Vera Gheno: «Un pericolo inesistente»

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Da oggi in libreria per Laterza il nuovo libro della sociolinguista, dedicato alla parola genere. Pubblichiamo la Premessa del volume e un’intervista con l’autrice, tra scuola, ricerca e vent’anni di battaglie sulla cosiddetta “ideologia gender”.
La copertina del libro “Genere” di Vera Gheno, Latera 2026
La copertina del libro Genere di Vera Gheno, Laterza 2026.

Esce oggi, 11 settembre, per Laterza, Genere di Vera Gheno, terzo titolo della collana “Parole pericolose” dopo Democrazia di Luciano Canfora e Libertà di Nadia Urbinati. Il libro ricostruisce il percorso semantico di una parola tra le più discusse degli ultimi anni: dal dizionario, alla piazza, alle aule di scuola, al dibattito politico internazionale. Ad autunno inoltrato, il 23 ottobre, arriverà anche La lingua libera, per effequ.

«La ricerca» si era occupata di gender già nel dicembre 2015, nel numero 9, Questioni di gender, che raccoglieva voci diverse provenienti da discipline diverse. Dieci anni dopo abbiamo chiesto a Vera Gheno cosa è cambiato, e cosa no.

L’intervista è seguita dalla Premessa del volume, che pubblichiamo per gentile concessione dell’editore Laterza.

1) Genere esce a ridosso del DDL Valditara sul consenso informato a scuola. È stata una scelta di tempismo o il caso ha voluto che il libro arrivasse proprio ora? E come leggi, da sociolinguista, la formula usata dal ministero, «tuteliamo i bambini dalla confusione della propaganda gender»?

Che “genere” fosse una parola pericolosa, per riprendere il titolo della collana, era già nell’aria da tempo. La concomitanza tra il DDL e l’uscita del libro, però, è del tutto casuale, dato che, come ogni libro che si rispetti, la sua stesura è avvenuta nel corso dell’ultimo anno. Da sociolinguista, ma anche da madre di una diciottenne, leggo la formula usata dal ministero come una consapevole presa in giro. La “propaganda gender”, così come la descrivono i sedicenti difensori dei bambini, non è reale, per cui il ministero si sta appuntando al petto un merito farlocco: è facilissimo difendere i bambini da un pericolo inesistente (un po’ come il babau), ma la cui narrazione fa presa su una discreta fetta della società (l’idea di difendere i bambini, si sa, fa sentire subito più virtuosi).

2) «La ricerca» aveva già dedicato un numero al “gender”, nel dicembre 2015 (il numero 9). Vi convivevano più voci sullo stesso punto: chi, come Accolla, ricostruiva la genesi ecclesiale dell’espressione “ideologia gender”; chi, come Roghi, ne seguiva la diffusione dai documenti vaticani ai gruppi WhatsApp dei genitori; Lingiardi distingueva i gender studies, che esistono e producono ricerca, da un’“ideologia gender” che come dottrina coerente non esiste. Dieci anni dopo, nel tuo libro, ti trovi a fare un lavoro per molti versi affine. Cosa è cambiato in questo decennio nel modo in cui la scuola e l’opinione pubblica italiana parlano di genere, e cosa invece si ripete quasi identico?

A me pare che, purtroppo, l’idea dell’esistenza di una ideologia gender abbia attecchito fin troppo, nonostante gli sforzi per creare contronarrazioni. Del resto, come dico anche nel libro, con dei “testimonial” così importanti come, ad esempio, il Papa, è difficile far passare delle posizioni alternative. In questo decennio, molte destre, molti movimenti populisti e in generale tutti coloro che vorrebbero “spegnere l’arcobaleno”, cioè ricacciare dentro all’armadio qualsiasi persona queer, hanno capito che la definizione “ideologia gender” è una propaganda a bassissimo costo, che si alimenta delle paure di molte persone di fronte a ciò che non conoscono, e che vengono portate a temere. L’alterizzazione, cioè la creazione di un gruppo di “altri”, diversi da “noi”, da temere e odiare, è uno dei trucchetti sociologici più vecchi, ma che funzionano ancora oggi meglio.

3) Nel libro descrivi la genderbread person, gioco di parole tra gingerbread man, l’omino di pan di zenzero, e gender. Di cosa si tratta esattamente, e come funziona questo schema per distinguere sesso, identità, espressione e orientamento? È uno strumento che consiglieresti anche a chi insegna, magari a ragazzi e ragazze della secondaria di primo grado o del biennio superiore?

Semplicemente, è il disegno stilizzato di una persona, sul quale vengono indicate le quattro dimensioni che compongono ciò che noi chiamiamo latamente “genere”. Serve per distinguere il sesso biologico dall’orientamento sessuoaffettivo, ma anche dall’identità di genere, cioè da come una persona si identifica; infine, individua anche una quarta dimensione, che è appunto l’espressione di genere: non tutte le persone che si identificano in un certo modo possono, per un motivo o un altro, manifestare quella loro identità di genere; l’espressione dell’identità di genere, dunque, è una cosa a sé stante. Secondo me è uno strumento adattissimo per chi insegna, dai primi gradi della scuola.

4) Scrivi che il dizionario non risolve i problemi di una società ma può aiutare a inquadrarli meglio. Cosa perdono e cosa rischiano, secondo te, insegnanti e studenti quando la parola genere viene tenuta fuori dalle aule, o usata solo in chiave di allarme?

