Dove sei stata

Giusi Marchetta, insegnante, scrittrice di narrativa e di saggistica, autrice per «La ricerca» di racconti e articoli che dovreste leggere, è in libreria con “Dove sei stata”. Di seguito, la bella lettura che ne ha fatto per noi Marco Labbate.

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Il primo sguardo, Mario lo incrocia con la Lavandaia. I dieci anni trascorsi da quando ha lasciato la Reggia di Caserta si scorgono appena sulla pelle marmorea graffiata dal sole e dal vento. Ma la veglia muta della statua del Vanvitelli ha gli stessi occhi di allora, di creatura viva e immutabile.
Le prime parole raggiungono Mario sulla soglia di casa, in mezzo al Bosco Vecchio dove suo padre, il Capitano, ancora vive, assieme agli altri custodi della Reggia. Le scambia con Camilla, la sua ragazza.

“Dicevi che non sei cresciuto nella foresta, ma nel bosco. Che c’è differenza.”
“C’è.”
“E qual è?”
“La foresta è aperta, il bosco è chiuso.”
“È la definizione della Treccani?”
“È la mia.”

Camilla, però, in quel momento si trova a seicento chilometri di distanza, a Torino, dove Mario abita e lavora, ultimo addentellato di un importante studio di avvocati, presso il quale si occupa di diritto di famiglia, ovvero di chi, dopo aver «condiviso per anni il letto, il conto in banca, le feste comandate, o i propri stessi corpi», gli chiede di «fare l’altro a pezzi» e di potersi riprendere gli anni perduti sotto forma di auto, figli, cane.
La Camilla apparsa davanti alla porta di casa è un fantasma (e fantasmatica Camilla rimarrà per tutto il racconto). Al pari della Lavandaia, anch’essa sembra essere una delle creature che la Reggia boschiva, grande protagonista del romanzo, plasma. È la Reggia che dà vita alle statue, materializza gli assenti, evoca i passati, pulsa nelle pagine come un grande corpo vivente e imperscrutabile.
Eppure, al tempo stesso, Camilla è l’estranea, che non appartiene alla Reggia, e dentro a quel recinto può stare solo come voce, telefonica o immaginata, tanto lontana quanto necessaria per mettere in comunicazione la parte dicibile della vita di Mario e quella indicibile, nata dentro il perimetro del Parco e lì rimasta conficcata, anche dopo che lui se n’è andato.

Esistono due parchi a Caserta: quello lindo e geometrico nella sua suddivisione da cartina turistica tra parterre vanvitelliano e Bosco Vecchio, e quello febbrile e spasmodico che si anima quando i cancelli si chiudono, che esiste solo per chi vi rimane dentro, ovvero i custodi e le loro famiglie, a cui è richiesta una «simbiosi con il monumento».
Ma i giardini di Mario sono in realtà quattro: due del presente e due del passato, così sovrapposti, tuttavia, da smarrire le separazioni lineari e confondersi in piani osmotici, nei quali la controra può trasformare la realtà in evocazione onirica. L’unico confine netto è quello tra dentro e fuori, tracciato dalla cancellata bianca.

All’interno, tutto sembra rimanere immobile: Capobianco, Staffieri, Teresa, le suore del convento dei Passionisti, ultimo avamposto del bosco prima del mondo, si profilano come creature silvestri, fisse, immutabili, perfettamente intercambiabili con le statue di Diana o Atteone, se non fosse per la loro semovenza. E anche la banda del Mario bambino, con Tommaso, il Colera e Carluccio, quella che un tempo, misurandola con la bicicletta, conquistava «la Castelluccia e la pineta, tutti gli angoli di prato in cui immaginare un’area di rigore e una porta», sembra perfettamente sostituita dalle scorribande di nuovi ragazzini.
A governare questo meccanismo atemporale è una sorta di personificazione antropomorfica della Reggia: il Capitano, il padre di Mario. È lui che stabilisce l’apertura e la chiusura dei cancelli e che presiede all’impeccabile funzionamento del suo congegno. Eppure vi è qualcosa che sembra sottrarsi al suo controllo, come se appartenesse a una divinità più forte. Lo si avverte nella potenza della Peschiera grande che scandisce i lutti, ingoiando qualcuno nell’acqua nera e profonda e traendolo a sé nel fondo limaccioso. O nel flusso carsico di storie, miti, terrori primordiali, come quello della janara che succhia il sangue dei bimbi. E, ancora, nel passaggio del tempo, che solo all’apparenza lascia le cose immobili:

