Tacito, due generali e uno schiavo

Lo storico Publio Cornelio Tacito, oltre che grande letterato, fu anche un uomo politico di prim’ordine. Ebbe infatti una carriera senatoria di tutto rispetto, cominciata sotto Vespasiano e mai interrotta, fino al consolato del 97 d.C. (sotto Nerva) e soprattutto al prestigiosissimo governatorato d’Asia nel 112 d.C. (sotto Traiano). Ma non è di lui che voglio parlare, ma di tre uomini che intrecciarono la propria vita con quella del nostro: i primi due direttamente, il terzo in modo indiretto.
Tacito Vienna
Statua di Tacito, Vienna, Sede del Parlamento

Giulio Agricola, il nobile suocero

Il primo personaggio è celeberrimo, ed è il suocero di Tacito, cioè quel Gneo Giulio Agricola (40-93 d.C.) la cui protezione dovette giovare non poco ai destini politici del genero. Agricola, originario di Forum Iulii (oggi Frejus), splendida località della Costa Azzurra che lo ricorda con una moderna statua, fu infatti uno dei più grandi generali della storia romana. Fu quello che arrivò quasi a sottomettere l’intera Britannia, e che venne però fermato a un passo dal traguardo dall’invidia del “tiranno” Domiziano per i suoi costanti successi.

L’imperatore, infatti, lo richiamò a Roma nell’84 d.C. relegandolo a un’oscura condizione di “pensionato”, quando la sua gloria lasciava invece presagire incarichi di ben altro livello (come il governatorato della Siria); e Agricola – invece di cospirare, protestare, oppure inscenare uno spettacolare suicidio com’era di moda tra i senatori del tempo – accettò di vivere nell’ombra fino alla morte (avvenuta quasi dieci anni dopo), dimostrando secondo Tacito che si può essere «grandi uomini sotto principi malvagi» (Agricola, 42).

Agricola tacito
Tacito, “Agricola”, edizione con la traduzione di Bernardo Davanzati

Non fu, la sua, codardia. Fu la consapevolezza di avere compiuto in Britannia con vigore il suo dovere di soldato, ma di non potere nulla contro la crudeltà di Domiziano: una sterile opposizione sarebbe stata soltanto un danno per quello Stato che – ne era sicuro – sarebbe sopravvissuto sia a lui sia al suo dispotico imperatore.
Queste cose (e molte altre) Tacito ce le racconta in una monografia dedicata all’amato suocero, intitolata De vita et moribus Iulii Agricolae (cioè «Vita e costumi di Giulio Agricola», solitamente detta solo Agricola) edita nel 98 d.C. ma forse scritta l’anno precedente: si trattava di una sorta di laudatio funebris proposta quattro anni dopo la morte, perché al tempo di Domiziano mai avrebbe potuto pronunciare parole di questo tenore.

Agricola Frejus
Statua di Agricola, Frejus

Verginio Rufo, il mancato imperatore

E qui arrivo a parlare del secondo uomo che condizionò, con la sua presenza e il suo esempio, il nostro storico, e cioè Lucio Verginio Rufo (14 -97 d.C.), forse meno noto di Agricola ai non addetti ai lavori. Ma chi era questo personaggio, originario dell’Italia Settentrionale (forse di Mediolanum-Milano o Comum-Como) e discendente da famiglia di cavalieri, del quale ci parlano, oltre a Tacito, anche Plinio il Giovane (di cui fu tutore) e il greco Plutarco?

iscrizione agricola stalbans
Ricostruzione di iscrizione latina che menziona Agricola, St. Albans (UK), Verulamium Museum

Console nel 63 d.C., legato in Germania Superiore nel 67 d.C., Rufo aveva sconfitto nel 68 d.C. il ribelle Gaio Giulio Vindice, aristocratico gallo-romano fautore di una rivolta delle vicine Gallie. Ma il suo momento storicamente più rilevante fu tra il 68 e il 69 (il cosiddetto “anno dei quattro imperatori”) quando per ben due volte (dopo l’acclamazione di Galba, e dopo la morte di Otone) rifiutò l’acclamazione a imperatore che le legioni gli avevano offerto. Tacito stesso afferma che la sua fu una scelta prudente, scrivendo: «Aveva avuto ragione di esitare Verginio, ch’era di famiglia equestre, di oscuri natali, impari al compito se avesse accettato il potere, del tutto al sicuro se l’avesse rifiutato» (Storie 1, 52, trad. A. Arici); e in effetti, tenendo conto che Galba, Otone e Vitellio furono uccisi poco dopo la loro ascesa al potere, tanto torto Rufo non dovette avere.

legionari romani
Rilievo con legionari romani, Mainz (D), Landesmuseum

Il nobile rifiuto dell’impero e l’assenza dalla politica durante l’età dei Flavi, lo fecero ritornare in auge anche più tardi, sotto l’imperatore Nerva, che lo riportò al consolato nel 97 d.C., ormai più che ottuagenario. Morì però proprio in quell’anno, ed è qui che il suo destino si incrocia con quello di Tacito, che lo sostituì come consul suffectus («supplente») dopo averne pronunciato la solenne orazione funebre. Noi non possediamo questo discorso, ma Plinio il Giovane ci ricorda l’epitaffio del console, in distici elegiaci, che così recita: Hic situs est Rufus, pulso qui Vindice quondam / imperium adseruit non sibi, sed patriae, «Qui giace Rufo, Vindice un dì sconfisse, / Non per sé, ma alla Patria, assicurò l’impero» (Epistulae 9,19,1; trad. L. Rusca).

