Sull’utilità della letteratura per la vita

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Intorno a “Il re ombra” di Maaza Mengiste: un racconto polifonico che è un ragionamento sulla storia e sull’idea di passato, in cui la vicenda dell’invasione coloniale italiana in Africa orientale e la resistenza etiope si stagliano in un quadro epico e tragico

 

 

La serenità, la buona coscienza, la lieta azione, la fiducia nel futuro dipendono dal fatto che si sappia tanto bene dimenticare al tempo giusto, quanto ricordare al tempo giusto.
F. Nietzsche

In Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Nietzsche identifica nella storia critica la forma di storia che prova a liberarsi del peso del passato, portando quest’ultimo davanti a un tribunale e condannandolo, al fine di consentire una salutare liberazione. Il processo intentato alle generazioni trascorse ha poco a che vedere con la giustizia e più con la necessità creativa della vita. Il linguaggio della letteratura ha offerto e offre alla storia critica, non priva di rischi, uno spazio privilegiato di ridefinizione del rapporto tra ricordo e oblio e dunque di fiducia nel futuro, purché l’istanza etica e politica non finisca per soffocare la forza immaginativa, impedendo a chi narra di sciogliere un canto «che forse non morrà», per dirla con Manzoni.

A mio avviso, riesce splendidamente nell’intento Maaza Mengiste, scrittrice etiope-americana, autrice del romanzo Il re ombra (Einaudi 2021, nella traduzione di Anna Nadotti), un racconto polifonico nel quale la vicenda dell’invasione coloniale italiana in Africa orientale e la resistenza etiope si stagliano in un quadro epico e tragico, che non ha nulla da invidiare alle grandi narrazioni dell’antichità.

Il racconto comincia nel 1974, in una Addis Abeba in fermento, prossima al colpo di stato che porterà alla destituzione e all’uccisione del negus Hailé Selassie e all’affermazione di una dittatura militare che è anche lo scenario del primo libro di Mengiste, Lo sguardo del leone (Neri Pozza 2010). Al centro della scena, la protagonista femminile, Hirut, attende qualcuno stringendo tra le mani una scatola piena di fotografie. La linea temporale tuttavia è presto tradita da flashback che riportano il racconto all’epoca dell’avanzata fascista in Etiopia, volta a riscattare l’umiliante sconfitta di Adua (1896) e a rinsaldare, attorno all’idea di una alterità abissina immaginata e coltivata con tenacia mistificante, la coesione di una nazione italiana ancora troppo giovane. I personaggi italiani (Ettore Navarra, soldato fotografo di sangue ebraico, e il generale Carlo Fucelli, già «macellaio di Benghasi»), immersi in un contesto di violenza e di morte, interrogano con le loro stesse vite la propaganda nazionale che li ha portati fin lì. Sul fronte opposto, i combattenti arbegnuoc, uomini e donne di un mondo feudale e non meno efferato, sono impegnati a difendere, insieme alla propria terra e al proprio nome, il diritto a esistere.

La polifonia accoglie interludi in cui si affaccia il dramma del Re dei Re: un Hailé Selassie assediato da fantasmi e rimorsi, costretto a riconoscere i propri fallimenti e ad abbandonare il suo popolo per cercare in Inghilterra l’appoggio della Società delle Nazioni. Il racconto è inoltre inframezzato, come una tragedia greca, da cori che sottolineano la tragicità degli eventi, parteggiano, solidarizzano, chiedono ragione del male perpetrato e subito.

L’universalità nell’intertestualità

Il rischio di un racconto di guerra è lo schematismo delle ragioni e dei torti. Qui il torto è chiaro, gli Italiani sono invasori, ma non c’è bifrontismo. I due personaggi principali, la giovane Hirut e Ettore Navarra, soldato-fotografo italiano, pur collocandosi nei due diversi schieramenti con la loro storia smentiscono ogni possibile polarizzazione del bene e del male, collocandosi nel punto in cui vacillano i concetti di oppresso e oppressore, vittima e carnefice, forte e debole.

Sono entrambi soldati, ma Hirut, donna in un mondo saldamente patriarcale, smentisce lo stereotipo della vittima della storia: ha intelligenza, coraggio e un fucile che non intende cedere; mentre Ettore, pur indossando la divisa dei conquistatori, ha nella sua linea familiare i cromosomi dei perseguitati. Dal padre (già reduce dalla distruzione del proprio villaggio e poi profugo in Italia) eredita un monito che è poi citazione del De pictura di Leonardo da Vinci: «Li termini delle cose sono la minima parte di tutte le cose» (416), come a dire che i contorni definiti non esistono, gli esseri umani non sono figurine, astrazioni ritagliate e imprigionate dal ruolo in cui si trovano, al contrario si rivelano inafferrabili e sfumati, perciò in qualche modo affini gli uni agli altri.

Il racconto presenta in filigrana trame che richiamano storie antiche, con un effetto ulteriormente demistificante: l’intertestualità erode l’idea di un’Africa iconica, tutta immaginaria (esotizzata e anche eroticizzata, quando si parla di donne), che portò alle armi centinaia migliaia di italiani. Ed entrano in crisi anche i residui inconsapevoli di quell’immaginario coloniale, fiume carsico pronto ad emergere ogni volta che la cronaca attuale offre l’occasione di giudicare l’altro, i molti altri, secondo stereotipi.

