Dire, ascoltare, orientare

«…mi racconti una storia?». Il modo in cui l’uomo ha immaginato, creato, narrato le storie ha permesso la sua evoluzione, il suo essere nel mondo. Ecco perché le storie sono fondamentali durante i processi di orientamento.

Il pensiero, il linguaggio, la cultura si sono sviluppati, da sempre, all’interno di una matrice narrativa che ha completato la creazione di traiettorie di senso, dentro le quali orientarsi per creare il futuro. Non sappiamo come l’Homo sapiens abbia sviluppato questa capacità, ma sappiamo che questo lo ha avvantaggiato rispetto alle altre specie.

Il portale per l’Orientamento A Distanza (OAD) di Loescher permette di ascoltare le storie di molte persone, donne e uomini, che, attraverso percorsi incerti, inaspettati, immaginati, desiderati, oggi ricoprono un ruolo lavorativo. Ma, come accade con tutte le narrazioni, queste fanno emergere contemporaneamente riflessioni su una dimen sione più generale, che riguarda la nostra vita nel mondo (del lavoro).

Nelle storie, selezionate con cura in questo periodo di pandemia, ognuno parla di sé, ed è difficile individuare delle somiglianze, se non nel loro essere incredibilmente personali, permettendo di cogliere l’unicità nella molteplicità. Il processo orientativo che si attiva a partire dall’ascolto delle storie, replicabile anche in altre attività didattiche, è in grado di suscitare delle “soste” partendo da nuove conoscenze che sviluppano l’effetto di de-familiarizzazione: rimaniamo come spaesati e, allo stesso tempo, indotti a ricercare nuove attribuzioni di senso. Le storie risuonano attraverso la nostra percezione soggettiva che elabora e completa i nostri saperi, attivando quel meraviglioso circolo vitale che dalla conoscenza conduce ciascuno al fare memoria, passando attraverso le emozioni.

Accompagnare le nostre ragazze e i nostri ragazzi nel cercare e ascoltare storie significa porli nella condizione di divenire, nel tempo, autori delle loro storie, rintracciando, riconoscendo, sviluppando, appropriandosi della conoscenza che libera la capacità immaginativa, quella meravigliosa qualità umana che allarga il mondo conosciuto, permettendo il nostro diventare “grandi”.

Questo è il motivo per cui non possiamo continuare a ragionare solo su dati statistici (disoccupazione, sottoccupazione, abbandono scolastico …), ma dobbiamo ritornare alle “storie” per cogliere l’unicità della persona, sviluppare la sua capacità immaginativa che elabora la “visione” nella continua ricerca di senso, attraverso percorsi che non sono mai lineari e tantomeno certi, in quanto descrivono la vita, nel mondo aperto della crescita. Noi non impariamo da uno scenario dato, sulla base di dati certi o di risposte esatte, ma attraverso il fluire della conoscenza.

Il processo orientativo non pone limiti, non vede ostacoli, non crede nella perfezione, ma cerca il contatto con la persona, con il suo essere, per renderla partecipe dell’inesauribile esperienza conoscitiva attraverso l’ascolto attivo, il sentirsi coinvolto e infine l’appropriazione. La narrazione diventa parte integrante di tale processo poiché permette, come in uno specchio, di ritrovare noi stessi attraverso le parole e le descrizioni espresse da altri, in una costante interazione che è sempre originale perchè dipende dall’ascoltatore. Nell’atto dell’ascolto di nuove storie c’è l’immedesimazione (l’effetto mirror), chi ascolta adopera le emozioni per trovare un significato per sé: in questo atto la nostra memoria, come sistema aperto, definisce e trattiene il significato permettendo al pensiero di esprimersi.

Sta a noi adulti accompagnare le giovani menti nell’astrarre ed elaborare le informazioni. Nel sostenere le ragazze e i ragazzi nel passaggio tra nuova conoscenza e sapere individuale, lasciamoli liberi nell’attribuzione di significato, rispettando i tempi e i modi individuali, ma non da soli nell’ascolto e nella riflessione.

A un processo conoscitivo veloce, familiare, fatto di informazioni formali, si può affiancare una dimensione orientativa che richiede una durata maggiore, per concedere il tempo della preparazione all’ascolto: facciamolo raccontando a nostra volta delle storie e ponendo delle domande per portarli ad essere curiosi – la curiosità come alternativa alla neutralità; dell’elaborazione personale, cercando di sviluppare il loro linguaggio per esplicitare quello che hanno capito, quello che ha suscitato semplicemente una loro emozione o quello che non hanno capito; della condivisione in gruppo: la curiosità, l’attenzione, il superamento di aspetti dati per scontati o lontani da nostri schemi mentali possono trovare nel confronto quel passo in avanti nel mondo della conoscenza che da soli non riusciamo a compiere.

