Il film del Novecento, secolo di masse e di merci

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Suddiviso come un film in un primo tempo, un intervallo e un secondo tempo, con tanto di titoli di coda, il nuovo libro di Antonio Tricomi interpreta i film come dispositivi estetici ed ermeneutici attraverso cui comprendere uomini, idee, fatti e fantasmi della modernità.

Antonio Tricomi è una delle più interessanti voci della cultura italiana degli ultimi anni, autore di importanti saggi sull’opera di Pier Paolo Pasolini e di penetranti affondi sulla storia del cinema. La sua ultima fatica, un volume apparso nella collana “La critica sociale” diretta da Rino Genovese, si intitola Fotogrammi dal moderno. Glosse sul cinema e la letteratura (Rosenberg & Sellier, Torino 2015). Scritto in una prosa densa e robusta, segnata da un’elegante confezione sintattica e lessicale ma aperta a divagazioni e incisi penetranti, il libro non è, come si potrebbe credere, uno studio sui rapporti tra cinema e letteratura (trasposizioni, riscritture, citazioni), bensì un imponente tentativo di disamina dell’esperienza della modernità attraverso un’ampia selezione di pellicole realizzate tra gli anni Quaranta e i primi Duemila, prescelte per la loro capacità di rivelare un’epoca, un gusto, un groviglio di problemi etici ed estetici. Fotogrammi del moderno si presenta, insomma, come un vero e proprio saggio di storia culturale, un attraversamento del Novecento, dei suoi drammi e dei suoi fantasmi così come sono andati materializzandosi dentro e oltre lo schermo cinematografico.

Merita spendere qualche parola sull’impostazione teorica del libro, che Tricomi esplicita sin dalle prime pagine evocando il nome di Stanley Cavell – un grande intellettuale in Italia tutto sommato poco conosciuto, o conosciuto quasi solo per i suoi scritti cinematografici – e con lui l’idea che un valido studioso possa e anzi debba agire come un “battitore libero”, scavalcando i rigidi steccati delle singole discipline. Particolarmente condivisibili risultano le pagine in cui Tricomi riflette sulla «patologia schizoide» che a suo giudizio da tempo affligge gli studi umanistici, ovvero la tendenza dei ricercatori in Humanities a contrastare la deriva della delegittimazione pubblica attraverso strategie di fatto suicide, che li portano ora a trincerarsi in modo altezzoso dietro lo snobismo e lo specialismo, ora a seguire servilmente e talora subdolamente i dettami dell’industria culturale. Il perseguimento di una terza via, improntata a una sana e produttiva «intersecazione ragionata delle scienze umane» (p. 15), rappresenta dunque per Tricomi una necessità e una strategia di sopravvivenza ancor prima che un dovere e un obiettivo scientifico; nel caso specifico, l’autore ricorre a un’ampia strumentazione critica che spazia dalla filosofia alla storia letteraria, dalla sociologia all’antropologia, dalla psicoanalisi alla critica cinematografica.

Il “Primo Tempo” di Fotogrammi del moderno è consacrato a opere cinematografiche che esplorano la cultura e la storia europee nei primi quarant’anni del Novecento. Si apre con un saggio intitolato Il prestigio del moderno dedicato a The Prestige (2006), film di Christopher Nolan ambientato nella Londra di inizio Novecento. La pellicola è letta come un documento rivelatore della condizione dell’individuo borghese dopo la nicciana morte di Dio, scisso tra aspirazioni faustiane e superomistiche e timori di regressione ferina, sempre pronto a fughe nostalgiche nell’onirico ma anche strenuamente anelante verso un futuro che si illude di poter dominare grazie al controllo della scienza e della tecnica.

Nel secondo capitolo, Barbari moderni, a venir indagato è il retroterra del fenomeno nazista, inteso come viluppo di comportamenti, riti, credenze e disagi psicologici di tipo clinico maturati già agli albori del secolo. La riflessione di Tricomi prende spunto da Il nastro bianco (2009), film di Michael Haneke che ha per protagonisti i giovani abitanti di un villaggio rurale tedesco intorno al 1913. Il torbido e ossessivo rapporto sadomasochistico che i ragazzi intrecciano con le vessatorie leggi dei Padri rappresenta per Tricomi – che legge il film attraverso la cultura letteraria, filosofica e para-filosofica del tempo – il perfetto terreno di coltura per quel che accadrà vent’anni dopo con le folle adoranti al passaggio del Führer.

In Moderni sovversivi l’appassionante tema del fascismo come malattia adulta, per così dire, del dannunzianesimo è affrontato a partire da Vincere di Marco Bellocchio (2009). Ragionando sui modi attraverso cui la lezione dannunziana circa l’uso della finzione come arma politica sia stata filtrata, assimilata e poi abilmente spesa dal Duce, Tricomi riflette sul rapporto del fascismo con le “emozioni mediali” della modernità (radio, cinema), sistematicamente sfruttate al fine di governare l’immaginario collettivo della Nazione. Altrettanto apprezzabili risultano poi le pagine dedicate alla trilogia del potere di Alexander Sokurov – composta da Moloch (1999), Toro (2001), Il Sole (2005) – seguita dal più recente Faust (2011); qui Tricomi, prendendo le mosse da un altro grande conservatore e nemico della modernità come Thomas Mann e dagli scritti di Jonathan Littell, offre una lettura a tutto campo del cinema “storico” di Sokurov come attraversamento delle pulsioni autoritarie del Novecento.

