Conversazioni brevi.
 A scuola di epigramma 
nell’era digitale

La brevitas, e la tradizione letteraria che reca, come stimolo per la creatività degli studenti.

Facile e furbo, ma non disonesto, rintracciare nell’icasticità del moderno twit una discendenza dal componimento di cui furono maestri Simonide, Callimaco, Marziale, e anche tanti poeti e scrittori a noi contemporanei. Ma riconoscere tali nobili origini alla moderna pratica della brevitas significa anche non bollare quest’ultima (e in generale la semiotica dei nuovi modi di scrivere e comunicare) come priva di sostanza, ma accoglierla, insieme alla tradizione letteraria che reca, facendone stimolo per la creatività degli studenti.

Ennio Flaiano

«Stile vibrato e racchiuso in un breve giro di parole»1. Con questa sintesi efficace, affidata al Discorso preliminare sopra l’epigramma (1812), Leopardi rivendica per il genere concisione e stringatezza strofica.
In effetti, a un principio di sinteticità l’epigramma è sempre rimasto fedele anche quando nella letteratura italiana il doppio endecasillabo, creato sul distico elegiaco della classicità, non si è stabilizzato come univoca forma metrica e ha lasciato il posto a più versi e a più strofe. Certo, il distico non scompare, e basterebbe a ricordarcelo l’oltraggiosa poesia di Tommaseo alla morte di Leopardi («Natura con un pugno lo sgobbò / “Canta” gli disse irata: ed ei cantò»)2, ma le sperimentazioni metriche sono state così varie da arrivare all’epigramma monosillabico di Franco Fortini ne L’ospite ingrato secondo (1985): «Carlo Bo. No». Carlo Bo è il titolo e quel «No» si sposa bene alla struttura e al genere in questione per la rima tronca che si adatta perfettamente alla comicità, come sostiene Giorgio Bertone nel Breve dizionario di metrica italiana.
Ovviamente, la brevitas non va confusa con la rapidità, che invece accomuna messaggi WhatsApp e post di Twitter o di Facebook e a ricordarci quanto la concisione sia buona regola della letteratura e sia stata affinata da tempi immemorabili basterebbe l’incipit di Sciascia alla Nota di chiusura de Il giorno della civetta: «Scusate la lunghezza di questa lettera – scriveva un francese (o una francese) del gran Settecento – perché non ho avuto tempo di farla più corta»3.
Hemingway definiva questa dura disciplina del dire e del non detto principio dell’iceberg4, quel lasciar sommersi i sette ottavi di ogni parte visibile perché l’importante è quel che non si vede. E questo vale anche per un aforisma o per un epigramma, generalmente comprensibili a tutti perché usano «un linguaggio diretto», ma pur sempre un linguaggio «ellittico»5 con omissioni deducibili solo dal contesto.

Se consideriamo che oggi i ragazzi comunicano per la maggior parte con 140 o 160 caratteri, le forme letterarie brevi per il principio di economia che le accomuna possono farli riflettere con maggior interesse sulla scrittura, sulla disposizione delle parole, su precisione e saturazione e soprattutto sulla capacità di dosare ad arte l’ironia. In fondo, che si scriva come gli antichi su una tavoletta cerata, su un rotolo di papiro, su una pergamena o, oggi, su un iPhone, il problema rimane sempre lo stesso: usare un metodo sintetico ed economico senza compromettere la comprensibilità del messaggio e dando, anzi, a quel messaggio la massima efficacia.

Gli epigrammi, che «sono versi di conversazione – come scriveva Foscolo nel maggio 1795 – e vengono letti da tutte le condizioni»6, possono insegnare nel confronto dialettico con gli altri a costruire nuove dimensioni di senso perché sono poesie che si fanno capire e che allo stesso tempo stimolano repliche, motivo per cui fra le massime, gli aforismi, gli enigmi e gli epigrammi abbiamo scelto di lavorare proprio su questi ultimi.

