Autore

Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all’Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

Col paradosso della donazione Derrida ha «fatto scomparire» il dono. La settimana scorsa, ho cercato di «rimettere le cose a posto». Si trattava però di un esito che rischiava l’effimero, in assenza di una definizione di dono capace di offrire un impianto concettuale solido. Oggi è tempo di trovare tale definizione.
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La settimana scorsa, con Derrida, abbiamo visto scomparire il dono: a donar per niente non si dona davvero e a donar per qualcosa non si compie un gesto di totale gratuità, quale un atto di donazione dovrebbe essere.
Quando doniamo, si direbbe che avviene qualcosa di strano: compiamo un atto gratuito eppure al contempo non agiamo «per niente». Questa situazione ha portato alla formulazione di un paradosso piuttosto intrigante.
Su La Ricerca, di recente, ho già discusso uno dei paradossi del legame sociale. Vorrei qui affrontarne un altro, che mi sembra tra i più affascinanti in filosofia sociale: l’ho chiamato il paradosso di Moro. Si può davvero rompere un legame in nome del legame?
ANTEPRIMA FILOSOFIA SQUARE
Le nuove indicazioni nazionali sottolineano l’importanza di una didattica delle competenze. Quali sono le competenze specifiche della filosofia?
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Cosa c’entra un vecchio mito greco con l’innovazione tecnologica? Cosa ha a che fare un antico filosofo con la tecnologia dell’informazione in ambito scolastico? Vorrei suggerire che guardare indietro può fornire un po’ di serenità quando si guarda avanti: la serenità mette in grado di vedere meglio le cose.
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Ho già discusso su «La Ricerca» alcuni paradossi dell’educazione. Vorrei questa volta segnalare un affascinante paradosso del legame. Ne ho trovato una formulazione brillante ed esteticamente bella nel testo della cantautrice Norah Jones, Don’t Miss You At All (2004).
Alcuni imperativi pedagogici ricordano formule paradossali che generano sconcerto e irritazione, come “sii spontaneo”, oppure “non pensare a quel che ti dico”.
Il dibattito in corso su La Ricerca sul «digital divide» mi ha dato da pensare. Non vorrei entrare direttamente nella discussione, quanto piuttosto dare un contributo a margine, riflettendo sulla novità delle tecnologie informatiche in didattica a partire da una mia recente esperienza.
Dall’anno scolastico 2014-15 l’insegnamento CLIL (Content and Language Integrated Learning) sarà nella scuola italiana una realtà su larga scala. Vale la pena di cominciare a pensarci da adesso.

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