La poesia contemporanea non sembra godere di buona fama presso il grande pubblico. Relegata ai margini dell’industria editoriale in collane, riviste e programmi radiofonici iperspecializzati, o in coda alle rubriche culturali di qualche rivista e agli inserti culturali dei quotidiani.
Col paradosso della donazione Derrida ha «fatto scomparire» il dono. La settimana scorsa, ho cercato di «rimettere le cose a posto». Si trattava però di un esito che rischiava l’effimero, in assenza di una definizione di dono capace di offrire un impianto concettuale solido. Oggi è tempo di trovare tale definizione.
Qualche giorno fa lo sguardo mi è caduto – in senso quasi letterale – sulla rubrica “Zona critica” del Venerdì di Repubblica, dal titolo “Tanti caratteri, ma poco carattere: la grafia fasulla invade libri e PC”, a firma Nicla Vassallo.
La settimana scorsa, con Derrida, abbiamo visto scomparire il dono: a donar per niente non si dona davvero e a donar per qualcosa non si compie un gesto di totale gratuità, quale un atto di donazione dovrebbe essere.