A guardarlo dal pavimento gli sembra il Capitano di un tempo, altissimo e serio e grigio. A mano a mano che si alza però i capelli imbiancano, nuove rughe si scavano ai lati degli occhi e spalle e braccia perdono spessore e compattezza. Negli anni in cui hanno vissuto lontani qualcuno ha preso l’impasto di suo padre e l’ha rimescolato con altri ingredienti, materiale scadente, per dargli questa forma nuova e sconosciuta

Lo si percepisce soprattutto in Anna, la madre di Mario, l’unico ingranaggio sfuggito al dominio del Capitano. Anna è il fuori, l’«eterno lamento della città» che si ode oltre il confine del Parco. Come Mario e il Capitano, anche lei è nata nella Reggia, ma ha conservato sottopelle una differenza. 

C’erano le madri degli altri e poi c’era la sua.
Anna era giovane di un’età che le altre non avevano mai avuto o di cui non era rimasta traccia sui loro corpi, nelle parole e nei gesti.
[…] Come le altre madri cucinava e rassettava con la stessa rassegnata rapidità. Quando lavava i panni però sembrava che giocasse.
[…] D’estate sciacquava i panni al lavatoio e all’ombra della Lavandaia li stendeva cantando. A vederle così le avresti dette sorelle.

Delle figure che popolavano la Reggia nell’infanzia di Mario, lei è la prima che lui vede andare via, quando ha appena otto anni. Da quel momento, Mario sta nel mezzo. È una sorta di centauro: una parte di lui ha seguito la strada della madre, lasciando la Reggia per non tornare. Un’altra non si è mai mossa, è rimasta ferma al momento in cui Anna l’ha abbandonato, custodendo un dubbio, una colpa irredimibile da riversare sul padre e il fondo di una consapevolezza dolorosa e affascinante.

Le altre erano tutte madri di qualcuno.
[…] Erano nate quando erano nati i figli; senza non le avresti riconosciute. L’esistenza di Anna non dipendeva da lui, né la tristezza o la gioia. C’era qualcosa di lei che era sempre esistito. 

Così, quando una telefonata lo avvisa che il Capitano ha avuto un incidente a una gamba, Mario decide di riprendere la via di Caserta e di fare i conti con quell’abbandono. «Tutti se ne vanno, quello sbagliato torna». Ma in realtà non torna per il padre ancorato dalla frattura ancor di più a quel luogo, ma per quella madre di cui rimane appena qualche foto, un armadio vuoto, una vecchia Singer e una culla che marcisce nella rimessa: tra quei pochi oggetti egli cerca la riconciliazione tra il Mario rimasto lì dentro e quello che è andato via, per smettere di «sentirsi figlio». E il suo passato, sopravvissuto nel Parco, diventa la malia che nuovamente lo intrappola.
Nel momento in cui, sistemata la situazione del padre, Mario prova a ripartire per Torino, questo passato prende la forme di due donne e un bambino: suor Marta, la responsabile del convento dei Passionisti, che accoglie bambini e donne maltrattati; Esterina, una di queste donne, prescelta per occuparsi del Capitano, che trascina la violenza subita da un uomo in una gamba malconcia; e Gianluca, uno di questi bambini, figlio del boss Vincenzo Capuano, ultimo rampollo di quella che non è una famiglia, ma «un punto messo a qualsiasi conversazione», la faccia presentabile dei casalesi dai quali essa riceve protezione, il nome noto nella zona come i “Lord”, un «appellativo che mostrava un che di rispettoso e al tempo stesso ammiccava alla presenza di un retrobottega nascosto, sporco, lordo».
Gianluca è stato affidato temporaneamente al convento, in attesa della decisione del giudice: la madre Angelina, «passata dalla stanzetta coi poster attaccati al muro e i peluche sul letto alla villa dei Capuano con tre stanze vuote da riempire di figli» è precipitata davanti ai suoi occhi dal balcone, dove si trovava in compagnia del padre.
Come Mario, anche Gianluca è un figlio senza più madre, una sorta di specchio in cui egli si riflette. «Dov’è la mamma lo sai», vorrebbe dirgli. «Perché è la domanda che ti farai per tutta la vita».

