Del ben recensire

Esistono regole di ingaggio per chi si accinga a fare critica (o anche solo comunicazione) letteraria? Ovvero, cosa deve o non deve dire una buona recensione?

Qualche tempo fa ho scritto la recensione di un romanzo italiano contemporaneo. Si tratta di un’opera bellissima, a mio parere. Bellissima e densa, e coinvolgente. Una di quelle opere sulle quali capita poi di tornare col pensiero anche a distanza di tempo, perché smuovono certezze e costringono a riflettere.

La mappa di Marco Denti dell’immaginaria cittadina di Holt in cui sono ambientati i romanzi di Kent Haruf, NN editore

Questa mia recensione ha girato sui social, arrivando dove doveva e poteva, ed è stata letta da tante persone, alcune delle quali hanno apertamente apprezzato. Tra queste anche l’autrice del romanzo, il che mi ha fatto, ovviamente, molto piacere.
In un caso, però, le cose non sono andate così: una lettrice ha trovato, infatti, il mio testo troppo “rivelatore” rispetto alla trama del libro, dicendosi infastidita dalla cosa.

Pur ritenendo il rilievo ingiustificato, la cosa mi è comunque dispiaciuta: da un lato per aver scontentato una lettrice, e dall’altro per il dubbio di non aver reso il servizio che intendevo a un romanzo che tanto mi era piaciuto e di cui volevo consigliare la lettura.

Non voglio ora soffermarmi troppo sulle ragioni che mi fanno considerare ingiustificata la reprimenda: della trama narrativa, in realtà, nella mia recensione dico pochissimo, concentrandomi piuttosto sulle domande profonde che si dipanano per tutto il romanzo, fin dalle prime pagine, e che lasciano aperte tutte le questioni che pongono, offrendo semmai al lettore la facoltà di dare le sue personalissime risposte. Anche io l’ho fatto, nel corso della lettura, ma ho ovviamente risparmiato agli altri conclusioni e pareri che non possono che essere il frutto di una lettura intensa e intima di questo romanzo.

Detto ciò, pur non essendo in seguito arrivate altre critiche dello stesso tipo, ho continuato a pensare che forse una risposta alla lettrice la dovevo, e non per amore di dialettica, ma perché in realtà la questione posta da lei è una di quelle importanti per chiunque pretenda di parlare pubblicamente dell’opera dell’altrui ingegno. Fino a che punto ci si può spingere, in effetti? Appellandosi a quali diritti acquisiti? E quali doveri vanno invece assolutamente rispettati, nei confronti degli autori e dei lettori? Insomma, esistono regole di ingaggio stringenti, per chi si accinga a fare critica (o anche solo comunicazione) letteraria?

Sono domande importanti, alle quali io per primo non saprei rispondere con la dovuta competenza e che quindi provo a “girare” a chiunque abbia la voglia e la capacità di farlo. Qui posso provare a sintetizzare la mia posizione in merito, come primo, timido contributo alla discussione: identificare un romanzo con la sua trama può essere forse corretto per alcuni gialli di second’ordine, ma non rende minimamente giustizia alle grandi opere della narrativa, che hanno la loro autentica forza e tutto il loro fascino nella voce speciale del narratore e nel rapporto unico che essa sa instaurare con il suo lettore. Porre sullo stesso piano la sintesi imperfetta che un recensore può fare in una pagina di rivista e la ricchezza di stimoli e pensiero che un testo offre ai suoi lettori, è un po’ come rinunciare a visitare un luogo perché se ne è compulsata la carta geografica. Nessun vero viaggiatore lo farebbe mai. 

[N.d.R. Sulla mappa in apertura, vedi Sabotino 14, blog letterario di NN editore, che ha pubblicato i bellissimi libri di Kent Haruf]

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