Chi è stato il primo a sognare di camminare sulla Luna? Una donna? Un uomo? Magari è un’idea che si perde alle origini stesse della nostra specie. Molti ci hanno pensato almeno una volta, i più nella propria solitudine, ma qualcuno ha trasformato quella visione in un racconto che ha ispirato intere generazioni. Ne L’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, Astolfo sale sulla Luna per recuperare il Senno di Orlando su un carro trainato da ippogrifi. Per Jules Verne quel viaggio poteva avvenire solo a bordo di una navicella sparata da un enorme cannone. Tutti viaggi impossibili, o quantomeno improbabili, fino a quando non è arrivato il programma Apollo.
Il futuro è una spinta

Quel sogno ancestrale non ha seguito un percorso lineare per arrivare ai progettisti della NASA, ma è stata la forza propulsiva che ha permesso di trasformare la fantasia in realtà. Nasce con questa ambizione l’idea di realizzare “Progetto Cassandra”, un podcast prodotto dall’Università degli Studi di Padova in collaborazione con Chora Media per il National Biodiversity Future Center. L’obiettivo che noi e Sofia Belardinelli avevamo era raccontare una storia che parlasse di scienza, ma soprattutto di un sogno: un futuro in cui la tutela della biodiversità fosse reale a tutti i livelli.
Presto ci siamo resi conto che ciò che avevamo in mente altro non era che un racconto di fantascienza. Come dice Francesco Verso nel suo saggio Solarpunk: nuovi semi dalle ceneri del futuro1, la natura narrativa della fantascienza è quella di descrivere una realtà che potrà esistere solo a determinate condizioni.
Tuttavia, le narrazioni sul futuro più diffuse nell’immaginario comune descrivono un mondo distrutto da guerre o inquinamento, dove talvolta l’umanità ha addirittura abbandonato la Terra per cercare rifugio su pianeti lontani. Sono pochi, nella cultura mainstream, i racconti di un mondo virtuoso in cui l’umanità ha dato il meglio di sé.
Nell’enorme e intricato albero della narrativa fantascientifica c’è però una fronda, nata a metà degli anni 2010, che si contrappone alle narrazioni disfattiste e catastrofiste della fiction distopica. Si tratta del Solarpunk, una corrente che racconta di comunità indipendenti, resilienti ed eque, e si sforza di immaginare e descrivere un futuro sostenibile di pace, speranza e prosperità.
“Progetto Cassandra” si andava a inserire perfettamente in questo filone, perché si proponeva di raccontare un mondo, a 25 anni da oggi, in cui le migliori pratiche di salvaguardia e tutela ambientale sono divenute realtà. Un futuro in cui tutti i trattati, le direttive, e gli accordi internazionali per ridurre l’inquinamento, tutelare la biodiversità e mitigare la crisi climatica sono stati messi in atto.
Volevamo raccontare un’Italia in cui le comunità erano riuscite a prendersi cura dell’ambiente a livello politico, amministrativo e associativo. Il tutto senza allontanarci dai dati scientifici più recenti e aggiornati sulla biodiversità.
Uno dei racconti che più ha influenzato la genesi di “Progetto Cassandra” risale a molti anni prima della comparsa del Solarpunk: Il convettore Toynbee di Ray Bradbury viene pubblicato per la prima volta nel 1984 e descrive il potere di un racconto sull’umanità. La storia narra di Craig Bennett Stiles, un viaggiatore nel tempo che compie un unico viaggio nel futuro. Al suo ritorno, il reportage che Stiles fa del suo viaggio genera il forte desiderio di anticipare e realizzare quel futuro il più rapidamente possibile.
Il mondo era impazzito di gioia. Era corso incontro a quel futuro, anticipandolo, nella visione delle città promesse, della salvezza totale e dei mari e delle terre fraternamente suddivise tra uomini e animali.2
Ad affascinarci era proprio la capacità generativa del racconto del futuro e la sua potenza nello stimolare le azioni e le scelte umane. Per questo, abbiamo voluto esplorare la possibilità di utilizzare un podcast come strumento per narrare e affrontare le sfide legate alla tutela della biodiversità.
“Progetto Cassandra” si inserisce nelle attività di comunicazione della scienza sviluppate dall’Università degli Studi di Padova per il National Biodiversity Future Center (NBFC), uno dei cinque centri nazionali istituiti nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, finanziato dal programma europeo NextGenerationEU. In questo contesto, la comunicazione non si limita alla semplice diffusione di risultati e diventa costruzione di un dialogo tra ricerca e società, volto a valorizzare il ruolo della biodiversità per il benessere umano e per la stabilità degli ecosistemi.
