Vita da prof nella Roma antica

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Un discorso sulla considerazione sociale e il livello economico degli insegnanti nell’antica Roma è difficile per diverse ragioni: cercherò brevemente di spiegarle nella prima parte di questo intervento, che si concluderà invece delineando il profilo di due antichi docenti molto particolari. Dal numero 22 de «La ricerca», “Professione prof”.
Rilievo con una scena di vita scolastica romana, Rheinisches Landesmuseum, Treviri.

Anzitutto, un conto è parlare del ludi magister – che istruiva i bambini dai 7 agli 11 anni circa – malpagato, spesso di origine servile e privo di una solida formazione culturale, un altro è parlare dei professori che insegnavano nei cicli superiori. Infatti gli studenti dagli 11 anni ai 16 erano affidati alle cure di un grammaticus, assai più colto e meglio retribuito, anche se talora di condizione libertina (cioè ex schiavo), mentre i ragazzi più grandi – predestinati alla vita politica o forense – seguivano le lezioni dei rhetores, alcuni dei quali erano delle vere e proprie “star” dell’educazione: va da sé che stipendio e reputazione fossero adeguati alla loro considerazione sociale. In un’anacronistica comparazione avvicinerei questi ultimi più ai moderni docenti universitari che ai professori di Liceo1.

Ci sono poi altre variabili che intervengono in tale questione, e tra queste la dimensione per lo più privata del rapporto tra le famiglie e gli insegnanti (in molti casi titolari delle loro scuole) che poteva dar luogo a significative differenze a livello locale, giacché non mancavano situazioni di evergesia, come quella di Plinio il Giovane, che – come vedremo – mise a disposizione il proprio denaro per pagare i docenti delle scuole di Como, oppure di intervento pubblico (specialmente nelle province) per concorrere alle spese dell’istruzione: è chiaro come in queste circostanze gli insegnanti potessero risultare meglio pagati. La prima vera cattedra “statale” fu comunque quella di un rhetor, affidata in età Flavia a Quintiliano – una “star”, appunto – cui spettava un considerevole salario annuo.

Quanto guadagnavano davvero?

Entrare nel merito delle differenze stipendiali ci obbliga però alla massima prudenza, e pertanto è bene partire dalle autorevoli parole di Henri-Irénée Marrou, il più grande studioso dell’educazione nel mondo antico:

Nella gerarchia dei valori professionali e sociali, esso [il retore, N.d.A.] occupa un posto nettamente più elevato di quello dei suoi colleghi dei primi due gradi. È meglio pagato; Giovenale all’inizio del II secolo parla di 2000 sesterzi all’anno per alunno, ossia uno stipendio quattro volte superiore a quello previsto per un semplice grammatico. È vero che si tratta dell’illustre Quintiliano; per i professori comuni non si arrivava forse a tale cifra. Al tempo di Diocleziano, l’orator è meno favorito rispetto al grammatico; infatti guadagnano rispettivamente 250 e 200 denari (al mese per ogni alunno) di fronte ai 50 del semplice maestro2.

Interessante è soprattutto la menzione fatta da Marrou dell’Edictum de pretiis di Diocleziano (301 a.C.) – un “calmiere” dei prezzi di merci e mestieri – che ci consente di comparare la retta mensile per studente di retore (250 denari), grammatico (200) e maestro (50), con i 25 denari al giorno di un bracciante, i 50 di un artigiano, i 150 di un abile pittore, ma nondimeno con la parcella di un avvocato, che percepiva tra i 250 e i 1000 denari a causa.

Foglio di un manoscritto dell’Institutio Oratoria di Quintiliano (Plut. 46.12, fol. 1r), conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze.

Sempre difficile interpretare realisticamente numeri cronologicamente così lontani, ma il sospetto è che il “maestro elementare” – che Marrou non esita a definire un «povero diavolo» – non pasteggiasse con il pregiato vino Falerno, mezzo litro del quale costava 30 denari, ma con il vinello da tavola che costava tre volte di meno! D’altronde Marziale, poeta di età Flavia, disturbato dalla grida che un magister «volto odiato dai ragazzi e dalle ragazze» emette per mantenere la disciplina, si rivolge a lui dicendo con sarcasmo: «i soldi che prendi per gridare, li prenderesti per tacere?» (Marziale, Epigrammi, IX, 68, trad. S. Beta). Insomma: non sarebbe costato molto liberarsi di quel fastidioso rumore…

Storie di professori… degni di una statua!

Non voglio però, in questa sede, né fare una pietistica caricatura dei miei colleghi d’antan sottopagati, e neppure parlare di personaggi troppo famosi come Quintiliano, autore di quel corposo manuale di didattica (Istututio oratoria) il cui ritrovamento «salvo e incolume, ancorché tutto pieno di muffa e polvere» nel 1416 nell’abbazia di San Gallo fece dire all’umanista Poggio Bracciolini – in una lettera all’amico Guarino Veronese – di averlo liberato da «un tristissimo ed oscuro carcere, nel fondo di una torre, in cui non si caccerebbero neppure dei condannati a morte» (trad. E. Garin).

