
È il tempo, per fortuna solo simbolico, che rimane alla Terra prima dell’Armageddon finale.
Lo hanno stabilito gli scienziati del Bulletin of the Atomic Scientists, di Chicago, ed è il punto più basso a cui l’umanità sia scesa da quando l’orologio è stato inventato, nel 1947.
È un tempo simbolico, ribadisco, cui non corrisponde alcuna scala misurabile fisicamente, e quindi non ne scaturiscono previsioni, ma tendenze. I minuti e i secondi in più o in meno “fotografano” semplicemente l’attitudine dell’umanità e la postura che ha assunto, in un dato momento della sua storia, nei confronti di sé stessa e del pianeta che la ospita.
Quando abbiamo cominciato a parlare di questo numero de «La ricerca», e deciso di dedicarlo al futuro, abbiamo fatto rimbalzare tra noi letture e interpretazioni di ciò che ci sembrava plausibile e inerente al tema. La prospettiva catastrofista era una delle opzioni, ma non dominante, né pervasiva.
Con prepotente tempismo, gli scienziati di Chicago hanno deciso di intromettersi, conficcando sui nostri argomenti la punta acuminata delle loro lancette.
85 secondi, tra armi atomiche, crisi climatica, guerre decise dall’IA e fascinazioni dittatoriali sembrano un verdetto, e un editoriale definitivo: non c’è futuro, le pagine che seguono restano bianche.
Personalmente, reduce dalla lettura di Diluvio, colossale romanzo di Stephen Markley, sono particolarmente sensibile al tema, e spaventato. Nelle sue 1300 pagine (!), il romanzo tratteggia il viaggio verso l’abisso attraverso le vicende di una molteplicità di protagonisti a noi contemporanei (come ad ammonire: il futuro è oggi, non dimenticatelo!). Sembra quasi che l’autore abbia voluto scrivere il prologo de La strada, di McCarthy, o la versione epica del film tragicomico Don’t look up.
L’arte, si sa, ha le antenne dritte, e percepisce le microscosse telluriche dei nostri tempi ben prima che arrivino alla superficie della coscienza collettiva. E oggi sembra volerci dire qualcosa di urgente: le storie catastrofiche hanno da un po’ smesso di alimentare l’industria dei B-movies per diventare soggetto di film impegnati e di grandi romanzi (e con La casa di dinamite siamo tornati anche al cataclisma nucleare, che pareva un retaggio del passato remoto).
E quindi? Ha senso parlare del futuro? E farci un numero della rivista senza cadere nel piagnisteo apocalittico o nel banale ottimismo? Che cosa possiamo dire del futuro che sembriamo aver ipotecato in modo irreversibile?
Mi soccorre un comico americano (uno dei tanti che passano sulle piattaforme). Parla del futuro e si professa convinto dell’imminente fine del mondo e ciononostante, dice, “continuo a fare la raccolta differenziata!”. Il pubblico ride. Lui ammicca e ammette: “forse non ci credo davvero!”
È un po’ quello che succede a tutti, immagino. Al punto da essermi convinto (è un’idea mia o la sto rubando a qualcuno?) che l’uomo sia intrinsecamente sé stesso solo in prospettiva futura, come se abitasse il tempo a venire e solo in quello si riconoscesse pienamente umano: lo progetta e lo modella, costruendolo a misura delle proprie ambizioni e speranze.
Letto in quest’ottica, il tema sembra allora ritrovare un suo senso, anche per una rivista di scuola come «La ricerca». Pensare al futuro significa immaginare come migliorarlo, anche e soprattutto a partire dai guasti del presente.
Ottimisticamente: scrivere del futuro può realmente aiutare a scrivere il futuro.
