Steve McQueen

Tempo di lettura stimato: 5 minuti
Un ricordo a quarant’anni dalla morte: una vita tra il cinema e la passione per le auto
Bullit

Il 7 novembre 1980, esattamente quarant’anni fa, moriva Steve McQueen.
Affetto da mesotelioma pleurico, provocato dall’amianto presente nelle tute degli anni ’60 dei piloti e sfibrato da un intervento per un tumore allo stomaco, il grande attore americano ci lasciava in seguito a una grave crisi cardiaca. La sua carriera è durata poco più di una decina d’anni, dall’inizio degli anni Sessanta alla metà degli anni Settanta, ma è bastata una manciata di film per farne un idolo immortale.
Si è imposto nel panorama di Hollywood come uno degli attori più anticonformisti e meno legati al sistema produttivo delle Major. Un atteggiamento di ribelle autonomia e indipendenza che gli ha reso spesso la vita difficile. Ha attraversato il mondo del cinema lasciando l’impressione di non farne parte, di essere lì per caso, di passaggio. E forse è stato proprio così.

24 ore Les Mans

La sua grande passione è sempre stata legata alle competizioni automobilistiche. Più volte ha pensato di lasciare la carriera d’attore per dedicarsi solo alle gare. Irrequieto, sempre pronto a partire per una nuova avventura, come chi sente di non avere radici e non le desidera neppure, Steve McQeen ha incarnato una ribellione solitaria e silenziosa. Disincantato, taciturno e schivo, ha vissuto velocemente, forse con il desiderio inconscio di lasciarsi alle spalle un’infanzia dolorosa e di non volersi voltare indietro: dava di sè l’idea di uno che affronta film e vita come se non avesse niente da perdere e non si aspettasse nulla dal futuro, se non semplicemente un altro giorno da vivere.
Sul set non ha mai voluto controfigure, anche durante le scene più pericolose, e solo in un paio d’occasioni i registi sono riusciti a fargli cambiare idea.

Steve McQueen interpreta perfettamente l’antieroe moderno, mai in cerca del successo, della celebrità o della ricchezza, sempre pronto a sposare cause difficili, a mettersi nei guai, a non accettare compromessi. Ha portato sullo schermo una sua bellezza ruvida e dolce, una fisicità mai ostentata e sempre tenuta in secondo piano, celata dietro uno sguardo disilluso, rassicurante e malinconico. Amava una recitazione asciutta e secca e i dialoghi scarni, ridotti quasi al minimo. In ogni personaggio ha riversato il suo modo di essere, plasmando i ruoli sul suo carattere irrequieto e tormentato.

Nato il 24 marzo 1930 a Beech Grove, una piccola cittadina dell’Indiana, a poche miglia dal famoso circuito d’Indianapolis, ha respirato l’aria dei motori fin dai primi vagiti. Come se questo non bastasse a segnare il suo destino, il padre, che lascio la madre prima della sua nascita, era uno stuntman. Il carattere scontroso, ribelle e indisciplinato, lo portò in riformatorio e poi a una gioventù fatta di piccoli lavori saltuari, prima di arruolarsi per un paio d’anni nei Marines.

I Magnifici Sette

Lasciato l’esercito, cominciò a frequentare corsi di recitazione e completò la sua formazione all’Actor’s Studio di Lee Strasberg. All’inizio della carriera ha fatto un po’ di tutto, teatro, piccole parti al cinema, ma soprattutto ha recitato in numerose Serie Televisive. Nel 1956 è nel cast di Lassù qualcuno ti ama (1956) di Robert Wise, ma il primo ruolo importante arriverà nel 1960 con il western corale I Magnifici Sette di John Sturges.

La Grande Fuga

Nel 1963, John Sturges lo sceglierà come protagonista per La grande fuga, un titolo emblematico, che suona come una metafora della sua esistenza. Ambientato in un campo di prigionia tedesco, racconta la storia del tentativo d’evasione di un gruppo di militari inglesi. La scena in cui cerca di scappare, saltando in moto i reticolati di filo spinato, resta tra le più famose di tutta la sua carriera.

Il caso Thomas Crown

Nel 1965 è l’indimenticabile giocatore di poker in Cincinnati Kid di Norman Jewison e nel 1966 ottiene la nomination all’Oscar per l’interpretazione nel film di Robert Wise Quelli della San Pablo.
Al fianco di Faye Dunaway recita in Il caso Thomas Crown (1968) di Norman Jewison e Peter Yates gli affida il ruolo di un tenente della Squadra Omicidi nel poliziesco Bullit (1968), offrendogli l’opportunità per una delle sue più convincenti prove d’attore.

Getaway

Nel 1971 riesce finalmente a portare nel cinema la sua passione per le gare automobilistiche, partecipando alla realizzazione del film Le 24 ore di Le Mans di Lee H. Katzin. La collaborazione con il regista Sam Peckinpah lo vedrà impegnato in due film nel 1972: il crepuscolare L’ultimo buscadero e il bellissimo poliziesco Getaway! con Ali MacGraw, che sposerà l’anno successivo. Nel 1973 recita con Dustin Hoffman nell’ultimo suo grande film: Papillon di Franklin J. Schaffner, ispirato all’omonimo romanzo autobiografico di Henri Charrière.

Papillon

Nel 2015 Gabriel Clarke e John McKenna hanno dedicato alla sua memoria il documentario The Man & Le Mans (2015), uscito in italiano con il furbo e opportunista titolo Steve McQueen – Una vita spericolata, che strizzava l’occhio ai celebri versi della canzone di Vasco Rossi. Ma Steve McQueen non è stato solo «una vita spericolata»: è stato soprattutto un grande attore, che dietro l’apparente ruvidità nascondeva una straordinaria sensibilità interpretativa.

Condividi:

Alessio Turazza

Consulente nel settore cinema e home entertainment, collabora con diverse aziende del settore. Ha lavorato come marketing manager editoriale per Arnoldo Mondadori Editore, Medusa Film e Warner Bros.

Altri articoli dello stesso autore:

Contatti

Loescher Editore
Via Vittorio Amedeo II, 18 – 10121 Torino

laricerca@loescher.it
info.laricerca@loescher.it