Molti progetti di ricerca del Centro si concentrano sul ripristino degli ecosistemi danneggiati e sulla protezione degli ambienti più fragili. Questo obiettivo viene perseguito tramite diverse azioni, tra cui il monitoraggio, la protezione diretta e la reintroduzione delle specie che abitano questi ecosistemi.
Con “Progetto Cassandra”, lʹintento è stato quello di accendere i riflettori su ambienti italiani meno conosciuti ma estremamente vulnerabili, inquadrandoli in una prospettiva di futura tutela e ripristino.
Il pubblico da raggiungere
Uno degli obiettivi centrali della strategia di comunicazione del National Biodiversity Future Center era ampliare il più possibile il pubblico raggiunto. La scelta è stata quella di articolare la produzione su formati e media eterogenei, nella consapevolezza che pubblici e audience differenti consumano storie e notizie attraverso canali specifici. Per questo NBFC ha sviluppato progetti di comunicazione della scienza originali e diversi declinati su quotidiani, riviste, televisione, libri, social media, podcast e giochi, in modo da rendere accessibili i risultati della ricerca sulla biodiversità a pubblici differenti per interessi, età e competenze.
“Progetto Cassandra” voleva raggiungere un pubblico ampio e a digiuno di contenuti scientifici. Per fare questa operazione avevamo la necessità, e l’aspirazione, di collaborare con una grande casa di produzione di podcast. In questo modo ci saremmo assicurati sia l’accesso a un pubblico vasto e diversificato, sia competenze professionali elevate. Il panorama dei podcaster in Italia è molto vario e florido, ma una delle realtà più innovative è Chora Media, nota in particolare per i suoi podcast di stampo narrativo.
Tra le produzioni più interessanti di questa casa di produzione c’è infatti Megalopolis – Mumbai 2050, un podcast del 2022 scritto e raccontato da Pablo Trincia. Se Il convettore Toynbee è il racconto che ha fatto da seme all’idea di “Progetto Cassandra”, Megalopolis – Mumbai 2050 è di sicuro il podcast che più lo ha ispirato. Pablo Trincia costruisce una narrazione che si sposta continuamente tra la Mumbai del 2022, anno in cui è stato pubblicato il podcast, e quella del 2050, in cui invece è ambientato. Episodio dopo episodio, scopriamo una Mumbai del futuro cambiata a causa della crisi climatica e dell’innalzamento del livello dei mari non solo nel paesaggio, ma anche nella società. Un esercizio di fantascienza e di adesione alle previsioni degli impatti della crisi climatica talmente realistico da immergere l’ascoltatore in un futuro a tratti drammatico.
Volevamo che “Progetto Cassandra” fosse il contraltare di questa visione, raccontando il futuro migliore che potremmo ottenere, qui nel Mediterraneo.
La collaborazione con Chora Media

L’idea iniziale del podcast nasce da una semplice domanda: come si può raccontare la biodiversità senza concentrarsi sul suo stato di crisi, ma provando a immaginare concretamente il suo recupero? La prima intuizione è stata quella di costruire un viaggio, un reportage ambientato nel 2050. Un futuro in cui alcuni dei paesaggi italiani oggi più fragili venissero raccontati dopo decenni di politiche ambientali efficaci e interventi di restauro ecologico. Un esercizio di immaginazione informata, per mostrare cosa potrebbe accadere se le strategie di tutela della biodiversità oggi proposte venissero davvero realizzate.
Fortunatamente Chora Media ha accettato la nostra proposta, dando vita a una collaborazione che si è presto trasformata in un vero processo di co-creazione. All’idea iniziale, Chora ha risposto con una soluzione narrativa che ne amplificava le potenzialità: non più soltanto ambientare il racconto nel futuro, ma farlo arrivare nel presente.
In questa nuova versione, la storia prende avvio nella redazione di Chora, dove un giorno arriva una email insolita. Un messaggio che arriva da una data impossibile – il 2050 – e contiene una serie podcast già montata. Da quel momento si sviluppa una narrazione su due piani.
Mentre nel presente due redattori cercano di capire da dove provenga il misterioso messaggio, ascoltiamo gli episodi dal futuro contenenti interviste a ricercatrici e ricercatori che raccontano progetti di conservazione, politiche ambientali e interventi di restauro che hanno trasformato ecosistemi oggi in crisi.
Il lavoro comune è proseguito passando dalle prime proposte narrative alle presentazioni editoriali, fino alla definizione della struttura degli episodi e del ritmo della serie. In questo processo, le competenze scientifiche e quelle autoriali si sono progressivamente intrecciate. La ricerca ha fornito dati, scenari e casi studio, mentre la scrittura costruiva un’impalcatura narrativa capace di trasformarli in racconto, lavorando su voci, dialoghi e paesaggi sonori.
