Il mare non bagna Londra: “Polveri sottili” di Gianluca Nativo

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Una lettura del nuovo romanzo di Gianluca Nativo, che senza leziosi struggimenti né immolazioni cristologiche racconta una relazione contemporanea.

 

«In nessun altro luogo il fenomeno dell’amore tra uomini è così forte come qui… dove ho potuto vedere con i miei occhi le più belle manifestazioni di questo amore che conosciamo solo dalle tradizioni greche». A parlare, anzi a scrivere, in una lettera all’amico duca di Weimar del 1787, è Wolfgang Goethe, e il «qui» è l’Italia, Roma per la precisione. Il Grand Tour di chi, come Goethe, scendeva dal Nord al Sud Europa per completare nei fatti la propria formazione letteraria poteva avere delle sorprendenti deviazioni, che in un’epoca segnata dalla riscoperta della classicità e dalla sua riattualizzazione winckelmanniana avevano messo radici in quel Mezzogiorno sempre più associato agli amori liberi, tra uomini come tra donne. È un itinerario opposto, dal Sud al Nord Europa, quello che invece percorrono Eugenio e Michelangelo, i protagonisti del romanzo Polveri sottili di Gianluca Nativo (Mondadori, Milano 2023, pp. 226). Originari di Napoli, di diversa se non opposta estrazione sociale, i due giovani vivono una relazione solare, apollinea, magnogreca, fondata su una consapevolezza di sé e della propria affettività che non ha bisogno di leziosaggini esplicative né tanto meno si nutre di sciagure di sorta (uno dei due per un periodo prende un noto ansiolitico, ma la scena della morte da barbiturici non arriva).

In una società post-gay ma pre-Brexit (più del nazionalismo populista poté Theresa May), Eugenio e Michelangelo vivono un’intesa non classificabile, che non pretende di riprodurre quella della “coppia” tradizionale, parola che Nativo utilizza con estrema parsimonia. La relazione gay non viene qui canonizzata né tematizzata; il tema del romanzo è piuttosto la precarietà della relazione, che si barcamena tra le ingiustizie delle realtà lavorative e una nostalgia climatico-geografica prima che umano-sentimentale.

Quello tra i due protagonisti è un rapporto che, finché restano a Napoli, è di sapore neoclassico, con una complementarità scienze-lettere che consente a Michelangelo (il letterato dei due) di introdurre Eugenio (medico specializzando) non al petrarchismo meridionale studiato all’università ma a Proust e ai bei libri della letteratura novecentesca: Natalia Ginzburg, Elsa Morante e naturalmente Anna Maria Ortese, autrice che ha saputo scandagliare le profondità infere di una città anfibia, con quartieri in cui si può vivere dimenticandosi di essere a pochi passi dal mare.

Napoli è la sontuosa e variopinta scenografia del romanzo, capitale di un Mediterraneo queer che da Goethe arriva, con accenti e toni diversi, a Luigi Settembrini (I neoplatonici), Biagio Chiara (L’umano convito), Curzio Malaparte (La pelle), fino a Ferzan Özpetek (Napoli velata) e Monica Acito (Uvaspina):

Per quanto vicine, molte zone della città, quartieri abbarbicati alle spalle delle grandi piazze, restavano ancora un mistero, qualcosa da osservare come spettatori e mai da protagonisti. Da bambini erano stati educati a evitare le volgarità del dialetto, a non guardare nei vicoli più bui, a evadere quella forma di vitalità che però li avrebbe affascinati a vita. Le piazze disabitate, le vie vuote, i negozi chiusi, fiumi di bottiglie che scivolavano sui basoli in pendenza, quella sensazione di decadenza, la possibilità che solo in quel posto potesse accadere qualcosa di straordinario, fosse pure la fine del mondo, era una specie di dannazione. (p. 136)