Quali autori e quali testi scegliere in una produzione fin troppo vasta? La crestomazia si è appuntata su tre tappe fondamentali del genere, nelle quali gli epigrammi di tipo celebrativo, funerario o erotico, come quelli dell’Antologia Palatina, così come gli epigrammi altamente evocativi sull’esempio di Catullo o caustici su ispirazione di Marziale, conoscono un rinnovato vigore nell’ambito della letteratura italiana. Ovviamente, la scelta di abbandonare il filo cronologico e l’enciclopedismo delle antologie scolastiche non comporta una rinuncia alla storicizzazione, che viene al contrario recuperata con forza a partire proprio da testi e da autori irrinunciabili, colti a grappolo alla stessa altezza cronologica in modo da facilitare la contestualizzazione. Vediamo in dettaglio i tre periodi scelti.

La prima tappa importante, che segna la reviviscenza del genere, avviene in epoca rinascimentale. Di Pietro Aretino, di Machiavelli e di Ariosto si è occupata la quarta, insieme al periodo che segna il trapasso fra Settecento e Ottocento con il corpus di epigrammi di Alfieri, di Foscolo, di Manzoni e di Leopardi e con delle aperture interculturali sugli Xenia di Goethe e di Friedrich Schiller che mutuano il loro titolo dal tredicesimo libro degli Epigrammi di Marziale.
La terza tappa, affrontata dalla quinta, si colloca nel dopoguerra, periodo in cui l’interesse per questo genere si ravviva come dimostrano le ultime raccolte di Umberto Saba confluite nel Canzoniere o gli epigrammi di Alfonso Gatto e di Ennio Flaiano pubblicati nel 1959 sull’Almanacco del Pesce d’oro 1960, oppure le traduzioni di Marziale da parte di Cesare Vivaldi nel 1962 per Guanda e di Guido Ceronetti nel 1964 per Einaudi, traduzioni che rivelano una grande libertà personale.

Del resto, la seconda metà del Novecento è scandagliata da un ampio ventaglio di umori, che oscillano dall’indignazione politica del Pasolini di Umiliato e offeso (1958) o dell’Ospite ingrato (1966-1985) di Franco Fortini alle graffianti ironie sociali degli Epigrammi (1961) di Fenoglio. Ci sono poi, gli innumerevoli attacchi personali fra poeti e scrittori. Per citarne solo alcuni potremmo ricordare Caproni contro Montale («Epigramma. Montale, / ciottolo roso, / dal greto che più non risuona, ha tolto una canna / bruciata dal sole / e intesse liscosa canzone»), Fortini contro Calvino («1959. Cinico bimbo va Calvino incolume»), Giorgio Bassani contro la Ginzburg («A Natalia Ginzburg. Non ti piaccio eh? Figurati la tristezza / gli sbadigli se ti / piacevo»), Flaiano contro Bertolucci («I male informati. Quest’anno è andata male al poeta Bertolucci, / Gli hanno tolto il premio Nobel per darlo a Carducci») o contro Ungaretti («Il celebre Ungaretti. Il celebre Ungaretti all’Università / della Poesia spiegava al buio la beltà / Venne il bidello in aula, l’interruttore girò / e il volto del poeta d’immenso illuminò»).

Un caso a parte sono gli «epigrammi critici», per usare una felice espressione di Mengaldo, che Fortini scrive in apertura o in chiusura di una trentina di medaglioni sugli scrittori contemporanei e nei quali l’illuminazione prevale sull’argomentazione. Fortini afferra «in un lampo anche quello che forse gli autori non hanno mai saputo di se stessi: “Arbasino sa bene che i suoi tic e le sue vivaci moine assumono senso solo se campite su eventi terribili”»7.

Ci sono, inoltre, gli epigrammi senza acrimonia e altamente lirici sulla caducità del tutto di Daria Menicanti, che nel 1960, cioè all’indomani della morte del marito Giulio Preti, comincia a scrivere il Canzoniere per Giulio e quelli degli Xenia di Montale, dedicati alla moglie Drusilla Tanzi morta nell’ottobre del 1963: sono piccole «iscrizioni–ricordo di una vita in comune» che si riallacciano «sia al versante satirico degli epigrammi di Catullo e di Marziale, sia a quello celebrativo e funerario dell’Antologia Palatina»8.
Come chiarisce Montandon, la struttura dell’epigramma è fatta di tre parti: «il titolo, l’attesa e la soluzione. Tutto converge verso la frecciata finale. Lessing lo descrive come un meccanismo binario di suspence e sorpresa. Diverso in questo dall’aforisma, che è contestualmente isolato e contiene solo l’ultima delle tre parti»9.

