Un antidoto a Nedda

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Una figlia sta per tornare dopo la prima prova di maturità, ho letto le tracce in sua assenza, e ciò rende più severo del dovuto il mio giudizio. Lo si prenda come la testimonianza materna di una lettrice che l’età e i pensieri hanno reso intollerante a nei confronti di ciò di cui non ravvisa un senso.

 

La prima prova dell’esame di Stato non è una prova qualunque: se si pretende che serva a misurare il livello di maturità a conclusione di un ciclo scolastico di tredici anni, si può sperare che possa anche offrire anche una sorta di ultimo viatico, interrogante certo, ma anche per questo prezioso. E invece, se guardo alla scelta di tipologia A, analisi di un testo in prosa, mi sento precipitare in una sensibilità che non è nemmeno vicina a quella del tempo in cui sono stata giovane io. Verga dunque, e non un Verga qualunque, ma il novellista più conforme all’antico, moralista e imprigionato in un patetismo preromantico, paternalisticamente filantropico, lontano da quella approssimazione intima che avviene essenzialmente attraverso il linguaggio nel momento in cui il narratore si nasconde, lascia la parola ai personaggi, l’impersonalità produce uno straniamento che sposta di qualche millimetro l’orizzonte di attesa del lettore e con ciò produce qualcosa nella sua coscienza.

Il narratore dei Malavoglia è l’antenna radio che coglie, nelle espressioni di una umanità vinta, la sua autentica dimensione tragica e può sperimentare, attraverso una sorta di immersione, una condivisione autentica.

Il brano selezionato per la prova, invece, pur tagliato della prima parte della novella, quella in cui il narratore presenta sé stesso, guida il candidato a piangere non la prima lacrima, quella dell’autentica compassione, ma la seconda, che nasce dal compiacimento della compassione.

Nedda è una fantasticheria del narratore-alter ego di Verga, una «peregrinazione vagabonda dello spirito» (in Fantasticheria si parla di «irrequietudini del pensiero vagabondo»): nel fuoco del caminetto un borghese annoiato contempla il fuoco (pasta Madeleine) e lascia riaffiorare un ricordo, ma questo riaffiorare pigro non cambia l’uomo che vaga col pensiero, al contrario lo rinforza nella paternalistica commiserazione di una giovane e sventurata orfanella a cui egli non concede neppure il dono (manzoniano) di un’ellisse: «Ella diede alla luce una bambina rachitica e stenta: quando le dissero che non era un maschio pianse come avea pianto la sera in cui avea chiuso l’uscio del casolare e s’era trovata senza la mamma, ma non volle che la buttassero alla Ruota».
Quando poi la bambina muore affamata perché Nedda, denutrita, non ha latte, la madre esprime parole di benedizione. «Nedda la scosse, se la strinse al seno con impeto selvaggio, tentò di scaldarla coll’alito e coi baci, e quando s’accorse che era proprio morta, la depose sul letto dove aveva dormito sua madre, e le s’inginocchiò davanti, cogli occhi asciutti e spalancati fuor di misura. —Oh! benedette voi che siete morte! esclamò. — Oh! benedetta voi, Vergine Santa! che mi avete tolto la mia creatura per non farla soffrire come me!».
Così la conclusione della novella, che la traccia però non riporta. Non esattamente un bel viatico anche quando l’intenzione fosse offrire a chi si congeda dalla scuola un manifesto di attenzione verso i dannati della Terra.

Posso sbagliare, ma mi pare che la scelta tradisca un po’ il percorso dello scrittore, portando il candidato lontano dal riconoscere il potere spirituale dell’arte, che sta nella sua capacità di generare una compassione autentica, quella che parte dalla consapevolezza che la sorte dell’altro è in qualche modo anche la sorte di chi legge e che l’esistenza di ciascuno è una miscela dinamica di amarezza e dolcezza.

Preferendo a questa compassione maturata per via estetica una filantropica visione del mondo, che è la cifra di questo primo Verga, si perde l’occasione di stimolare pur in una prova d’esame una responsabilità, in primo luogo immaginativa, quella che obbliga chi legge a scegliere da che parte stare. Se Nedda non si può tacere ricostruendo le tappe della poetica verghiana, si potrà almeno dubitare dell’opportunità della scelta.

