Spazi di vita e spazi di lavoro

Come cambia la casa in tempo di Covid-19? Uno studio etnografico indaga i mutamenti avvenuti nella vita quotidiana delle persone durante i mesi di confinamento a casa: lavoro, scuola, famiglia, relazioni, oggetti, ridefiniti e rinegoziati alla ricerca di un nuovo assetto e di un nuovo equilibrio. Dal #19 de «La ricerca».

Durante il lockdown causato dalla pandemia da Covid-19, con alcune colleghe1 dell’Università di Siena abbiamo portato avanti una ricerca di etnografia digitale sull’uso degli spazi domestici.

L’idea era quella di capire come stanno cambiando le relazioni tra persone e come la casa sia stata attraversata da interessi di tipo sociale, culturale e lavorativo nel momento in cui mutano le relazioni, gli spazi di prossimità, il rapporto tra pubblico e privato.

I dati che abbiamo raccolto riguardano principalmente interviste fatte attraverso canali digitali (Meet, Skype, telefonate e videochiamata tramite Smartphone e applicazioni come WhatsApp) a un campione variegato di persone (differenti per genere, età, classe sociale). Altri dati sono stati raccolti in modo più informale attraverso conoscenti, colleghi, familiari. A queste persone abbiamo chiesto di raccontarci la loro vita quotidiana durante il lockdown, e come si sono adattate alle alterazioni che il Covid-19 ha imposto nella gestione degli spazi e delle relazioni sociali.

In questo breve intervento vorrei provare a ricostruire alcuni quadri etnografici per cercare di restituire la complessità di questo momento storico, focalizzandomi principalmente sulla negoziazione tra spazi di vita e spazi di lavoro.

Spazi di vita quotidiana

Carlotta vive a Parigi in un appartamento di medie dimensioni, circa 70 mq. La famiglia è composta da quattro persone, due bambini piccoli e il marito. Prima della pandemia avevano una babysitter sudamericana che si occupava dei figli, ma con il lockdown francese hanno dovuto rinunciarvi, e lei si è trasformata per alcuni mesi in una mamma a tempo pieno. Il marito è adesso in smart working (termine che in realtà non sempre coincide con il suo significato effettivo) e ha bisogno di una stanza interamente per sé. La vita di Carlotta e dei figli si svolge principalmente tra la cucina e la camera da letto, mentre il piccolo soggiorno è riservato al marito per svolgere il suo lavoro. Ovviamente si tratta di una soluzione che non sempre funziona, e che i familiari ridefiniscono di volta in volta. Mente parliamo su Skype, infatti, Carlotta si sposta in cucina, che risulta essere comunicante con il soggiorno, dato che posso scorgere dietro di lei il marito al computer. Usano entrambi le cuffie per non disturbarsi e lei tiene in braccio la bambina, perché non vada a disturbare il padre.

Sara vive a Milano, è una giornalista freelance. Abita in una casa di circa 60 mq nella periferia Nord della città. Anche loro sono in quattro: lei, il marito e due figli. Il marito è impegnato tutto il giorno nello smart working e ha occupato la camera da letto, adattandola a ufficio provvisorio. Si chiude tutto il giorno in quella stanza perché ha bisogno di concentrarsi. Lei quindi si occupa dei figli e cerca di scrivere articoli per delle testate giornalistiche nazionali. È meno produttiva, perché il tempo per concentrarsi sulla scrittura si è ridotto e le richieste dei committenti sono tutte intorno al Covid-19. Nel parlarmi della gestione degli spazi, mi dice come in alcuni momenti sia stato difficile fare delle interviste telefoniche. Si è spesso chiusa in bagno, una stanza di emergenza che però non la isola dai figli. Allora, in alcuni particolari casi, come ad esempio una intervista a un ministro, si è rifugiata in macchina, un “luogo privato” all’esterno della propria abitazione che, in questo momento particolare, si è rivelato un prezioso spazio aggiuntivo, un prolungamento dello spazio domestico. Una parte di casa fuori dalla casa, per chi ha poco spazio, può diventare fondamentale. Può anche garantire una privacy che in casa si è del tutto persa. In strada, infatti, non c’è nessuno, la macchina è quindi uno spazio privato a tutti gli effetti.

Alessandra si connette per le lezioni universitarie dalla camera che divide insieme a una coinquilina. È seduta sul letto davanti al computer e usa le cuffie perché, poco distante da lei, si intravede l’altra studentessa, anche lei in cuffie e impegnata in un’altra lezione online. Occupano entrambe lo stesso spazio fisico ma si trovano in luoghi virtuali differenti.

Michele invece è un ricercatore italiano che lavora in Ontario. È rimasto bloccato in Italia durante il lockdown, in una casa che aveva preso in affitto. È felice di non dover tornare in Canada e di poter trascorrere in Italia tutta l’estate. È però dispiaciuto della lontananza con la sua compagna, che vive in Ungheria e che non può andare a trovare. Durante la giornata, mentre lavora, chiama in video la compagna e poggia poi lo smartphone vicino al computer, in modo che i due possano vedersi mentre ognuno è impegnato nel proprio lavoro quotidiano. Sono fisicamente distanti ma si sentono virtualmente vicini. Si vedono e così, in qualche modo, riescono a ridurre la distanza che li separa.

