque esposta come mai prima «a pericoli di perversione e arresto». Studi successivi hanno superato le sue teorie, deterministiche, conservatrici e autoritarie, ma è singolare come certi aspetti che Hall provava a teorizzare ricorrano, nell’immaginario di una parte del mondo adulto, come narrazioni valide ancora oggi. Hall associava la noia che manifestavano gli adolescenti alla tendenza a diventare vagabondi, suggeriva una correlazione tra pubertà e disturbi della personalità, parlava di perversione, teppismo e criminalità giovanile come di fenomeni legati in modo naturale a quel tratto della vita, senza sottovalutando l’impatto della società, della cultura e della famiglia nello sviluppo.

Hall auspicava per gli adolescenti un addestramento disciplinato e rigoroso, una scuola superiore dura e strutturata.

Quasi nello stesso periodo, nel 1889, dall’altra parte dell’oceano nasceva il termine hooligans, che oggi è associato ai tifosi di calcio delle squadre inglesi, ma che la stampa inglese e i tribunali invece iniziarono a usare per chiamare i gruppi di adolescenti (più spesso irlandesi e poveri) che commettevano piccoli reati e gesti “antisociali”. Così come gli zoot suiters messicani, chiamati così perché colpevoli di portare gli “zoot suit”, dei pantaloni a vita alta con gambe larghe che andavano di moda in quegli anni. Gli zoot suiters erano colpevoli per la società di ignorare le indicazioni di razionamento delle materie e comprare e sfoggiare abiti di moda in un periodo di guerra. Coincidenza vuole che quella moda fosse popolare tra i giovani uomini messicano-americani e filippino-americani in California, e che più che una moda fosse il simbolo di una mascolinità giovanile e dell’orgoglio di appartenere a una cultura che abbracciava stile e arroganza. Tutte cose che sfidavano le leggi Jim Crow che limitavano i diritti di neri, messicani e filippini.

Come dei “maranza” di oggi, bambini e adolescenti di origine messicana furono colpevolizzati dalla stampa e dalla politica, fino a che gruppi di militari si unirono in bande di vigilanti armati per cercarli e picchiarli brutalmente. La maggioranza di questi erano giovani e adolescenti, anche di 12 anni.

Ancora una volta lo spettro di una adolescenza deviante aiutava a coprire forme violente di razzismo e di classismo.

Le ragioni di Ryan

È difficile non trovare nelle descrizioni di Hall come nella storia degli hooligans e degli zoot suiters assonanza con quello che sta succedendo oggi con il “fenomeno” dei maranza o delle baby gang in Italia.

Scrive Chiara Volpato nel suo Le radici psicologiche della disuguaglianza:

 

I Paesi con maggiori sperequazioni tra i redditi presentano tassi più alti di incarcerazioni, che colpiscono i membri delle classi inferiori in modo estremamente più pronunciato rispetto ai membri delle classi medie e privilegiate, e sono anche quelli che prevedono un’età più bassa per la responsabilità penale.6

«Perché la Fiorentina fa schifo e poi in seria A non ci giocherò mai, ma in una baby gang sì.»

Ogni giorno penso di fermare Ryan e chiedergli se secondo lui è davvero l’adolescenza in sé a essere “problematica”, oppure se lo diventa, nel momento in cui la società concentra su questa fase della vita ansie collettive che hanno a che fare con l’ordine, la sicurezza e la produttività. Se lo diventa, nel momento in cui si usa l’età come costrutto sociale per spiegare cose che invece hanno radici ben diverse, ma di cui è comodo non parlare, cose come le disuguaglianze o le ingiustizie sociali. Se lo diventa, quando la società impone di essere competitivi a persone che stanno crescendo con risorse diseguali. Una società dove c’è un’adolescenza che viene incoraggiata a immaginarsi in ruoli autonomi, creativi e ben retribuiti; mentre altri adolescenti vengono progressivamente avviati verso professioni esecutive, faticose e scarsamente valorizzate, spesso sulla base di risultati scolastici che ignorano le profonde disuguaglianze sociali e economiche di partenza.

Ma so che, con quel modo pieno di pazienza con cui gli adolescenti spesso rispondono quando si trovano di fronte adulti che non hanno trovato il modo di costruire con loro un’alleanza sincera, mi direbbe che mi preoccupo troppo.

Quel giorno, quasi alla fine della nostra chiacchierata, quando stava arrivando il resto della baby gang creando “terrore” e rumore nei corridoi del centro, gli ho chiesto perché usano un nome che gli adulti hanno creato per rinchiudere quelli della sua età in una categoria negativa. Lui mi ha risposto alzando le spalle e senza nessuna intenzione di offendermi, nel modo in cui mi dice la maggior parte delle cose quando ci capita di parlare prima delle attività: «forse perché vogliamo crescere senza diventare come voi».


Note

  1. Nome di fantasia.
  2. Si veda https://www.interno.gov.it/sites/default/files/2024-05/presentazione_10_05_2024_d.pdf.
  3. Si veda https://www.otto.unito.it/it/articoli/perche-lespressione-baby-gang-e-totalmente-fuorviante.
  4. Si veda https://www.istat.it/comunicato-stampa/le-vittime-di-omicidio-anno-2024/.
  5. Si veda https://www.rapportoantigone.it/ventunesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/i-numeri-della-detenzione/.
  6. C. Volpato, Le radici psicologiche della disuguaglianza, Laterza, Roma-Bari 2019.
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Michele Arena

è educatore presso la cooperativa Macramè di Campi Bisenzio. Figlio di due amorevoli genitori comunisti, insieme a loro frequenta Feste dell’Unità, ospedali, ufficiali giudiziari amanti degli sfratti e case popolari. Si diploma con il minimo dei voti al professionale di Firenze. Dopo 10 anni da addetto alle pulizie, un giorno legge su un manifesto «corso di formazione per operatori delle marginalità sociali». Si iscrive, inizia a lavorare in un centro diurno per minori e, improvvisamente, capisce di esserlo sempre stato, una marginalità sociale. Da 20 anni lavora come educatore, a 47 si laurea in Scienze dell’educazione con una tesi sulle dinamiche di potere legate alla classe sociale a scuola. Nel frattempo ha avuto la fortuna di pubblicare due romanzi per Mondadori, il saggio Dipende dalla Classe per Il Margine e fondare la scuola di scrittura no profit “Porto delle Storie”.

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