Nell’Intervallo, richiamando la lezione di Sigfried Kracauer e in particolare l’idea della società come vuoto ornamento di massa, Tricomi sposta l’attenzione dal “bianco” dell’Europa – il riferimento è al citato Das weiße Band di Haneke – al “nero” dell’America, attraverso quella zona di “grigio” che, mentre fa da cerniera tra il primo e il secondo tempo, ben rappresenta anche la transizione spazio-temporale degli anni Quaranta, quando masse e merci seguendo il flusso della modernità lasciarono il Vecchio Mondo per il Nuovo. Lo studioso in particolare ricorda qui come molte invenzioni creative e formali del Modernismo proprio in questi anni siano state traghettate oltreoceano – si pensi solo al nesso Avanguardie-Informale, o al cinema di Lang, Wilder, Hitchcock fra gli altri – evidenziando però anche il dato negativo dell’inquietante continuità tra l’età dei totalitarismi e il “mondo libero” in termini di condizionamenti sociali, mercificazione della vita e riduzione dell’individuo a un ruolo subalterno, decorativo rispetto alle esigenze del capitale.

  • xLa copertina del libro di Antonio Tricomi
  • xThe Prestige (2006) diretto da Christopher Nolan
  • xIl nastro bianco (2009) diretto da Michael Haneke
  • xVincere (2009) diretto e sceneggiato da Marco Bellocchio
  • xMoloch (1999) diretto da Aleksandr Nikolayevič Sokurov
  • xLa donna che visse due volte – Vertigo (1958) diretto da Alfred Hitchcock
  • xPsyco (1960) diretto da Alfred Hitchcock
  • xLa celebre sequenza della doccia di Psycho

Nel “Secondo Tempo”, Fotogrammi del moderno propone un’ampia e articolata fenomenologia del cinema “noir”. In pagine molto dense e ragionate, Tricomi traccia una sorta di storia culturale della crime fiction,a partire dalla lezione di Benjamin e soprattutto di Kracauer. La riflessione dello studioso prende le mosse dalla genesi del romanzo poliziesco, considerato come il riflesso di un mondo totalmente schiacciato sulla propria immanenza e nel quale gli uomini sono ridotti a marionette. Per questo, osserva Tricomi, nell’età del Positivismo la logica del detective è solo un mero duplicato della presunta logica dello sviluppo capitalistico (cfr. p. 174). All’inizio del Novecento, tuttavia, la crime fiction spezza il suo originario legame con il fantastico e vira verso il realismo. Ma è solo con gli anni Quaranta che, assimilata la lezione del Modernismo e introiettate le grandi suggestioni della Psicoanalisi, dell’Espressionismo tedesco, del realismo sociale, scrittori e cineasti danno vita a un’esperienza completamente nuova e profondamente rivelatrice dei tempi: il noir.

Tricomi propone una definizione ristretta del genere, ancorandolo a un’epoca precisa (gli anni Quaranta-Cinquanta) e a un luogo soltanto (gli Stati Uniti). Se il noir rappresenta un prodotto totalmente ed esclusivamente americano, i suoi esiti resterebbero tuttavia inconcepibili, sia da un punto di vista formale che dei contenuti profondi, se non si leggessero alla luce degli impulsi culturali, ma anche dei fantasmi e dei nodi irrisolti della civiltà europea. Passando in rassegna un numero molto ampio di capolavori e di maestri del genere, e analizzando alcune figure essenziali come il detective e la dark lady, lo studioso dimostra come il noir sia di fatto un’indagine sulla fisiologica e patetica duplicità del moderno, continuamente preso entro due spinte parimenti illusorie e malate: una proiettiva verso un futuro impossibile, l’altra regressiva verso un passato mai veramente esistito. Nei saggi conclusivi, tutti centrati sulla figura di Hitchcock, Tricomi interpreta alcuni dei capolavori americani del maestro inglese (La donna che visse due volte, Psycho, Uccelli) come letture stratificate e penetranti dei disagi e delle irresolutezze che minano la salute mentale e fisica dell’individuo moderno. Non a caso poco prima che scorrano i titoli di coda il volume si chiude, in qualche modo circolarmente, su quelle immagini nicciane (la morte di Dio come lutto impossibile da elaborare e soprattutto come creazione di un vuoto che non si è degni di colmare) con cui si era aperto: “Se si volesse allora riassumere in una formula la cifra non solo della peculiare quota nera, ma di ogni film di Hitchcock, si potrebbe definire l’intera opera del maestro la versatile messa in scena di uno spettacolo cui sempre inerisce la morte di Dio e che sempre s’interroga sul proprio ruolo nella pubblica commemorazione di tale decesso” (p. 278). Dal prestigiatore della Londra di inizio Novecento al mago del cinema inglese trapiantato negli Stati Uniti il passo è più breve di quel che non si creda.

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Riccardo Donati

Docente e saggista, insegna all’Università di Napoli “Federico II”; tra i suoi lavori più recenti ricordiamo “I veleni delle coscienze. Letture novecentesche del secolo dei Lumi” (Bulzoni, 2010), “Le ragioni di un pessimista. Bernard Mandeville e la cultura dei Lumi” (ETS, 2011), “Nella palpebra interna. Percorsi novecenteschi tra poesia e arti della visione” (Le Lettere, 2014), “Critica della trasparenza. Letteratura e mito architettonico” (Rosenberg & Sellier, 2016), “La musica muta delle immagini. Sondaggi critici su poeti d’oggi e arti della visione” (Duetredue, 2017), “Apri gli occhi e resisti. L’opera in versi e in prosa di Antonella Anedda” (Carocci, 2020), “Il vampiro, la diva, il clown. Incarnazioni poetiche di spettri cinematografici” (Quodlibet, 2022), “«Queste mie carte argute». Sei studi su Giuseppe Parini” (Cesati, 2022). Si occupa di letteratura italiana ed euro-statunitense dal Settecento a oggi, con interventi in volume e in rivista; nel 2013 l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attributo il “Premio Giuseppe Borgia” per i suoi contributi sulla poesia.

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