Spazi densi e spazi dematerializzati

Questi primi esempi di vita quotidiana ci dicono molto sui cambiamenti occorsi nella sfera domestica delle persone durante la pandemia da Covid-19. Gli sconvolgimenti che hanno interessato gli spazi della casa sono stati molteplici, a partire dall’ansia dell’igienizzazione, che ha trasformato le case in zone contese tra la purezza e il pericolo, per dirla nei termini di Mary Douglas2. L’antropologa britannica, infatti, ha scritto un illuminante saggio negli anni Sessanta del Novecento sulla relazione tra puto e impuro, intese come categorie che utilizziamo per mettere in ordine il mondo materiale e sociale nel quale viviamo. Per dirla in soldoni, l’idea di Douglas è che il puro e l’impuro sono rappresentazione dell’ordine e del disordine; quest’ultimo diventa sporco perché si ritrova fuori posto – le scarpe da ginnastica sul tavolo della cucina, per riportare un noto esempio di Douglas.

La riorganizzazione degli spazi domestici in spazi lavorativi ha subito questa tensione tra il mondo ordinato – e puro – e quello disordinato – impuro. Per essere trasformato in luogo da lavoro, il tavolo della cucina viene pulito con attenzione, come se le briciole di pane, le tazze, il cartone del latte fossero agenti contaminanti che possono danneggiare il computer, o rendere il lavoro meno agevole.

Messa da parte la paura del contagio – ovviamente sempre presente tra le principali preoccupazioni di tutte le famiglie – è stata la riorganizzazione degli spazi e la ridefinizione degli oggetti a stabilire nuove forme di socialità e di convivenza.

Molte famiglie hanno sperimentato un fenomeno che potremmo chiamare di “densificazione” degli spazi3. Chi vive in case piccole ha sperimentato una contrazione degli spazi, una riduzione sistematica del proprio spazio vitale e della propria privacy, rimessa in discussione dalle esigenze degli altri conviventi. Il lavoro, in primo luogo, ha costretto a ripensare le case, seguendo linee già sperimentate altrove (in Nord America, ad esempio) ma perlopiù assenti in Italia.

Negli studi antropologici sugli spazi domestici nella Silicon Valley4, dove ingegneri e informatici spesso lavorano da casa come dipendenti o come liberi professionisti, emerge come la casa abbia subito delle trasformazioni dovute alla necessità di conciliare due momenti della vita che abbiamo sempre vissuto come separati: il lavoro e la vita privata. Così le case più grandi hanno sempre uno studio, una stanza dedicata al lavoro quotidiano che rimane nettamente separata dal resto, per dare la sensazione di aver lasciato il lavoro in un proprio spazio, distante dal vissuto intimo della famiglia. Le cose invece cambiano quando ci troviamo di fronte a spazi domestici ridotti, a nuclei familiari di medie o grandi dimensioni che non possono contare su luoghi autonomi, privati, dove esercitare il proprio – seppur provvisorio – lavoro. Il caso della giornalista milanese citato poco sopra, che cede al marito l’unico spazio “privato” perché il suo lavoro non è sacrificabile, mostra bene i problemi causati dal Covid-19 alla vita quotidiana delle persone. Possiamo cercare di andare un po’ in profondità, provando a ricostruire la vita sociale delle cose e degli spazi proprio a partire dagli usi sociali degli oggetti quotidiani.

Il tavolo – quello della cucina o del soggiorno – è un buon esempio di questo cambiamento, di questa necessità di ripensare gli oggetti per far fronte a esigenze generate da un attore non umano5 – il Covid-19 – che improvvisamente ha fatto irruzione nelle nostre vite quotidiane.

Antonio mi racconta come è cambiata la routine della sua famiglia durante il lockdown. Lui e la moglie lavorano entrambi da casa. Lui è un designer, lei un’insegnante presso l’Accademia di Belle Arti. Hanno due figli, di dieci e quindici anni. La mancanza di spazi da destinare interamente come zona produttiva li ha costretti a ridefinire due spazi – il soggiorno e la cucina – come luoghi di lavoro condiviso. La mattina, dopo aver fatto colazione tutti insieme, devono infatti liberare il tavolo, perché verrà utilizzato sia per la didattica a distanza di uno dei figli, sia per il lavoro di lui, che si connette con lo studio per il quale lavora per fare riunioni e confrontarsi con gli altri sui progetti che hanno in corso. Sia lui sia il figlio lavorano in cuffia, così da non darsi fastidio.
In questa relazione, vi è un ulteriore particolare che mi colpisce. Nel raccontare questa nuova condivisione degli spazi6 e questa nuova risemantizzazione degli oggetti, per Antonio, lavorare in cucina è anche un modo per esercitare un controllo nei confronti del figlio. Può infatti facilmente verificare che stia realmente seguendo le lezioni e che non stia navigando su internet o giocando con lo smartphone. Il figlio, di conseguenza, si sente sottoposto a una doppia sorveglianza, quella dell’insegnante di scuola e quella del genitore – dove quest’ultimo solitamente non partecipava della vita scolastica del figlio in quanto veniva esperita in uno spazio separato. Finite le ore di scuola, sparecchiano la tavola per preparare il pranzo. Antonio ha un lavoro flessibile e può quindi decidere in autonomia quando fare delle pause. I computer portatili vengono riposti in camera da letto, perché il tavolo del soggiorno è occupato dai computer della moglie e della figlia, i cui impegni prevedono di avere una postazione fissa. Dopo mangiato, la cucina ritornerà a svolgere la funzione di ufficio. Il padre ricomincerà a lavorare mentre il figlio si mette a fare i compiti, sotto il vigile sguardo paterno.