Mengiste ricorda che il re etiope Memnone, nipote di Priamo, fu chiamato a combattere la guerra di Troia, archetipo di ogni altra guerra narrata; la storia che ha scritto sottrae le donne abissine, coraggiose e violate, allo stereotipo della vittima, sovrapponendo alle loro gesta quelle della mitica Pentesilea, regina delle Amazzoni uccisa da Achille nel perduto poema Etiopide; Haile Selassie (obbligato ad assistere alla distruzione del suo popolo e perseguitato dal rimorso e dal fantasma di una figlia data in sposa a un traditore), è raffigurato nell’ascolto incessante dell’Aida verdiana, nella figlia del re etiope Amonasro cerca il dramma della propria figlia.

In questa trama di riferimenti ricorre poi il mito del minotauro, emblema di una bestialità violenta e divoratrice che è propria degli uomini ma anche delle combattenti etiopi Hirut e Aster.

Hirut, Aster e la guerra dei sessi

L’emozione della lettura deve moltissimo ai personaggi femminili di Hirut, la protagonista, e di Aster, la moglie del grande Kidane, il capo della resistenza etiope. Guerriere nel corpo e nello spirito, non accettano la posizione subordinata in cui il loro sesso le porrebbe e la guerra offre loro l’occasione di sottrarsi a una legge non scritta: possono battersi con coraggio e intelligenza anche superiore a quella dei loro uomini – è infatti di Hirut l’idea di trasformare un uomo comune nella controfigura del Negus esule in Europa, così che il “re ombra” possa rinfrancare le speranze del suo popolo.

All’inizio del racconto Aster e Hirut sono chiuse in un sistema patriarcale che rende le donne rivali e nemiche: Aster, moglie di Kidane, paga un prezzo altissimo per l’apparente privilegio di classe – pagine struggenti narrano la prima notte di nozze, la violenza istituzionalizzata, la fuga impossibile – e ha a tal punto assimilato il sistema gerarchico su cui si fonda il suo fragile vantaggio che vede nella giovane Hirut la rivale che ha preso il suo posto nel desiderio di Kidane. Hirut, a sua volta, potrebbe limitarsi a subire (la frusta di Aster, la violenza di Kidane) ma non rinuncia al suo carattere indomito. Quando, al culmine del suo delirio violento, Kidane la supplica di chiamarlo per nome («dì il mio nome, dimmi il mio nome, dillo»), la sua bocca si apre in uno sbadiglio: «pugno chiuso che si distende e si espande dentro di lei, prolungato respiro plasmato dall’odio. (…) perché ora vede, vede le crepe nella fermezza, il terreno che si sbriciola rivelando la fragilità» di Kidane (pp. 223-4).

Su un piano diverso si pone il rapporto tra Ettore e Hirut, incontrata nel momento della sua prigionia: Ettore cerca di parlarle, la mediazione linguistica pressoché impossibile non gli impedisce di cercare un collegamento tra la sua vita e quella della prigioniera che è chiamato a fotografare. Egli si trova, suo malgrado, a essere «archivista di oscenità, collezionista di terrore, testimone di tutto ciò che lacera la pelle, dissolve la fermezza, lascia esseri umani morti» (p. 287), ma la sua testimonianza non coincide con lo sguardo dell’aggressore. Egli è piuttosto colui che sacrifica sé stesso costringendosi a uno sguardo che non salva le vittime ma preserva la memoria di ciò che è stato.

Minotauro: bestialità e cultura

Mengiste sa raccontare la guerra con una potenza immaginifica che sconvolge e costringe anche chi legge al medesimo esercizio di orrore e pietà imposto a Ettore Navarra: l’impiego dei gas sulla popolazione civile, la crudeltà perpetrata sui più giovani, gli uomini e le donne costretti a gettarsi da una rupe mentre il generale Fucelli pretende che si immortali in una foto il loro volo disperato, sono la quota di inaccettabile crudeltà ascrivibile agli italiani. Sul fronte etiope, come si è detto, una guerra delle classi e dei sessi non lesina sofferenze alle spose bambine, benché nobili, alle serve senza diritti, alle prede del desiderio altrui, eppure queste donne sono pronte ad annientare sé stesse nella mischia di un combattimento, pur di salvare quel popolo e quel mondo.

Non c’è limite all’abisso umano che il soldato Ettore Navarra documenta con i suoi scatti. Tuttavia non lo muove l’eroico furore con cui lo incalza Carlo Fucelli, ma un mandato paterno: «Sii testimone di ciò che sta accadendo. Fai del vivere un gesto di sfida. Non stancarti mai di farlo (…) per questo ti regalai la prima macchina fotografica: Non permettere che questa gente dimentichi che cosa sono diventati. Non permettere che distolgano gli occhi dal proprio riflesso» (p. 283).