Un passaggio centrale della co-progettazione ha riguardato proprio la selezione e la traduzione dei contenuti scientifici nel linguaggio del podcast. Le interviste agli esperti costituiscono il punto di partenza per la raccolta delle informazioni scientifiche ma era necessario che venissero registrate, trascritte, selezionate e poi rielaborate nello script degli episodi. A questo materiale sono state aggiunte la voce narrante, il sound design e la costruzione dell’ambiente sonoro, contribuendo così a dare forma al mondo immaginato. Il risultato è un formato a metà tra documentario e finzione speculativa, in cui la narrazione non sostituisce la ricerca, ma la rende più accessibile e condivisibile.
Chi parla dal futuro?
Una volta definita la struttura narrativa, il passaggio successivo era capire quali sarebbero state le voci dal futuro.
Il podcast è stato costruito a partire da una selezione di ricercatrici, ricercatori ed esperti coinvolti nel National Biodiversity Future Center e impegnati nella gestione degli ecosistemi e nelle politiche di conservazione. L’intenzione era di rappresentare la ricerca accademica, e contemporaneamente far dialogare discipline diverse e competenze complementari per la tutela della biodiversità, come ecologia, agronomia, biologia della conservazione e gestione delle risorse idriche.
La scelta delle voci è stata guidata sia da criteri scientifici, sia da esigenze narrative. Ogni episodio doveva rappresentare un ambiente diverso e raccontarne un possibile percorso di trasformazione. Una volta scelti i contesti, era necessario individuare progetti, strategie, interventi ed esperti che già oggi stanno sperimentando forme di tutela e ripristino ecologico. La scelta è ricaduta sui cinque intervistati, biologi della conservazione, agronomi, ecologi ed esperti di governance ambientale, che compaiono nel podcast.
Patrizia Stipcich, biologa marina dell’Università Federico II di Napoli racconta il recupero delle praterie di Posidonia oceanica e del ruolo degli ecosistemi costieri nella resilienza del Mediterraneo. Paolo Tarolli, agronomo dell’Università di Padova, descrive come l’agricoltura cosiddetta “eroica” possa diventare un laboratorio di adattamento climatico e tutela della biodiversità. Emiliano Mori, biologo della conservazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), riflette sulla convivenza con la fauna selvatica negli ambienti urbani. Marina Colaizzi, economista e segretaria generale dell’Autorità di bacino delle Alpi Orientali, affronta invece il tema della gestione della risorsa idrica e dei bacini fluviali. Infine, Giorgio Alberti, ecologo ed esperto di pianificazione forestale dell’Università di Udine, indaga il rapporto tra il territorio e le comunità che lo abitano, soprattutto in funzione degli effetti sulla sostenibilità e la ricchezza di biodiversità.
Nel podcast queste voci però non parlano al presente. Gli esperti interpretano i loro alter ego del 2050 e raccontano, come se fossero già avvenuti, processi di ripristino o tutela che oggi sono appena agli esordi o non sono ancora partiti. Questa scelta narrativa ha rappresentato anche una piccola sfida per le persone coinvolte. I ricercatori e le ricercatrici intervistati non sono giornalisti né attori, e durante le registrazioni hanno dovuto muoversi nella posizione inedita di raccontare al presente processi che oggi sono ancora oggetto di ricerca, progettazione o sperimentazione.
Il compito era immaginare sviluppi plausibili e scientificamente fondati, e collocarli nel tempo verbale del futuro già realizzato. In alcuni casi questo ha prodotto piccoli scarti linguistici, soprattutto nella coniugazione dei tempi verbali, quando il racconto tornava spontaneamente al presente della ricerca.
Per facilitare questo passaggio, prima di ogni registrazione è stata organizzata una conversazione preparatoria, per prendere familiarità con gli strumenti tecnici, discutere i contenuti dell’episodio e costruire insieme il contesto narrativo. Questo lavoro preliminare ha aiutato gli intervistati a calarsi nei loro alter ego del 2050 e a trasformare scenari plausibili in un racconto credibile.
Il risultato finale si allontana dall’essere un semplice esercizio di futurologia per diventare una forma di narrazione speculativa radicata nella ricerca scientifica. Spostando il punto di vista nel futuro, il podcast prova a rovesciare una dinamica comunicativa ormai diffusa: invece di partire dalla previsione della catastrofe, immagina cosa potrebbe accadere se le conoscenze che possediamo oggi venissero davvero tradotte in politiche e azioni collettive.