Si è spinti infatti, con Nedda, a sentire che proprio chi scrive cerca la seconda lacrima. E quanto alla responsabilità, al collocarsi immaginativo del lettore; chi legge si posiziona al sicuro davanti a un caminetto scoppiettante, rassegnato all’idea che non ci sia scampo: «così era stato di sua madre, così di sua nonna, così sarebbe stato di sua figlia», è l’assunto del narratore. Si potrà dire che questo pessimismo non abbandona l’autore neppure nelle opere successive, ma il problema che pongo riguarda il linguaggio dell’arte e anche l’intenzione.

A pensarci, la novella sembra la versione più antica dell’homo spectator che oggi guarda, senza vera partecipazione o con una commozione superficiale, la guerra in diretta, comodamente seduto sul suo divano. Si può sperare di meglio, credo.

Non avrei scritto queste righe se non mi fossi imbattuta proprio ieri in una pagina di tutt’altro segno. Si tratta di una lettera che Cristina Campo scrive a Mita (Margherita Pieracci) il 4 dicembre, forse del 1975. Ne riporto uno stralcio perché le sue parole siano d’antidoto a maturandi e maturande che capitassero per caso da queste parti. La scrittrice parla di sé in una stagione che diremmo invernale: «Credo, del resto, che questo tempo di prova sia una cupola inarcata su tutti, sia iscritto infine nella carta del cielo (Urano in Scorpione, ricorda?), così che dovremo veramente, per durare, tenerci tutti la mano, con pensieri di luce. Qui, per esempio, io non riesco pregare, né posso offrire a Dio sofferenze così mal comprese e male accettate – sicché gli offro ancora e ancora i ricordi dell’estate, quei giorni della sua misericordia e sovrabbondante dolcezza, la quale, allorché si manifesti, va accolta in ginocchio, a piene mani, senza un pensiero al mondo, ed è peccato inespiabile interrompere. (Perché io, là totalmente felice venni via dal mare in agosto? Fu come troncare il flusso di una sorgente sgorgata per puro miracolo dalla roccia: Davanti ai miei piccoli doveri immaginari, ai miei sciocchi scrupoli e sofismi, Dio «non ebbe più voglia» di farmi doni, si volse altrove, e con che ragione! Egli stava non solo colmandomi della sua grazia, ma indubbiamente – poiché nessuno dei suoi doni è gratuito, intendo dire limitato a se stesso – preparandomi con essa a doveri ben maggiori di quelli che io andavo fantasticando; e quella grazia, accolta e bevuta. fino all’ultima goccia senza un pensiero al mondo, sarebbe indubbiamente ridondata su altri, su tutti, con ben diverso vigore, con ben più precisa efficacia). Ah, questa lezione della gioia, della sacra, intangibile gioia, che nemmeno il Toro e l’Ariete (ed è tutto dire!) riescono mai a imparare compiutamente! Chi ci insegnerà la disciplina della gioia, i suoi meravigliosi catechismi? Chi ci rivelerà la sua gravità estrema, il suo valore di comando quale è pure uscito dalla bocca del Verbo: “La vostra gioia sia piena”? Bisognerebbe scrivere su questo; presto, molto presto e sempre di nuovo».

Io so che i miei collegamenti parranno ad alcuni più che pindarici, tanto più che l’afflato mistico di Cristina Campo andrebbe meglio contestualizzato e spiegato. Tuttavia l’occasione è buona per l’auspicio che la scuola offra occasione non di seconde lacrime, ma di pietà e bellezza autentiche anche attraverso le letture più dure (penso a Leopardi delle Operette, giacché il collega Mauro Reali ne ha riparlato di recente, o alla Storia di Morante): sono vie di consapevolezza la scoperta della compresenza degli opposti e dunque l’accettazione anche del male del mondo, il riconoscimento della quota di dolore che è in ogni esistenza e, insieme a queste cose (e direi proprio grazie a queste cose), la pedagogia della gioia, la lezione della gioia.

La maturità di un ragazzo e di una ragazza dovrebbe misurarsi nel loro sentire l’una e l’altra dimensione dell’esistenza, in sé stessi e negli altri, nel guardare al dolore proprio e altrui con coraggio e solidarietà, e nel considerare delitto grave ogni piacere buono che non sia stato goduto pienamente.

Questo è il mio augurio, con buona pace della povera Nedda, della quale mi resta l’idea che nulla sappiamo, se non l’impressione che l’autore ne ha tratto.

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Elena Rausa

Docente di Lettere nei Licei e Dottore di Ricerca in Italianistica. Ha pubblicato due romanzi: “Ognuno riconosce i suoi” (Neri Pozza 2018), “Marta nella corrente” (Neri Pozza 2014).

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