Beppe Fenoglio alla scrivania

Leggere d’emblée in classe alcuni epigrammi senza preliminari spiegazioni introduttive, talvolta senza preannunciare nemmeno il nome dell’autore, è un’esperienza che può imitare ciò che avveniva nei simposi dei latini, dove la recitazione dei testi satirici o d’argomento erotico serviva a intavolare la conversazione. Facciamo un esempio. Sembra Marziale, ma non lo è:

[XCII]
A Mezio, suo compagno d’armi

Giuri che tu facesti scudo al duce
E me teste solleciti? In coscienza,
Mezio, non posso dir. Nella giornata
Non fui mai teco, sempre fui col duce.10

Il duce è davvero Mussolini e non siamo nel I secolo dopo Cristo, ma nel Novecento: l’epigramma è di Fenoglio, autore di un corpus consistente di componimenti, che saggiano vizi pubblici e privati di uomini e donne di Alba. Emerge subito l’ironia affidata al fulmen in clausola, cioè alla stoccata finale, e la tematica storica, che è una costante anche della letteratura aforistica da Guicciardini in poi11.
Negli epigrammi di Fenoglio ci sono le tasse, i fascisti, i treni, i camion e si fumano le sigarette, dunque c’è un’Alba indubbiamente contemporanea, popolata però anche da Galli bellicosi, da centurioni, da matrone, da pirati, come se «la scelta di rifarsi alla poesia latina implicasse anche di riesumare nella sua interezza quel mondo»12. Fenoglio alza il dettato del quotidiano per acuire la discrepanza fra il lessico aulico e le azioni squallide dei personaggi. Le piccole meschinità quotidiane sollecitano il sorriso, in virtù di quella misura solenne che le riveste e la conseguenza è una città di «Alba sub specie antiquitatis»13, come annota Gabriele Pedullà.

Sollecitati a memorizzare uno o più epigrammi di Fenoglio, gli studenti riescono a farlo facilmente. E questa è stata una priorità metodologica: recuperare la capacità di memorizzazione dei testi letterari brevi. Perché?
Perché la Letteratura, come sistema semiotico di secondo grado, quindi sovrapposto a quello della lingua comunicativa, obbliga a sfruttare ogni precedente lettura per cogliere e padroneggiare tutti i sensi plausibili di una sequenza di enunciati linguistici. Per farlo, è necessario che nella memoria riaffiorino precedenti letture, altrimenti viene a mancare quella rete di rimandi, di metamorfosi continue, di sedimentazioni, che consentono la piena comprensione di un testo letterario.
Se oggi le letture dei ragazzi sono sempre di meno, ripartire dagli epigrammi, così appetibili e capaci di allontanare la lettura scolastica dalla noia, può consentire più facilmente alla memoria di trattenere la luce fulminea che si sprigiona dal dirompere dell’effetto ironico. Del resto, sono gli stessi motivi che hanno consentito agli epigrammi di Marziale di resistere per secoli nel loro vigore memorabile, come ha sempre ricordato anche Concetto Marchesi.