La violenza maschile contro le donne sembra circondare Mario alla stregua del bosco e innescare il cortocircuito tra il presente e un passato che si dipana a chiazze. A una violenza subita egli attribuisce la fuga di Anna. Balena confusamente nel ricordo ebbro di una festa, il fuso che raccoglie tutta la memoria della sua infanzia: sua madre è sola in mezzo alle coppie che ballano. Lei cade, ma lui è lontano, non vede l’attimo esatto della caduta, tramortito dal vino che gli avevano fatto bere.
Anna assume così per Mario le fattezze di altre donne da proteggere, di altri figli, persino del suo stesso viso, nell’immagine che lo specchio gli restituisce assieme a un subitaneo terrore: anch’esso deve essere preservato dalla possibilità che i geni del carnefice, il Capitano, possano col tempo invadere i tratti ancora riconoscibili che lei gli ha trasmesso.
Di questa sovrapposizione di piani temporali, che invischia Mario e ne impedisce la partenza, suor Marta appare la tessitrice. È lei che, in obbedienza alla propria missione, si rivolge non al Mario della Reggia, ma al Mario attuale, al professionista formatosi lontano, per chiedergli di seguire la causa di affido del bambino e liberarlo dall’ambiente nel quale la madre è morta, assassinata o suicida, e da un futuro di mafia. Ma quando il capo non è fermato dal velo, Marta è Margherita, la migliore amica di Anna: stessa età, entrambe figlie della Reggia, cresciute simbioticamente, unite e poi divise da una promessa. Con la differenza che Margherita «è invecchiata e Anna no». Ed è invecchiata custodendo un segreto che ora offre a Mario come compenso in cambio del suo aiuto. Anche Esterina (personaggio di una bellezza sublime nella sua umile e portentosa forza) porta nel passo claudicante un segreto: non riguarda Mario, ma gli sarà indispensabile per conoscersi. E capire.

La storia qui raccontata da Giusi Marchetta, al suo secondo romanzo, diventa un filo fragilissimo che solo una superba maestria narrativa riesce a dipanare lungo le due linee temporali in cui la vicenda si svolge, fino a un finale sorprendente, nel quale l’incantesimo che sembra avviluppare il bosco si spezza, o meglio, si scopre come mai esistito, se non nella mente di Mario. Allora tutti i personaggi si manifestano nella loro piena consistenza, fatta di debolezze, drammi, espiazioni, rivendicazioni, ardimenti, mentre la Reggia può finalmente accamparsi sullo sfondo e il tempo storico irrompere sul proscenio quale assoluto protagonista. È il tempo femminile degli anni Settanta, immortalato in una provincia del meridione italiano, dove per una donna la propria autocoscienza, il possesso del corpo e della vita sono sottomesse alle convenzioni di un patriarcato ancestrale. E in questo disvelamento, il titolo che della domanda conserva la forma rivela la forza salda di un’affermazione.

Marco Labbate

è dottore di ricerca in Storia dei partiti e dei movimenti politici e assistente di storia contemporanea presso l’Università “Carlo Bo” di Urbino. Collabora con l’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nelle Marche, con l’Istituto di Storia contemporanea della provincia di Pesaro e Urbino e con il Centro studi “Sereno Regis” di Torino. Il suo ultimo libro pubblicato è “Un’altra patria. L’obiezione di coscienza nell’Italia repubblicana”, Pacini Editore 2020.

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