Forse avrei dovuto dirlo

Forse avrei dovuto dirlo.
Mi sarei dovuto alzare, avrei dovuto prendere il microfono e raccontare di mio figlio F., quindici anni, seconda superiore. Di quando l’ho visto accendere il computer, sfogliare un ebook, tirare fuori dalla cartella un blocco e una matita e cominciare a scrivere.

Forse avrei dovuto dirlo.
Mi sarei dovuto alzare, avrei dovuto prendere il microfono e raccontare di mio figlio F., quindici anni, seconda superiore. Di quando l’ho visto accendere il computer, sfogliare un ebook, tirare fuori dalla cartella un blocco e una matita e cominciare a scrivere.
“Che fai?”, gli ho chiesto distrattamente, mentre apparecchiavo la tavola.
“Prendo appunti”.

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Non ho colto subito il paradosso.
Quando ci sono arrivato, sono rimasto con i bicchieri a mezz’aria e ho riso di gusto, sotto il suo sguardo interrogativo infastidito.
“È assurdo che tu prenda appunti sulla carta, quando hai a disposizione un ebook! È assurdo anche solo che tu voglia ancora usare la carta e la matita!”.
“Perché?”.
“Come perché?”.
“Faccio prima!”.
“Come fai prima?”.
“Sì, è più veloce!”.
“Come è più veloce?”.
(Ogni tanto va così, con lui che fa affermazioni che io gli trasformo in interrogative cariche di sbalordito rimprovero)

Avrei dovuto alzarmi, nel bel mezzo del convegno sulla scuola digitale, che si è tenuto sabato alla Normale di Pisa. Mi sarebbe piaciuto, ma non ne ho avuto il coraggio.
C’era chi diceva che bisognava ripensare i paradigmi del sapere; una professoressa che raccontava orgogliosa di come i suoi studenti chattassero in classe; un altro (accademico, questa volta) che asseriva che la scuola ottocentesca, impostata sul prodotto libro, non aveva più senso in un’epoca pervasa da una modalità diversa di trasmissione della conoscenza; un editore che si è spinto a urlare che era ora di abolire la proprietà privata (“per lo meno intellettuale”, ha aggiunto con qualche secondo di ritardo)…
Confesso che al pensiero di mio figlio che prende appunti dal computer alla carta mi sono sentito un po’ a disagio!

F. sa programmare in html5; gli ebook se li autoproduce (generalmente trasforma in ebook i manuali di programmazione trovati in rete, in inglese); scarica lo scaricabile; cracca il craccabile… legge tanto, sia in carta sia in digitale.
O meglio: leggeva tanto fino a che non ha incontrato una ragazzina che gli ha fatto girare la testa (“e messo il guinzaglio”, dice suo fratello). Da allora, il numero dei libri è calato sensibilmente. In compenso ha congelato il suo profilo Facebook. Pratica molto Youtube ma anche alcune serie tv (Scrubs, How I met your mother, Fringe…).
Gioca spesso a World of Warcraft con compagni pescati in rete.
Coltiva una discreta passione per il cinema (al cinema, con gli amici; altrimenti in televisione, e allora i film vengono noleggiati da iTunes, se pago io, altrimenti scaricati in qualche modo).
Suona la chitarra elettrica.
Fa kung-fu.
Studia su libri di carta perché i suoi insegnanti gli chiedono di farlo, ma non ne soffre.
Se ha bisogno di informazioni aggiuntive sa dove andarle a trovare.
Ora ha scoperto che gli piace scrivere e disegnare.
Insomma, è normale.
Tanto normale che, quando sente il bisogno di dare un ordine narrativo alle informazioni, se le sistema in sequenza, col mezzo più economico e veloce che ha sottomano. Nel caso specifico, carta e matita.

Che c’è di strano, in tutto questo?
Nulla, appunto, se non la sensazione di cui parlavo (il disagio) dovuta al fatto che so che come F. si comportano i suoi compagni di classe di adesso e quelli degli anni passati; suo fratello di tre anni più piccolo, e i suoi compagni di classe; e i loro cugini, e gli amici dei loro cugini… tutti normali, tutti mediamente intelligenti.
Nessuno rispondente in modo esclusivo al ritratto che degli adolescenti scolarizzati si è dato per accettato universalmente a Pisa: giovani nativi digitali, cultori del multitasking, indifferenti al rumore di fondo, sul quale surfano digitando con i pollici sui loro smartphone, giudici severi delle incompetenze digitali dei loro insegnanti…
Tutto vero, per carità. Mio figlio, i suoi amici e i suoi cugini sanno essere anche così. Del resto, anche io ci riesco, in certe condizioni (penso ai miei viaggi di lavoro in treno, tra mail, conti, bozze, telefonate, sms… mentre la gente mi parla attorno, e lo speaker annuncia la prossima stazione o le promozioni di Trenitalia).
Però sappiamo essere anche molto diversi, loro ed io. E senza che questo comporti una scelta di campo. Lo siamo naturalmente.
Sappiamo, loro ed io, che oggi le possibilità di accesso al sapere sono infinitamente più elevate e a portata di mano di quanto non avvenisse solo vent’anni fa.
Lo sappiamo perché qualcuno ce lo ha insegnato a scuola?
No, ovviamente.
Lo sappiamo perché è così!
E questa consapevolezza ci basta a sentirci tranquilli quando scegliamo come associare strumenti e scopi della nostra vita intellettuale: supporti, device, formati, materiali, posture, metodi… vale il criterio dell’ergonomia, per lo più, e dell’economia, sempre.
Vale, soprattutto, il buon senso: “Dimmi cosa devo fare, non come lo devo fare”.
(E se per caso preferisco studiare su un libro di carta, me lo lasci fare, vero?)

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