Mi piace invece, lo ribadisco, delineare le figure di Orbilio e Septiciano, due professori che, pur nella diversità delle loro storie, arrivate a noi da fonti molto diverse, possono vantare una bellissima cosa in comune: hanno avuto entrambi l’onore di una pubblica statua. Parlo dunque di loro con un po’ di invidia, accennando contestualmente pure alla liberalità di Plinio il Giovane, lo sponsor che la scuola di ogni tempo vorrebbe avere.

Base di statua con iscrizione onoraria per il grammaticus Publio Attilio Septiciano (CIL V, 5278), Como, Civico museo Giovio.

Orbilio, grammatico severo

Il primo dei due onorati è il grammaticus Lucio Orbilio Pupillo (113 a.C. –13 a.C.), originario di Benevento, che il più celebre dei suoi allievi – il poeta augusteo Quinto Orazio Flacco – definì plagosus (cioè «manesco, che arreca piaghe») in Epistulae 2, 1, vv. 70-713. Non è dunque strano che Orbilio sia divenuto perenne modello del docente conservatore e severo, tanto che in età illuministica si bollò come “Orbilianismo” l’eccesso di punizioni corporali proprio delle scuole gesuitiche.

Tale immagine austera è confermata dal biografo Svetonio (De gramaticis, 9) che ci ricorda come il Nostro – cittadino romano a pieno diritto – abbia svolto con merito il servizio militare e si sia poi trasferito cinquantenne, sotto il consolato di Cicerone (nel 63 a.C.), a Roma, dove lavorò a lungo come grammatico «con una fama maggiore rispetto alla sua retribuzione» (maiore fama quam emolumento). Questa modesta condizione lo obbligò a vivere fino a età avanzatissima in un angusto sottotetto. Era povero, dunque, ma famoso, se – dice Svetonio, nel II secolo d.C. – «a Benevento, sul lato sinistro del Campidoglio, si vede un statua marmorea di lui seduto e vestito di un pallio, accanto a due scrigni», espressione che fa ipotizzare che il monumento fosse ancora visibile a un secolo dalla morte.

Chissà se quell’onore gli era stato eretto in vita o post mortem? Nel primo caso, avrebbe un po’ lenito la sua amarezza per le continue lamentele dei genitori dei suoi allievi (forse – a buon diritto – preoccupati dalle piaghe dei loro figli…) per difendersi dalle quali pubblicò addirittura un polemico pamphlet che si intitolava «Il tribolato».

L’evergesia di Plinio il Giovane

In effetti – come già ho anticipato – le pressioni dei genitori paganti sui professori dovevano essere notevoli, con il consenso della pubblica opinione. A tale riguardo, il ricchissimo Plinio il Giovane, il quale – purché la sua Como avesse buoni docenti (presumibilmente grammatici o retori) reclutati in altre città – era disposto a pagare personalmente parte del loro stipendio, manifestò all’amico Tacito queste considerazioni:

Prometterei anche di sostenere l’intera spesa, se non temessi che questo mio dono finirebbe, una volta o l’altra, per essere guastato dai favoritismi come vedo accadere in molte località, ove i professori sono nominati dalla pubblica amministrazione. A questo malanno v’è un rimedio: se viene lasciata ai soli genitori la facoltà di assumere i professori e costringerli a una scrupolosa scelta anche con l’obbligo di sopportarne la spesa. Giacché coloro che fossero poco scrupolosi del denaro altrui, lo saranno certamente del proprio; e si interesseranno perché solo chi è degno benefici del mio denaro, se ne riceverà anche da loro stessi» (Epistulae 4, 13, 6-8, trad. L. Rusca)4.

In poche parole: se i genitori non ci mettono anch’essi un po’ di soldi non eserciteranno alcun controllo sugli insegnanti, proprio come avviene quando questi sono nominati dallo Stato. Ho – per varie ragioni – antica simpatia per Plinio, e perciò pur insegnando da sempre nella scuola statale evito anacronistici (quanto polemici) commenti a questo proposito!

L’eredità di Septiciano

Si è appena accennato a Como (l’antica Comum), e proprio qui è stata trovata una massiccia base di statua (cm. 96 x 65 x 52, in marmo locale) fatta erigere da un ente pubblico (forse l’ordo dei decurioni, cioè il consiglio dei notabili locali) a vantaggio di un tal Publio Atilio Septiciano, definito grammaticus latinus: è lui il secondo professore di cui voglio parlare. Ecco il testo latino inciso sul monumento (edito in CIL V, 5278 = ILS 6729 = EDR161676, A. Ferraro), accompagnato dalla traduzione italiana dell’epigrafista Antonio Sartori5:

P(ubli) Atili / P(ubli) f(ili) Ouf(entina tribu) / Septiciani / grammat(ici) Latini / 5 cui ord(o) Comens(ium) / ornamenta / decur(ionalia) decrevit / qui universam / substantiam / suam ad rem publ(icam) / 10 pertinere voluit.

