Del parlare a sproposito

“Ma almeno ci guadagnate?”.
“No”.

Il taxi arriva subito. Tanto che mi devo scusare di averlo fatto aspettare.
“Aeroporto”, dico.
“Dove va di bello?”, mi chiede l’uomo alla guida.
“Roma”, rispondo, con un tono che vorrebbe lasciare intendere che la conversazione per me finisce lì.
Devo esercitarmi, col tono, perché non funziona.

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“Che fa la Loescher?”.
“In che senso?”, domando con un po’ di irritazione, come se mi avesse colto in flagrante.
Ricordo di aver chiamato la centrale taxi qualificandomi, per sfruttare la convenzione che abbiamo con loro. Però il vago senso di violazione mi resta.
“Col digitale, intendo”, incalza.
È la seconda volta in poco tempo che mi capita un taxista competente di editoria elettronica. La sorpresa cede il posto al senso di appartenenza, e mi lascio trascinare in una conversazione sulle magnifiche sorti del nuovo paradigma didattico. Racconto la mia esperienza. Dico ciò che penso, omettendo gli aspetti più critici, che sono i più difficili da spiegare e i meno interessanti per un interlocutore pregiudizialmente convinto che il digitale sia destinato a produrre un’autentica palingenesi socio-culturale. Forse un po’ eccedo, occultando l’altro lato di una medaglia che rigiro tra le dita da parecchio tempo. Per esempio, non dico che l’imposizione del digitale è arrivata dall’alto, senza che ne venisse chiarito l’orizzonte didattico e metodologico; che non esiste evidenza scientifica conclamata del vantato effetto positivo delle nuove tecnologie sull’apprendimento; che l’esclusiva attenzione alle virtù del mezzo sta facendo calare l’attenzione sul valore dei contenuti; che i dati di utilizzo del digitale da parte degli studenti sono miserrimi; che le scuole non sono attrezzate… Insomma, tralascio tutti gli argomenti forti dei detrattori, un po’ perché non mi sembra quello il luogo e il tempo adatti per una discussione di quel tipo, e un po’ per non correre il rischio di sentirmi dire, alla fine, che parlo così per partito preso, in difesa di un settore industriale incapace di restare al passo con i tempi.
Il mio interlocutore segue e interviene a tono. Alla fine chiedo: “Com’è che si interessa tanto? E questa competenza, da dove arriva?”.
“Lavoravo nel settore, io. Tipografia…!”.
Accidenti… ma non faccio in tempo a proferir motto.
“Tempi cupi per chi lavora la carta, vero?”, dice lui.
“Vero!”, rispondo io, e mi salva l’arrivo alla meta.
“Ma almeno ci guadagnate?”.
“No”.
Sorride, e mi augura un buon fine settimana.
La hall dell’aeroporto è quasi deserta. Faccio il check-in elettronico, ma potrei andare al banco, dove non c’è nessuno.
Passo il controllo agli imbarchi in un lampo, ripensando alle code infinite di qualche anno fa.
Qualcuno mi ha detto che non c’è simbolo della crisi più pregnante di questo svuotamento
degli aeroporti…

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