E chi se lo aspettava?

Sono sinceramente affascinato da due autori della mia casa editrice che se le danno di santa ragione sul tema centrale del nostro lavoro: a che serve quello che facciamo ogni giorno? Questi libri, intendo, che proponiamo agli insegnanti e agli studenti. A che cosa servono, a chi servono, a quale idea di scuola e di insegnamento? E per che cittadino futuro?

Accidenti, e chi se lo aspettava?
Una vera querelle sulle “colonne” (ma quanto è impropria, ormai, l’espressione!) de “La ricerca”. Non che non ce ne siano state prima, ma avevano l’aspetto di blande discussioncelle da bar, al paragone di questa, che giganteggia per i riferimenti classici e moderni, per gli esempi storici e i padri nobili tirati in ballo, per il fervore retorico e scientifico… Insomma: per tutto quello che i due contendenti stanno mettendo in campo a sostegno della propria tesi. Io, come un infingardo personaggio da romanzo, “godo della dotta disputa” e, non avendo padri cappuccini su cui scaricare la patata bollente, lascio che i due lottatori lottino, anche a rischio di vedere salire ulteriormente la tensione (con la climax solita in questi casi: dalla cordiale fermezza attraverso lo sprezzante sarcasmo dritti alla rabbia schiumante.)

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Perché?
Perché mi piace davvero ciò che dicono Reali e Batini. Perché ogni volta che finisco di leggere un loro pezzo mi viene istintivamente da dar ragione a entrambi. Perché credo che siano fondamentalmente d’accordo sull’essenziale, anche se gli accidenti della discussione li fanno apparire così lontani e diversi!

A voler sintetizzare all’estremo (e corro il rischio di gettare benzina sul fuoco, me ne rendo conto!), potrei così riassumere la disputa.
Uno sostiene il valore formativo della trasmissione culturale, segnatamente classica. L’altro nega tale valore a qualunque educazione intesa come “mero travaso” (l’espressione è mia, e le virgolette stanno a segnare la cautela con cui me ne servo).
Uno vorrebbe studenti coscienti del patrimonio culturale che informa la società in cui vivono.
L’altro li vorrebbe attori consapevoli e consenzienti del processo educativo che li riguarda.
Uno parla di lingue classiche, l’altro di competenze.
Entrambi, in definitiva, sostengono che la scuola debba produrre cittadini colti, competenti, onesti, rispettosi, aperti, consapevoli. Ma dissentono aspramente sul modo in cui può riuscirci.

Ecco perché qui io taccio. Sono sinceramente affascinato da due autori della mia casa editrice che se le danno di santa ragione sul tema centrale del nostro lavoro: a che serve quello che facciamo ogni giorno? Questi libri, intendo, che proponiamo agli insegnanti e agli studenti. A che cosa servono, a chi servono, a quale idea di scuola e di insegnamento? E per che cittadino futuro?

Capite bene che avere gente così che lavora al tuo fianco ti fa sentire bene. A posto con la coscienza, oserei dire.

Dateci dentro, ragazzi!

 
P.s. Cari autori, mentre meditavo e scrivevo sulla vostra disputa, combattevo contro il fastidio che mi ha causato l’apprezzamento di Calderoli sul ministro Kyenge. Razzismo becero, ignoranza e pessimo gusto! Riuscite a immaginare una scuola che non produca più individui del genere?

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