E chiudiamo con un’esemplificazione di verifica delle competenze proposta in quinta a conclusione del percorso letterario sull’epigramma.
La prima domanda saggiava solo le Conoscenze:
Dai una definizione dell’epigramma e spiega il significato dell’espressione “fulmen in clausula”.
Per la Comprensione, seguendo il criterio di autore noto e testo non noto, è stato proposto l’epigramma di Montale Ho sceso dandoti il braccio non letto precedentemente in classe:
A chi si rivolge il Poeta? A quali difficoltà fisiche si fa riferimento? Perché le «pupille offuscate» della donna vedono di più di quelle del Poeta? Da che cosa deduci che questo componimento è un epigramma?
Per la Riappropriazione è stato chiesto di sottolineare analogie e differenze tra il testo di Montale dedicato alla Mosca e un secondo epigramma a scelta: o l’Epigramma per un verme di Daria Menicanti («Un verme tranquillo e bavoso / d’un roseo infantile fa il traghetto / del viale. / Mi domando perché poi / mi faccia quasi tenerezza… Ah, sì: / è perché ti assomiglia, mio diletto») o Carletto di Umberto Saba (Il buon Carletto, come schedo un libro, / ne muta il prezzo a suo arbitrio. Poi quello / trascrive sui risguardi, mette a un lato / la scheda, sceglie lo scaffale; vada / o no, venduto (egli spera venduto). / La sua giornata in Libreria gli corre / rapida, che il lavoro non manca, / per lui, per me, per i suoi figli. Io grato / gli sono, e più che non creda. Ripenso / (questo non glielo dico ancora; temo / si offenderebbe; ha in odio i paragoni) / il canarino in gabbia affaccendato).
Sempre per la Riappropriazione veniva anche chiesto di scrivere un epigramma, scegliendo o un ricordo fuggevole (di un assente o di un momento felice) oppure un ritratto ironico.
Per la Valutazione, tenendo presente che nel Progetto Compita è ipotizzata come un doppio movimento di avvicinamento e di distanziamento del lettore dai classici, abbiamo chiesto: Tu cosa intendi per «lungo viaggio» e avresti usato come Montale il verbo «scendere» o preferito il verbo salire per esprimere le tue difficoltà nel cammino?
Il giorno in cui la prova di verifica corretta è stata riconsegnata, gli studenti sono stati sollecitati a leggere in pubblico gli epigrammi scritti. Non tutti se la sono sentita, ma riportiamo l’epigramma di Niccolò che ha accettato di condividere il suo ritratto di Francesca, tutta presa dal suo ragazzo venticinquenne (Marco) e sfuggente per mesi in classe ai plateali e buffi approcci di Niccolò:

A Francesca, aspirante poetessa

Se ti vedo a bocca aperta
Ascoltare il Vate Marco,
Non ho il male di vivere
Ma tanto mal di stomaco.

All’ora successiva Francesca avrebbe chiesto di leggere il suo epigramma, scritto nell’intervallo, e memore, a ben vedere, degli aculei di Franco Fortini contro Carlo Bo:

Al nauseato Niccolò.
Comunque la metti, è sempre un no.

Evidentemente, aveva ragione Achille Campanile quando sosteneva che «Gli asparagi sono come gli epigrammi: tutto il buono è nella punta»14.

NOTE
1. G. Leopardi, Tutte le opere, Mondadori, Milano 1969, v. I, p. 559.
2. G. De Robertis, Il Tommaseo, il Leopardi e Il Giordani, «Rassegna storica del Risorgimento», XXV, fasc. IV, 1938, p. 509.
3. L. Sciascia, Il giorno della civetta, Adelphi, Milano 2004, p. 60.
4. E. Hemingway, Il principio dell’iceberg: intervista sull’arte di scrivere e narrare, Il Melangolo, Genova 1996.
5. G. Ruozzi (a cura di), Epigrammi italiani: da Machiavelli e Ariosto a Montale e Pasolini, Einaudi, Torino 2001, p. X.
6. Lettera di Ugo Foscolo a Gaetano Fiornasini, in G. Ruozzi (a cura di), Epigrammi italiani: da Machiavelli e Ariosto a Montale e Pasolini cit., p. XI.
7. P.V. Mengaldo, I lampi di un critico Fortini, epigrammi sui tic dei moderni, «Corriere della Sera», 17 gennaio 1997.
8. G. Ruozzi (a cura di), Epigrammi italiani: da Machiavelli e Ariosto a Montale e Pasolini cit., p. 280.
9. A. Montandon, Le forme brevi, Armando Editore, Roma 2001, p. 27.
10. B. Fenoglio, Epigrammi, Einaudi, Torino 2005, p. 94.
11. G. Ruozzi, L’esperienza ferita, in Scrittori italiani di aforismi: il Novecento, Milano, Meridiani Mondadori, 1997, v. II, p. XVII.
12. G. Pedullà, Amor de lonh, in B. Fenoglio, Epigrammi italiani: da Machiavelli e Ariosto a Montale e Pasolini cit., p. VIII.
13. Ivi, p. IX.
14. A. Campanile, Opere, Bompiani, Milano 1994, v. II, p. 632.

Il testo è un’anticipazione del QdR / Didattica e letteratura di prossima pubblicazione Le competenze dell’italiano, a cura di Natascia Tonelli.

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