Plinio como
Statua di Plinio il Giovane (XV sec.), Como, Duomo

Rufo fu dunque, a parere unanime, un civil servant, come si direbbe oggi, proprio come lo era stato Agricola (che Massimo Manca ha di recente definito un «eroe borghese»). E non mi stupirei davvero se il celebre studioso francese Pierre Grimal avesse ragione nel sostenere che la monografia dedicata al suocero e la laudatio funebris di Rufo si siano, in qualche modo, influenzate a vicenda in quanto composte pressoché in contemporanea. Anzi, io mi sbilancerei ancor di più, ipotizzando il fatto che Tacito abbia visto in Rufo una sorta di alter Agricola: egli era un anziano uomo saggio come avrebbe potuto diventare Agricola stesso se non l’avesse colto una morte prematura (e per certi versi sospetta: il veleno scorreva a fiumi nella Roma imperiale…) a soli cinquantaquattro anni. Per questo lo amava e lo apprezzava.

Uno schiavo devoto

Un’ultima considerazione. Ho sempre pensato anch’io a Vergino Rufo come a un “galantuomo”, in questo probabilmente influenzato dall’iscrizione su un modesto altare in granito trovato a Besana Brianza (MB) e oggi conservato nel Civico Museo Archeologico milanese. Eccone il testo (CIL 5, 5702 = EDR 163792): Iovi O(ptimo) M(aximo) / pro salute / et victoria L(uci) / Vergini Rufi / Pylades saltuar(ius) / v(otum) s(olvit) («A Giove Ottimo Massimo, per la salute e la vittoria di Lucio Virginio Rufo, Pilade il guardaboschi sciolse il voto»).

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Ara dedicata a Giove da Pilade, schiavo di Verginio Rufo, Milano, Civiche Raccolte Archeologiche (il testo latino è evidenziato da ritocco grafico)

Pilade, dal nome greco tipico degli schiavi, era un saltuarius, cioè un guardiano dei saltus (terreni lasciati a bosco o a pascolo) di Rufo, che doveva dunque avere proprietà fondiarie nel territorio a nord di Mediolanum (Milano). L’idea che uno schiavo pregasse Giove per il ritorno del proprio padrone in guerra (forse contro Vindice) è in effetti un bello spot pubblicitario a suo favore, il che ci fa ipotizzare un dominus che – magari sulla scia della lettura di Seneca (Luc., 47: servi sunt, immo homines) – pensava che i suoi schiavi fossero anzitutto uomini.
Non so se così fosse davvero, ma a me piace crederlo. E mi piace inoltre sottolineare come, partendo da Tacito – storico e senatore – siamo arrivati a parlare prima di due importanti generali e poi di un umile servo (il “terzo uomo” cui accennavo all’inizio), a testimonianza di come le “macrostorie” e le “microstorie” si mescolassero nel mondo antico come (e forse più) di quanto avvenga oggi.

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La Triade Capitolina, Guidonia Montecelio, Museo Archeologico Rodolfo Lanciani

Ma torniamo al guardaboschi, solo per un attimo. Forse, se Rufo fosse diventato imperatore, il fido Pilade sarebbe stato liberato, portato a Roma e diventato membro dello staff del principe (come era successo, ad esempio, ai potenti liberti di Claudio o di Galba); viceversa, se Rufo fosse stato ucciso in battaglia, Pilade sarebbe stato venduto e magari finito in qualche laido mercato di schiavi in Oriente… Sliding doors, dunque.

Ma nulla di questo è successo, e il nostro schiavo avrà continuato a vigilare su boschi, pascoli e greggi, in una verdissima Brianza ancora priva, allora, di smog e capannoni. In fondo, tanto male non gli è andata, e qualche libagione a Giove avrà continuato a farla anche negli anni a venire: il dio “ufficiale” protettore dell’impero aveva infatti avuto un occhio benevolo anche nei suoi confronti. D’altronde, dicono gli antichi, a Iuppiter Optimus Maximus bastava muovere un sopracciglio per condizionare la storia, “macro” o “micro” che fosse; e se con il sopracciglio non funzionava, il buon Giove poteva sempre chiedere aiuto alla potente moglie Giunone e alla saggia figlia Minerva, con le quali costituiva la “Triade Capitolina”, garante dell’eternità di Roma.

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Una bibliografia “di minima”

Su Tacito e Agricola

Tacito, Agricola (trad. e cur. Sergio Audano), Rusconi, Milano 2017; P. Grimal, Tacito, Garzanti, Milano 1991 (originale: Parigi, Librairie Arthème Fayard, 1990);
M. Manca, F. Rohr Vio, Introduzione alla storiografia romana, Carocci, Roma 2010, pp. 191-210.

Su Verginio Rufo

B. Levick, L. Verginius Rufus and tre Four Emperors, “Rhenisches Museum Philologie, Neue Serie”, 128 (1985), pp. 318-346;
P. Cosme, L’anno dei quattro imperatori, 21editore, Palermo 2017 (l’originale francese è del 2012).

Sull’iscrizione di Pilade

A. Sartori, Parlano anche i sassi, CUEM, Milano, 2001, p. 46;
M. Reali, Echi di vita militare nell’epigrafia sacra dell’Ager Insubrium, in C. Wolff, Y. Le Bohec (edd.), Atti del Congresso “L’armée romaine et la religion sous l’Haut-Empire romain”, Lione 2006, C, Collection du CEROR, 3, Lyon 2009, pp. 77-85.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

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