Il fine, i mezzi e la vita di tutti i giorni

Ci sono momenti in cui non amo il lavoro che faccio. Sono quelli in cui passo intere giornate a decrittare leggi, decreti e circolari, tentando di ricavarne un costrutto utile per la nostra programmazione editoriale.

Ci sono momenti in cui non amo il lavoro che faccio. Sono quelli in cui passo intere giornate a decrittare leggi, decreti e circolari, tentando di ricavarne un costrutto utile per la nostra programmazione editoriale.

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O anche quelli in cui mi trovo necessitato a calcolare il possibile ritorno economico di alcune nostre iniziative culturali: è la dura realtà dell’impresa, che riguarda anche (e direi in modo particolare) chi si presenta sul mercato con proposte tanto coraggiose da apparire temerarie.
I momenti peggiori sono poi quelli in cui mi ritrovo trascinato in discussioni che coinvolgono globalmente l’operato mio e dell’azienda per cui lavoro. Sono le circostanze più avvilenti. Quelle in cui mi tocca difendere me stesso e la categoria dall’accusa di far parte di oscure congreghe tramanti ai danni delle famiglie, della scuola, della società, di questa o quella parte politica…
Sono i momenti in cui più forte sale la tentazione di salutare tutti e lasciare il campo.
Poi, per fortuna, capitano dei fatti che mi fanno esclamare: «Accidenti! Ma quanto è bello il lavoro che faccio!».
Qualche giorno fa è successo.

 

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Mi trovavo a Roma insieme al professor Riccardo Bruscagli, ospiti entrambi di Fabrizio Gifuni e Sonia Bergamasco.
Lo scopo era di registrare un’intervista su due opere (carta+audio) in corso di lavorazione.
Mentre il tecnico preparava le luci in sala, noi eravamo in cucina a bere un caffè.
La chiacchierata è scivolata con naturalezza dai convenevoli alla prima (in ordine di uscita) delle due pubblicazioni: Il principe di Niccolò Machiavelli.
Il tema della discussione era il motto ribaltato da cui Bruscagli parte nel suo commento: «il fine NON giustifica i mezzi».
Domande di chiarimento, opinioni a confronto, battute, divagazioni mentre le figlie di Fabrizio e Sonia facevano merenda.
Io pian piano mi sono estraniato dalla partecipazione attiva alla conversazione e mi sono limitato ad ascoltare loro. E intanto mi domandavo: quante volte sarà successo, negli ultimi cinquecento anni, che persone tanto diverse si siano ritrovate attorno a un tavolo come questo a parlare di quel libro così controverso?
Quanto saranno stati simili i concetti espressi, le idee messe in campo, le analogie con la più stretta attualità? Perfino le esclamazioni di approvazione o di sconforto le ho immaginate identiche.
E ancora, mi dicevo, cosa può significare il fatto che se uno sconosciuto entrasse ora, faticherebbe a capire che si sta parlando di Machiavelli, e prenderebbe questa per una normale conversazione sui fatti della vita?

 

riccardo_bruscagli

 

E che questo stia capitando ora, attorno a un tavolo di cucina, come un’intersezione naturale nello svolgimento quotidiano delle incombenze domestiche, non è la dimostrazione più evidente della tenace vitalità dei classici? Della capacità che essi soli hanno di parlare a noi di noi, del nostro essere uomini e donne di questo, come di qualunque altro tempo?
Non ho trovato risposta chiara a nessuna delle mie domande, ma poco importa.
Mi sono accontentato del senso di benessere che mi dava il solo fatto di essere lì, ad ascoltarli discutere, immaginando che tanta partecipazione e passione non potesse non dare, all’opera di cui si parlava, nuovo calore e nuova vita.
Come un augurio, di quelli che si fanno levando i calici: «mille di questi anni, ingegnoso messer Niccolò!»

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