Se la cultura è l’antidoto della brutalità (fatti non foste), Ettore rappresenta la fede nella forza delle parole; la stessa fede che muove un personaggio secondario ma non marginale: la prostituta Fifi, amante di Carlo Fucelli, già «Feven di Gondar, un tempo bellissima figlia di un mercante, sorella di un artista di talento che stava diventando cieco» (p. 325). Fucelli si stupisce trovando il suo tesoro fatto di libri. «Sì, ho letto tutti i libri che hai visto sul mio scaffale.», risponde. «Dante, Aristotele, i Salmi, Dumas. E mi piacciono. […] E perché non dovremmo leggere, Carlo? Perché no? Si trovano Etiopi già nei libri più antichi, siamo più vecchi della civiltà romana di cui andavate orgogliosi. Esistevamo quando voi eravate dei contadini. Nemmeno un popolo. […] Leggo da quando ero bambina e uno dei vostri preti misericordiosi mi dava dei libri in cambio di un po’ d’affetto. Uomini soli, tutti voi». In tutta risposta l’amante serra il corpo della donna in una morsa dolorosa: «nessuno dei tuoi intelligenti libercoli o uomini soli ti ha insegnato questo?», chiede. «Ne saprò sempre più di te» (pp. 326-28).

La costrizione alla brutalità non risparmia neppure Ettore, ma non diventa il tratto costitutivo della sua personalità, perché il fotografo è stato allevato nell’amore. Mengiste evidenzia la patrilinearità nella trasmissione dell’amore e della pietà, o al contrario del cinismo: «Ci sono cose che Carlo Fucelli ignora degli uomini adulti, quelli che vegliano sui bambini mentre crescono. Tale ignoranza gli appare come una malattia asintomatica scoperta troppo tardi, una piaga infettiva che lo divorava dall’interno […]. Suo padre era un uomo difficile, vittima delle sue stesse inclinazioni, ma Carlo Fucelli ha sempre pensato che i padri fossero tutti così. Vedere l’ansioso riserbo delle raccomandazioni di Leo Navarra al figlio l’ha messo davanti a un amore e una predilezione troppo grandi per essere espressi a parole. L’ha messo davanti a ciò che è mancato in tutta la sua vita». Le ferite dell’amore mancato e l’ignoranza della tenerezza sono la radice da cui originano il disprezzo e la crudeltà: è un pensiero in cui convergono la dimensione personale e quella politica.

La memoria e la pietà

Se la fiducia nel futuro ha davvero bisogno dell’arte di sapere ben dimenticare e ben ricordare, Il re ombra mostra con chiarezza il nesso tra memoria e pietà, e dunque il criterio che forse può guidare la scelta tra ricordo e oblio: lo incarna il personaggio di una vecchia cuoca, indurita dalla vita, a tratti persino cinica, ma garante dei diritti dei morenti. Il compito di cui si carica è simile a quello del fotografo, e anche nel suo caso i mandanti sono i dannati della storia. «Dì a mia madre che mi hai visto, chiedono tutti. […] Morirai inutilmente abbaba. Morirai perché sei innocente e loro non ricorderanno il tuo nome. Ma ditemi chi siete. Ditemelo adagio e ripetetelo tre volte e farò sì che siate riconosciuti. Farò di voi un ricordo degno di questa caduta. […] Non dovete permettergli di dimenticare chi hanno ucciso».

Il romanzo di Maaza Mengiste affronta dunque un tema di estrema attualità: la storia che racconta e la via che sceglie per farlo mettono in discussione l’idea di passato che abbiamo ricevuto, ampiamente lacunosa, dunque l’immagine di noi stessi e anche la percezione dei rapporti di forza che hanno segnato donne, uomini e i popoli nell’ultimo secolo. Ma attenzione: Nietzsche ricordava che la storia critica comporta un rischio: «Uomini o tempi che servono la vita a questo modo, giudicando e annientando un passato, sono sempre uomini e tempi pericolosi e in pericolo».

Si avrà la tentazione di ascrivere questo splendido romanzo, che racconta un passato rimosso, a quell’insieme di espressioni che mettono sotto accusa e condannano la storia trasmessa e i suoi simboli (statue, intitolazioni, monumenti in cui perdura la legittimazione della violenza coloniale e del razzismo), ma sarebbe un errore leggervi qualcosa di troppo legato alla contingenza del dibattito culturale e politico: ciò che accade, leggendo, è che i contorni si sfumano, come in un quadro di Leonardo, la pelle cessa di essere la superficie che separa e divide, dimentichiamo chi siamo (l’oblio), perché la lettura ci ha fatto diventare Hirut e Aster e Kidane, siamo Feven e la cuoca e forse anche il macellaio di Benghasi, siamo l’esito delle generazioni precedenti, con tutte le loro passioni e traviamenti, con tutti i loro delitti. E questa comprensione profonda, interiore, che è lo specifico della letteratura, fa sicuramente bene alla vita.

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Elena Rausa

Docente di Lettere nei Licei e Dottore di Ricerca in Italianistica. Ha pubblicato due romanzi: “Ognuno riconosce i suoi” (Neri Pozza 2018), “Marta nella corrente” (Neri Pozza 2014).

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