Top ten #2

Compito: La top-ten dei libri che hanno cambiato il (tuo) mondo. Non so come scegliere. Sono molti di più e non voglio far torto a nessuno.

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Apro il quaderno nel quale dal 1991, più o meno da quando mi sono accorta di perdere la memoria e di non volerlo, scrivo i titoli di tutti i libri che leggo per diletto.
Scorrendoli, mi rendo conto che di molti non ricordo niente, neanche di averli letti. Bene, l’elenco comincia a sfoltirsi. Ma di altri ricordo eccome, e insieme a ciascuno c’è un pezzo di vita che riaffiora.  E poi è interessante la quantità maggiore o minore letta ogni anno: anni felici, tanti; anni faticosi, pochi; anni dolorosi, tanti.
Ma prima del 1991, nelle prime tre decadi, chi ha cambiato il mio mondo? O meglio: chi mi dato occhi per leggerlo, cuore per viverlo e testa per non soccombergli?  Provo così: procedo per decenni e per autori.

Prima decade: scolara

Salgari. Chi legge mette le ali. L’ho capito a nove anni, una primavera e un’estate, fra tigri, pirati e principesse, distesa nel prato di casa insieme alla mia migliore amica. E pensare che da allora non ho più letto libri d’avventura. Non mi piacciono proprio.

Seconda decade: studentessa

Ginzburg e Sciascia. Inutile citare i titoli. Tutti o quasi.
Parole semplici, essenziali, pulite, eppure capaci di restituire la quotidianità grande e piccola. Grazie all’esame di italiano di terza media cominciavo a intuire il potere della parola. E anche che forse c’era un modo migliore di raccontare e raccontarmi, invece di riempire ad ogni tema in classe almeno otto colonne di fogli a protocollo, con grande sgomento del professore, che mi dava otto sulla fiducia pur di non dover arrivare in fondo.

Seguono i francesi e i tedeschi, con insistenza ossessiva. Inglesi e americani con distacco; troppa acqua nel mezzo? Non lo so. Non li ho mai sentiti miei; spagnoli con qualche sbadiglio, ma con dedizione, perché ero innamorata del prof .
Fra tutti, Zola, Balzac,  Maupassant, Flaubert, Stendhal; B. Brecht, H. Böll, S. Lenz (Deutschstunde), C. Wolf. E  Simone de Beauvoir, Il secondo sesso.
Oltre le Alpi e indietro nel tempo, per dare un senso a un presente complesso, quello degli altri, ma di certo anche al mio: negli anni di piombo, fra manifestazioni di sinistra in piazza, riunioni in parrocchia e impegno femminista nei consultori. Un bel melting pot ideologico, a ripensarci. Ma non leggevo filosofi e non amavo i dogmatismi. Avere almeno tre chiese era come non averne nessuna. Credo di essermi salvata, in qualche modo.

Terza decade: universitaria, e poi moglie e mamma (una gran fretta, accidenti)

Calvino, Lezioni americane. Ammirazione, invidia e frustrazione. Scopro che c’è chi sa piegare e plasmare le parole – che a me sfuggono da tutte le parti come anguille impazzite – per definire con essenziale pregnanza i pensieri più alti e raffinati, offrendoli generosamente a chi, misero come me, può finalmente dire: ah, ecco è proprio questo che sentivo, che pensavo, ma non  riuscivo a dirlo.  Menomale che Calvino c’è.
E poi la grande storiografia francese: Bloch, Braudel, Le Goff, per citare i più noti, ma anche gli italiani che ne avevano intuito l’importanza e provavano a seguirli, come C. Ginzburg. Li studiavo per gli esami, ma era come leggere un grande romanzo: dentro la storia di tutti, dentro il microcosmo quotidiano, ma sullo sfondo scenari di grande respiro. Finalmente capivo qualcosa delle nostre radici e avevo sul naso occhiali nuovi per leggere il presente e immaginare il futuro.

Quarta decade: la vita comincia davvero, con dei gran ruzzoloni e delle belle giravolte.

J. Hart, Il danno. In quegli anni ho imparato che dai ruzzoloni è possibile rialzarsi, nonostante noi, e magari diventare più forti e anche migliori. Scoprire insospettati pezzi di se stessi, mai affiorati o messi a tacere.
«Ho subito un danno. E le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere…».
Mi inquietava la prima parte della frase, ma mi aggrappavo alla seconda. D’altronde, come lettori, abbiamo dei diritti, per esempio quello di scegliere cosa dimenticare e cosa prendere da chi ci permette di guardare la nostra vita allo specchio.

E poi i Cent’Anni di solitudine di Marquez, e Amado, tutto, ma soprattutto Teresa Batista. La forza trascinante della vita nella sua follia, dei sentimenti forti, della passione, della sensualità; colori, odori, sapori. I sensi e il corpo. Accidenti, non te lo dimenticare. Sì, grazie, siete preziosi. Metto in pratica.

E mi imbatto in Süskind e nel suo Profumo e in Seta, di Baricco. Ma sono loro che scelgono me o io che scelgo loro? Me lo chiedo ogni volta.
Menomale che mi trova anche Starnone, che mi fa capire che sì, devo proprio tornare a insegnare e restarci a scuola, una volta per tutte. Certo Milani, prima di lui, era stato anche più persuasivo; ma Starnone mi ha ricordato di non prendermi troppo sul serio e gliene sono riconoscente. Se non avessi imparato a riderci su e a ridermi dietro, non sarei ancora fra i banchi. Probabilmente sarei solo in burnout, in perenne seduta dallo psicanalista.

E poi Hornby, Alta fedeltà, sempre per fare esercizio di autoironia. E per prendere la vita dal verso giusto. Tengo un Hornby, ma anche un Bennett, sempre a portata di comodino, come antidoto alla depressione. Da usare al bisogno: ridere, possibilmente in modo intelligente.

Quinta decade: verso il mezzo secolo. Il gioco si fa duro. E’ la vita, c’est ça.

All’alba del nuovo millennio trovo ad aspettarmi  La versione di Barney, tanto per  avere chiaro che gli anni passano non solo per Barney, ma anche per me; e non mi ricordo più un nome, né un titolo di un film. Panico, ma il libro valeva la pena di sopportare l’ansia da Alzheimer.
J. Franzen, Le correzioni, I. Némirovsky, Suite francese e Il ballo. Di nuovo il piacere di una scrittura raffinata che non mi risparmia una lettura cruda, ma intelligente, dei fili che ci legano, che mi legano, nel bene e nel male, agli altri. Vicini e lontani. Serve anche questo per non morire lentamente, anestetizzando cuore e pancia. E Middlesex di Eugenides ribadisce.

Chiudo il decennio (ri)leggendo tutta la Austen, ripescata fra i libri di scuola; inizio un po’ insofferente, finisco piacevolmente sorpresa, divertita e ammirata da questa scrittrice sensibile e intelligente, ironicamente protofemminista, per quanto si poteva esserlo fra insulse passeggiate per le campagne inglesi con improbabili scarpette, interminabili pomeriggi di chiacchiere e stucchevoli convenevoli. Le devo nuovi stimoli per riflettere sulla natura umana, sugli uomini e sulle donne e sulle loro contorte relazioni; le devo il piacere di leggere parole che dietro un’apparente superficialità nascondono una certa saggezza e un profondo sentire.

Sesta decade: appena iniziata, tengo a precisare. Ho un nuovo quaderno. E’ presto per fare bilanci. Ma mi aspetto il meglio.

Gaia Pieraccioni

Docente e formatrice presso il laboratorio di glottodidattica dell’Università di Parma.

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