Dunque, un labirinto

Dunque, cominciamo da qui: «con “dunque” non si comincia mai!». Credo sia stato in prima media che mi hanno insegnato questa regola d’oro. Una tra le tante, in quel 1975 in cui la scuola media serviva a formare ragazzi capaci di parlare e scrivere correttamente, leggere con sicurezza, contare con precisione.

Dunque, cominciamo da qui: «con “dunque” non si comincia mai!». Credo sia stato in prima media che mi hanno insegnato questa regola d’oro. Una tra le tante, in quel 1975 in cui la scuola media serviva a formare ragazzi capaci di parlare e scrivere correttamente, leggere con sicurezza, contare con precisione.

cover_ricerca3Era la scuola dell’obbligo, in un’epoca in cui si poteva decidere di abbandonare gli studi a 14 anni, per mettersi a lavorare.
Chi, come il sottoscritto, riteneva invece di dover continuare a studiare, per vocazione propria o familiare, si avviava lungo un percorso di studi il cui senso si è cristallizzato, per me, nel discorso di benvenuto del preside del liceo classico che ho frequentato.
“Saluto in voi la futura classe dirigente!” disse a noi primini, allocchiti (ma probabilmente sto prestando ai miei compagni di allora un sentimento solo mio) di fronte a quella prima investitura ufficiale. Si cominciava a fare carriera.

La scuola che ho conosciuto io era fatta così. Regole apprese e insegnate senza troppi dubbi sulla loro utilità; destini segnati dalla scelta che si faceva a 13 anni; separazione netta tra il tempo dello studio e il tempo del lavoro.
Intorno, una società perfettamente omogenea e coerente con quel tipo di scuola, con quell’idea di formazione e istruzione.
Eravamo tutti, più o meno, cittadini italiani, destinati a carriere italiane, collocati, per merito o per fortuna, su un gradino o sull’altro di una scala sociale tutta italiana.
Sì, è vero, c’era stata e c’era la contestazione studentesca e operaia, con i suoi grandi meriti e i suoi drammatici limiti. Ma a guardarla oggi, col senno del poi di cui son piene le fosse, anche quella fase protestataria della nostra storia politica e sociale appare sempre più un fenomeno totalmente italiano: condizionato da temi e problemi di natura interna, giostrato su equilibrismi strapaesani, conclusosi con esiti politici catastrofici… italiani, italianissimi!

Dice Umberto Eco: non si può capire la struttura di un labirinto dall’interno.
Vero. E forse l’assioma si può applicare al nostro paese e alla sua scuola. Abbiamo dovuto esserne sbalzati fuori per poter vedere con chiarezza che cos’era quel tipo di società e, con meno lucidità, qual è invece quella in cui ci siamo quasi improvvisamente risvegliati.
Saltate le frontiere, saltate le barriere culturali, saltati i confini fisici, saltati gli equilibri politici; annullate le distanze, abbassate le difese esterofobe, cancellate le differenze di genere e di appartenenza, abbattuti i limiti tecnologici, incrinata l’autorità delle tradizionali fonti del sapere, ci siamo ritrovati in un mondo privo di segnaletica: in cui il vicino di casa parla hurdu e il nostro amico di chat scherza in inglese; in cui tra lavoro svolto e studi fatti non c’è quasi più alcun nesso, i concetti appresi a scuola invecchiano più rapidamente di noi, il posto fisso è una leggenda raccontata dai nonni, la crisi economica spazza via i posti di lavoro qui per ricrearli in Cina…
È saltato quel labirinto, insomma, ma la situazione non è migliorata: per noi, ma soprattutto per le nuove generazioni, il rischio è di finire come il re di Babilonia nel racconto di Borges I due re e i due labirinti: il malcapitato, tronfio dell’ingegno “labirintico” dei suoi architetti, viene punito dal re d’Arabia, che lo abbandona a morire di fame e di sete nel deserto: il più grande labirinto del mondo.

E la scuola, in tutto questo?
La scuola continua a fare il suo lavoro con onestà, convinzione, dedizione e competenza. E molti dubbi… Dubbi sul senso di questo sforzo immane, e sull’opportunità di questo continuo produrre fili d’Arianna per un labirinto senza muri.
E scrupoli, anche, nei confronti di tutti quegli studenti e quelle famiglie che a lei si affidano, implorando una chiave d’accesso al mondo che la scuola non può più garantire da sola.
E coraggio, infine. Il coraggio necessario ad affrontare le nuove emergenze e le più recenti sfide: integrare nel tessuto sociale e produttivo del nostro paese chi viene da altri mondi; recuperare chi è stato (o si è) escluso dal circuito scolastico “normale”; offrire possibilità di riqualificazione a chi ne ha bisogno, quale che sia la sua età; sfondare le barriere architettoniche, reali o metaforiche, che impediscono lo studio, la formazione, la libertà.

Come scrive Laura Cavaleri nel pezzo di apertura del prossimo numero cartaceo de “La ricerca”, quando in redazione abbiamo cominciato a sondare questo terreno, non avevamo le idee chiare su quello che avremmo trovato. Per questo avevamo intitolato “L’altra scuola” la nostra ricerca, come a marcare un confine tra l’esperienza a noi più nota (come ex-studenti, ex -docenti, attualmente editoriali impegnati sul fronte dei libri scolastici) e una realtà che conoscevamo, sì, ma di cui ci sfuggivano i contorni, e i numeri.
Arrivati in fondo, letti gli interventi di tutti gli autori, ascoltate le interviste dei protagonisti, toccate con mano le più disparate realtà, abbiamo capito almeno una cosa: non esiste un’altra scuola, perché non esiste la scuola, se a questa parola continuiamo a dare il senso che aveva nel passato: esistono strutture, esistono persone, esistono bisogni educativi, esistono percorsi formativi… Esiste, soprattutto, una società allargata, estesa, multiculturale, in rapidissima evoluzione, che chiede cittadini consapevoli, flessibili, autonomi, critici. A questa società la scuola, l’unica possibile, deve dare risposte.

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