“Progetto Cassandra”

All’interno di questa cornice narrativa prendono forma i cinque episodi della serie, che raccontano altrettanti scenari ambientali e sociali, costruiti a partire da problemi già visibili oggi, e dai loro possibili percorsi di trasformazione. Ogni episodio è introdotto da una “mail dal futuro”, un messaggio che arriva alla redazione e che contiene un nuovo frammento della storia. Attraverso queste comunicazioni si compone progressivamente un mosaico di racconti ambientati nel 2050, in cui il rapporto tra società umane ed ecosistemi è stato profondamente ridefinito.
Il primo episodio si concentra sulla relazione tra ambiente e salute pubblica. Una zoonosi emersa negli anni Quaranta del secolo costringe le città a ripensare il rapporto tra spazi urbani, fauna selvatica e sistemi sanitari. L’episodio utilizza questa premessa narrativa per esplorare il legame tra perdita di biodiversità, cambiamenti ambientali e diffusione di nuove malattie.
Un secondo episodio si sposta nei paesaggi agricoli e montani, dove gli effetti della crisi climatica mettono alla prova la sostenibilità dei sistemi produttivi. Qui il racconto si concentra sulle pratiche di gestione del territorio e su forme di agricoltura capaci di integrare produzione alimentare, conservazione della biodiversità e adattamento agli eventi climatici estremi. In questo contesto l’agricoltura cosiddetta “eroica” diventa un esempio di come territori fragili possano trasformarsi in laboratori di innovazione ambientale.
Il terzo scenario riguarda il Mediterraneo, uno degli ecosistemi più ricchi ma anche più vulnerabili del pianeta. Attraverso il racconto del recupero di habitat costieri e delle praterie di Posidonia oceanica, l’episodio mostra come la protezione degli ecosistemi marini possa contribuire non solo alla conservazione della biodiversità, ma anche alla resilienza delle comunità costiere di fronte all’innalzamento del livello del mare e ai cambiamenti climatici.
Un altro episodio affronta invece il tema della gestione dei bacini fluviali e del rischio idrogeologico. In un Paese come l’Italia, dove la convivenza con fiumi e torrenti ha modellato per secoli il paesaggio, vengono suggeriti nuovi modi di pensare il rapporto tra infrastrutture, territorio e dinamiche naturali. La gestione della risorsa idrica diventa così un elemento chiave per costruire sistemi ambientali e sociali più resilienti.
L’ultimo episodio torna infine alla domanda che attraversa tutta la serie: siamo ancora in tempo? Dopo aver attraversato diversi ambienti e scenari, il racconto si chiude con una riflessione sulle possibilità di cambiamento che emergono dalla ricerca scientifica e dalle politiche di conservazione. Più che proporre una previsione del futuro, dunque, il podcast suggerisce che il 2050 dipenderà in larga misura dalle scelte che verranno prese nei prossimi anni.
Conclusioni
La fiction di “Progetto Cassandra” non ambisce a competere con la grandezza letteraria di Ludovico Ariosto, Jules Verne o Ray Bradbury. Tuttavia, ha la speranza di stimolare quella stessa riflessione in grado di spingere l’umanità a considerare l’impatto delle proprie azioni e a promuovere un cambiamento.
Il problema è l’urgenza. L’ideale di una società umana sostenibile, che trovi un equilibrio tra le sue necessità e la salvaguardia della natura, non ha il lusso del tempo che ha avuto il sogno di raggiungere la Luna. Le crisi che stiamo affrontando – quella climatica e della biodiversità – sono già in atto, visibili a tutti, e le loro conseguenze possono essere catastrofiche, sia per la nostra specie sia per molte altre. Dobbiamo trasformare questa idea in realtà, immediatamente.
Forse, però, c’è una differenza. Ora sappiamo che le nostre scelte hanno impatti negativi molto elevati. Possiamo credere, quindi, ed essere fiduciosi, che anche le scelte positive possono avere altrettanto successo. Così “Progetto Cassandra” è un tentativo di ispirare tutti noi a sistemare le cose, a costruirci un futuro in cui affrontiamo la crisi climatica anche attraverso la tutela e il ripristino della biodiversità. Non lontano da noi, ma qui, fuori dalla porta di casa. Nella speranza di non dover fuggire sulla Luna o su altri pianeti lontani per trovare una nuova casa, ma di riuscire a riparare quella in cui viviamo. Sulla Luna, in fin dei conti, ci siamo arrivati davvero.

Note
- F. Verso, F. Fernandes (a cura di), Solarpunk – Come ho imparato ad amare il futuro, Future Fiction, Roma 2020.
- R. Bradbury, Viaggiatore del tempo, trad. it. di A. Terzi, Mondadori, Milano 2003.