Rischiano l’ignoranza, e l’ignoranza non genera di certo conoscenza. Non citare una parola o un concetto per “paura” che quella conoscenza poi stravolga le persone è un pensiero sciocco. Intanto, le persone non diventano queer per esposizione al queer. E poi, se sono queer, lo saranno anche se in classe non si parla di questo tema. Semplicemente, saranno forse più infelici perché avranno esse stesse meno strumenti epistemici per capire chi sono, e si troveranno a vivere circondate di soggetti nei quali quella paura del “diverso” è stata scientemente alimentata, invece che sedata dalla conoscenza.

5) C’è un capitolo del libro dedicato a come la paura del gender sia diventata un tema trasversale a molte destre nel mondo, dall’Ungheria all’Argentina agli Stati Uniti di Trump. Cosa succede, linguisticamente, quando una parola tecnica di ambito accademico viene trasformata in minaccia da combattere nel discorso pubblico?

Non so nemmeno se “gender” può essere definita parola tecnica accademica. Si tratta semplicemente della traduzione inglese di “genere”. Ma il forestierismo fa più paura, no? E quindi fa il gioco dei detrattori del “gender”, per l’appunto. Per il resto, si prende una parola, la si svuota del suo significato originario, la si riempie di un significato distorto, ma capace di parlare alla pancia delle persone, et voilà, il gioco è fatto. Un po’ come per “woke”. A quel punto, non serve dare spiegazioni: le persone si attiveranno nel sentire semplicemente quella parola, senza farsi troppe domande.

6) Concludi il libro immaginando un futuro in cui si possa vivere il genere con curiosità e serenità. Cosa può fare, concretamente, chi lavora nella scuola per andare in quella direzione, in un momento in cui il tema è così esposto al conflitto politico?

Non rinunciare a parlare di questioni di genere, perché le persone più giovani ne hanno bisogno. Devono capire, capirsi, anche là dove noi adulti facciamo gli ottusi e neghiamo la rilevanza del tema per le generazioni più giovani. Ci sono tanti modi per farlo, non in maniera per forza esplicita.


Premessa

Testo riprodotto per gentile concessione di Gius. Laterza & Figli Spa.

 

Questo libro è dedicato alla parola genere, nel tentativo di analizzarne l’origine e individuare le trasformazioni semantiche che ha subito nel tempo: come si arriva dal genere coincidente con il sesso al concetto, percepito da molte persone come minaccioso, riassumibile col termine inglese gender?

È importante premettere che questo libro non ha una prospettiva neutrale. Innanzitutto, perché è mia convinzione che l’uso delle parole abbia sempre valore politico, anche quando questa loro caratteristica viene negata o sottaciuta, facendo passare i significati delle parole stesse per oggettività scientifiche. Ogni scelta linguistica implica, a mio avviso, una presa di posizione, consapevole o meno, per cui non ho remore a esplicitare che il mio punto di vista, nello scrivere questo testo, è femminista e intersezionale: adotta una prospettiva di riconoscimento delle istanze che vengono dai margini della società, che sono margini sociali, culturali, ma anche linguistici.

Il femminismo, in qualità di movimento che si è opposto storicamente a una visione patriarcale (o, se vogliamo usare una definizione meno controversa, androcentrica) della società, negli ultimi decenni ha adottato uno sguardo che mantiene al centro la questione di genere, ma andando oltre il binarismo maschile/femminile e allargandosi a tutta la rosa dei generi altri (la filosofa Chiara Bottici li chiama complessivamente secondi sessi1, così da ampliare la definizione data da Simone de Beauvoir), tenendo conto anche delle dimensioni della razzializzazione, della disabilità, della stratificazione sociale, della neurodivergenza e di tutte le altre caratteristiche umane che, invece che venire percepite semplicemente come versioni diverse dell’essere umano, danno adito a classificazioni qualitative: cisgender è meglio che transgender, pelle bianca è meglio di pelle scura, senza disabilità è meglio che con disabilità, ricco è meglio che povero, ecc.

Alla fine, sono tutte disuguaglianze socioculturali che portano a una distribuzione iniqua del potere; potere di cui, come vedremo nel testo, alcuni gruppi possono approfittare, e approfittano, più di altri. Il tema sotteso a tutta la trattazione è dunque proprio questo: che le differenze esistono, ed è bene che vengano riconosciute; ma che tali differenze non dovrebbero portare alla negazione dell’agency, ossia della capacità di agire e trasformare la realtà, di interi gruppi di persone all’interno della società.

Rispetto a una questione così articolata, la presunta ideologia di genere può sembrare solamente tangenziale; è invece centrale, perché a mio avviso una migliore comprensione della complessità di un aspetto dell’essere umano spesso dato per scontato ha un effetto benefico anche sulla conoscenza delle altre caratteristiche che lo rendono una creatura sfaccettata ed estremamente difficile da incasellare e classificare.

Da V. Gheno, Genere, Laterza editore, Roma-Bari 2026, pp. 7-8.

Note

1. C. Bottici, Manifesto anarca-femminista, Laterza, Bari-Roma 2022.

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Redazione La Ricerca
Vera Gheno

Vera Gheno, sociolinguista e traduttrice dall’ungherese, ha collaborato per vent’anni con l’Accademia della Crusca. Dopo 18 anni da contrattista, dal 2021 al 2026 ha lavorato come ricercatrice all’Università di Firenze. A giugno 2026 è stata nominata Honorary Enterprise Senior Fellow presso la University of Melbourne, Australia. Si occupa prevalentemente di comunicazione digitale, questioni di genere, diversità, equità e inclusione. Conduce per “Il Post” il podcast Amare Parole. Tra le sue pubblicazioni, Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole (effequ 2019), Grammamanti. Immaginare futuri con le parole (Einaudi 2024) e Nessunə è normale (UTET 2025).

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