A mettere in crisi la relazione subentra non un qualche letale cataclisma né un tradimento (altra parola bandita) ma la volontà di carriera di Eugenio, che nel miraggio oggi fallito di una Unione Europea con al suo interno la perfida Albione ha come meta Londra. Non però, non inizialmente almeno, la Londra della City, di Piccadilly Circus o dei Docklands, quanto la periferia di Gatwick, uno dei tanti non-luoghi su cui si schianta il sogno di inclusività e meritocrazia degli espatriati. Eugenio è tra loro, costretto nei reparti di un ospedale periferico con turni massacranti e la tipica cordialità affettata e rituale dell’etichetta anglosassone. Il centro è lontano, difficile da raggiungere, le relazioni umane inconsistenti, persino la tanto celebrata scena gay lascia a desiderare se si è sobri (o tempora, o mores!). Il trasferimento, che rischia di diventare definitivo, destabilizza il più insicuro e fragile Michelangelo; questi dovrà lavorare sulla propria apatica indolenza per non trascinare la carcassa nell’affollato cimitero degli eroi negati. Il ruolo del casalingo mantenuto che sforna zucchine ripiene mentre aspetta il partner dal lavoro non può durare.

Pur richiamandosi fin dall’epigrafe iniziale al Tondelli di Camere separate, un capolavoro che è tuttora il faro-guida per chi si cimenti nella narrazione di qualunque relazione, non solo gay, Nativo fa venire in mente un’altra opera tondelliana: il racconto Viaggio, da Altri libertini. Al netto dell’omofobia che attanaglia la Bologna dell’epoca, in Viaggio si ha un io narrante dipendente dalla relazione con il compagno, Dilo, che però, in un accesso di insofferenza, lo esorta a farla finita con i piagnistei, perché la vita andrà avanti e sarà bello ricordare di essere stati insieme. Eugenio, ancora più diretto e individualista di Dilo, è duro nei messaggi che invia a Michelangelo, nelle pause che gli impone e poi, a proprio piacimento, interrompe, nell’acconsentire a nuovi amori, non solo occasionali, nell’invito a non rinunciare a occasioni lavorative che, nel tempo, alimenterebbero frustrazioni e rimpianti. Michelangelo prova a seguire le istruzioni, consegnandosi a un lavoro d’ufficio (redazione di romanzi rosa) che lo sfinisce, a Milano; eppure non riesce a lasciarsi andare nonostante non gli manchino le opportunità. Il suo vero atto eroico, la vittoria sull’inettitudine, sarà la decisione di chiudere con una mormorata ma decisa parolaccia quella parentesi piuttosto che di aprirla.

Fanno corona a questa “coppia queer” – espressione ossimorica che però dobbiamo usare, in mancanza di meglio – le famiglie dei due, le sorelle e soprattutto le madri, due donne profondamente empatiche che prendono aerei come la madre di Lenù nell’Amica geniale prendeva treni quando, anche lei da Napoli, fiutava un’emergenza filiale.

Non ci sono heroides inconsolabili in Polveri sottili, né serve immolare uno dei due (o dei tre o dei quattro) per poi verbalizzare i pensieri del sopravvissuto con accenti iper-malinconici. Il vitalismo, come appunto nel Viaggio di Tondelli, prevale sull’elegia, da cui fortunatamente Nativo si tiene lontano, anche grazie a uno stile che non teme l’ipotassi, che non assume pose moraleggianti né didascaliche, che alterna le prospettive dei personaggi e che sa parlare del e al presente con lucidità. Niente sacrifici cristologici, dunque, anche se una delle scene finali, con il lavacro di Michelangelo, ha un che di evangelico: è come una deposizione, con un vivo lievemente escoriato al posto di un morto massacrato. L’eventuale risurrezione, invece, ovvero il futuro, è lasciata alla fantasia dei lettori. Pardon, de3 lettor3.

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Johnny L. Bertolio

Si è diplomato alla Scuola Normale Superiore di Pisa e ha conseguito il PhD alla University of Toronto, dove ha maturato una variegata esperienza nella didattica dell’italiano. Attualmente collabora con Loescher come autore e redattore nell’ambito umanistico.

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