(Statua) di Publio Atilo Septiciano, figlio di Publio, della tribù Oufentina, grammatico latino, a cui il «senato» dei Comensi le insegne dei decurioni concesse; perché egli tutti quanti gli averi suoi alla comunità volle che toccassero.

Publio Atilio Septiciano è un personaggio che sembra fatto apposta per creare dubbi negli studiosi. Egli ottenne infatti le insegne decurionali (divenne cioè “decurione onorario”) e l’erezione della statua, in quanto lasciò alla comunità tutti i suoi beni (universam substantiam suam); e se per la statua – onore comunque raro – abbiamo visto il precedente di Orbilio, la donazione dei beni al municipium è un gesto solitamente fatto da soggetti socialmente ben più alti di un semplice professore “di scuola media”.

Una soluzione ai nostri dubbi potrebbe essere quella di ritenere che il termine grammaticus identifichi non un docente attivo nella schola grammatici, ma nella successiva schola rhetoris, poiché talora, nella pratica, la differenza terminologica si attenuava. Pensare al nostro come a un retore, figura – come si è visto – di superiore rango sociale ne giustificherebbe meglio l’ingenuitas (è però vero che anche Orbilio era cittadino) e la floridezza economica. Purtroppo, però, non ci sono notizie sicure di una scuola di tale livello a Como, e dobbiamo dunque continuare a ritenerlo un grammaticus, detto latinus probabilmente perché nella sua scuola esisteva anche un professore di lingua greca. Ma la grafia epigrafica ci porta al II secolo d.C. avanzato, e allora perché non pensare a un insegnante giunto a Comum dopo che Plinio il Giovane aveva chiesto – nell’epistola già menzionata – all’amico Tacito di segnalargli qualche docente di buon livello? In tal caso sarebbe possibile immaginare che Septiciano fosse un forestiero, magari conosciuto da Tacito e poi in familiarità con Plinio, che alla docenza a Comum aveva dedicato l’intera esistenza, tanto da restare privo di legami familiari e da lasciare tutti i suoi beni alla città d’adozione.

Si tratta – in tutta onestà – di un esercizio forse eccessivo di fantasia, perché questa ipotesi è solo in piccola parte supportata dalla schematicità del testo epigrafico. Eppure l’incrocio delle due fonti (letteraria ed epigrafica) e l’indubbio, insolito, prestigio del personaggio rendono questa suggestione non del tutto impossibile. E se fosse veritiera, poco importa se i beni lasciati in eredità da Septiciano ad rem publicam (cioè alle istituzioni, al «bene comune»…) fossero tanti o pochi, perché l’eredità maggiore da lui affidata alla collettività sarebbe stata quella culturale, fatta dalla sua devozione al mestiere e dalla sua lunga attività didattica; e sarebbe bello pensare che a spingere per l’erezione della statua oggi perduta siano stati numerosi ex alunni, che delle doti umane e professionali di Septiciano avevano fatto direttamente prova.


NOTE

  1. Una recente sintesi sul sistema scolastico romano, con adeguata bibliografia, è in R. Lanfranchi, J. M. Prellezo, Educazione, scuola e pedagogia nei solchi della storia, vol. 1, LAS, Roma 2009, pp. 150-164. Ancora imprescindibili, però, il “classico” H.-I. Marrou, Storia dell’educazione nell’antichità, Edizioni Studium, Roma 1971 (spec. pp. 353-383) e il ben documentato S. F. Bonner, L’educazione nell’antica Roma. Da Catone il Censore a Plinio il Giovane, Armando editore, Roma 1986. Un’antologia di testi commentati sulla scuola romana è M. Mortarino, M. Reali, G. Turazza, Loci scriptorum. Quintiliano e l’educazione a Roma, Loescher, Torino 2012.
  2. Marrou, Storia, cit. p. 375.
  3. Sulla figura di Orbilio utile la consultazione di G. Garuti, s.v. Orbilio, in Enciclopedia Oraziana, 1, Istituto Enciclopedia Italiana, Roma 1996, pp. 832-834. Il passo di Svetonio che lo descrive – citato infra – è commentato in Mortarino, Reali, Turazza, Loci, cit., pp.23-25.
  4. Sul profilo di Plinio il Giovane, da ultimo, si veda C. Moreschini, Plinio il Giovane, in AAVV, Storia di Como. Dalla romanizzazione alla caduta dell’impero (196 a.C. – 476 d.C.) 1, 2, Como 2013, pp. 259-268. La sua generosità verso i potenziali insegnanti di Como è indagata da A. Grilli, Cultura e scuola a Como in età romana, in AAVV, Atti del Convegno “Novum Comum 2050”, Como, 1993, pp. 259-266.
  5. A. Sartori, Le iscrizioni romane. Guida all’esposizione, New Press, Como 1994, p. 48. Di Septiciano si parla diffusamente anche in Mortarino, Reali, Turazza, Loci, cit., pp. 34-35, dove già si ipotizza un suo legame con il “reclutamento” di Plinio, la cui lettera a Tacito ivi si commenta.
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Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

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