L’ascolto, l’elaborazione, la condivisione, il riascolto e una nuova elaborazione permettono alle storie di moltiplicare la conoscenza, il tempo e gli spazi (di libertà) che concediamo, permettono di andare oltre, creando continui significati per affrontare l’inaspettato e, quindi, il futuro. Il compito orientativo non è fornire risposte o suggerimenti, ma attivare quel percorso conoscitivo in grado di ricostruire l’insieme della persona nella sua unicità.

Pensarsi al lavoro significa innanzitutto pensare sé stessi, la dimensione del sé incarnato non può prescindere dall’attività lavorativa perchè l’agire intenzionale, la realizzazione di una performance lavorativa (qualsiasi essa sia), richiede il nostro essere coscienti e consapevoli nell’azione: il nostro essere pensanti. Il mercato del lavoro non interviene per dire chi sono i nostri ragazzi, non ha certezze durature, al contrario vuole sapere quali risorse stiamo formando. La competenza non ha un valore in sé e la perfezione non esiste. Affinché una società si evolva (e con essa l’economia) è necessario sviluppare al massimo la capacità umana di elaborare significati per saper e poter preparare risposte competenti, in un alternarsi continuo di difficoltà e del loro superamento.

Nella paura di un futuro che non conosciamo stiamo confondendo i dati con l’attribuzione di significato, i compiti umani con quelli delle macchine, che ci sorprendono con performance sempre più elevate. Ma i robot non hanno orecchie umane per un vero ascolto, e questo non permette loro di creare nuova conoscenza. Se capiamo queste differenze, questo è proprio il momento di non ricorrere a dati certi, ma di ritrovare l’unicità nella sorprendente e infinita variabilità umana, ricontattando, attraverso le storie, la capacità evocativa che permette alle emozioni di ri-attivare il processo immaginativo, accompagnando a disegnare progetti di vita e di lavoro che rispettano l’identità di ognuno.

Prendendoci delle pause semplicemente per ascoltare possiamo capire che le storie ci coinvolgono su tre livelli: corporeo, emotivo e cognitivo. La meravigliosa fusione di questi tre livelli fa di noi persone differenti, e possiamo facilmente o finalmente capire perchè non è possibile formalizzare il passaggio al mercato del lavoro sulla base di poche regole e qualche consiglio, oppure generalizzando delle esperienze. Ognuno deve “vedere” la sua traiettoria di passaggio in una dimensione personale per sviluppare tre aspetti fondamentali: come mi vedo e cosa desidero; come vedo il mondo (del lavoro), come concilio me stesso e le opportunità di questo mondo.

Questo mi permette di giungere a una progettualità che mi rende visibile al mondo (del lavoro), definendo un saper dire, verbalizzare, raccontare, quello che voglio e so fare: comunicando la mia storia all’interno della dimensione narrativa. Senza una storia, non solo il mondo (del lavoro) non ci vede, ma noi non esistiamo per noi stessi, barattiamo l’identità con un profilo per competenze costruito dal web sulla base di dati classificabili e generalizzabili, che spengono desideri e ambizioni, e con essi le energie vitali, quelle energie che permettono di gestire la complessità della visione del futuro.

L’antropologa Barbara Myerhoff affermava che uno dei modi più persistenti, anche se spesso elusi, con cui le persone danno senso al sé, è mostrare «sé stesse a sé stesse», raccontandosi delle storie: in questa costruzione di visione diamo struttura alla nostra vita, e solo definendo la personalità possiamo esprimere non solo ciò che pensiamo di essere, ma anche ciò che possiamo diventare.

L’incapacità di uno sviluppo narrativo per comprendere la nostra storia porta inevitabilmente a una crisi di identità, perché non siamo più in grado di ricondurre gli eventi a noi, e la frammentazione di “fotogrammi” senza racconto ci rende vulnerabili, arrestando la storia in un eterno presente.

Racconto dopo racconto costruiamo il passaggio al mercato del lavoro, dove non esiste un unico punto di arrivo, perché quello varia con la nostra crescita, i nostri interessi, le nostre consapevolezze, le informazioni che riusciamo a elaborare, e tanto altro.
Esiste però un unico punto di partenza: quello siamo noi!

Paola Parente

è esperta di processi di orientamento alle scelte (scuola, università, mercato del lavoro) e valorizzazione delle risorse umane in azienda.

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