Conclusioni

La trasformazione di uno spazio domestico in luogo di lavoro crea diversi gradi di mescolanza tra gestione delle attività e delle relazioni quotidiane. Non soltanto gli spazi fisici vengono ridefiniti, spesso generando disordine sull’uso effettivo che dei luoghi e delle cose deve essere fatto. Le tecnologie digitali cambiano anche la percezione degli spazi occupati e, di conseguenza, delle regole di presentazione del sé7 da seguire. Nel primo periodo di pandemia le persone sono sembrate meno preoccupate di “perdere la faccia”. C’è stata spesso una sovrapposizione tra backstage e front stage, tra luoghi destinanti alle relazioni pubbliche e luoghi riservati alla preparazione del sé. Potendo lavorare da casa, molte persone hanno smesso di prestare attenzione ai modi in cui ci si presenta in pubblico. Una camicia è risultata a molti un indumento sufficientemente formale per le riunioni di lavoro, rimanendo poi magari con i pantaloni della tuta e in ciabatte – talvolta anche in mutande. Questo livello di libertà è stato reso possibile da una prospettiva visuale che si è concentrata su una rappresentazione mediale, inquadrando soltanto il mezzo busto delle persone. È successo qualcosa di simile anche per l’uso dei trucchi e del profumo, non più ritenuti indispensabili in una relazione a distanza.

Ma le webcam e le telecamere dei nostri device, in questo modo dominato dai polymedia8, non ci hanno solo protetto: ci hanno spesso anche esposto agli sguardi dell’altro. Le gaffe prodotte dal cattivo uso di applicazioni quali Meet, Zoom, Webex, Microsoft Teams ecc. sono moltissime. Le più note a livello globale riguardano giornalisti americani che si presentano in giacca e cravatta e poi, alzandosi per un qualche motivo, rivelano di essere in mutande. Oppure un collegamento di un esperto viene interrotto da un bambino che improvvisamente irrompe nella stanza piangendo, chiedendo al padre di intervenire in una lite con il fratellino. In Italia è girata sui social la gaffe di uno studente magistrale di antropologia che, insoddisfatto del voto ottenuto, si lascia andare a una serie di insulti senza accorgersi di essere ancora collegato con la commissione, che ascolta tutto e lo rimprovera. Ho personalmente assistito a diverse situazioni imbarazzanti dovute a questi spazi confusi.

Ci avviamo verso un futuro in cui, probabilmente, il mondo del lavoro sarà sempre più presente – in forma virtuale – dentro le nostre case. La sfida sarà quella di capire come vivere in questi spazi contesi, difendendo per quanto possibile la divisione tra sfera del lavoro e sfera domestica. Se è vero infatti che lo smart working è stato letteralmente la salvezza per molti lavoratori, è anche vero che proprio l’uso del digitale ha aumentato il capitalismo della sorveglianza9 ad opera principalmente dei privati, che hanno preteso, metaforicamente, di entrare nelle case dei propri dipendenti, per verificare la produzione del lavoro digitale.

Nella nostra indagine, che si è conclusa a giugno 2020, e nella nostra esperienza di docenti e ricercatori, abbiamo sperimentato un aumento dei ritmi di lavoro. In parte ciò è stato causato dalla straordinarietà dell’evento, dall’insolito uso dei medium e dal bisogno di stare insieme, seppur lontani nello spazio. D’altra parte, però, il lavoro digitale ha reso molti di noi sempre reperibili e, forse talvolta inconsapevolmente, sempre disponibili a essere coinvolti in diverse attività, dal ricevimento con gli studenti la domenica, ai convegni quasi giornalieri organizzati in qualunque parte del mondo.

La vita domestica era l’oggetto della nostra indagine. Il lavoro ne rappresenta soltanto una parte. Le persone con cui abbiamo fatto ricerca, infatti, sono riuscite, talvolta con difficoltà, a riappropriarsi di una quotidianità che la permeabilità prodotta dal digitale sembrava aver sottratto a noi tutti.


NOTE

  1. La ricerca è stata condotta insieme alle antropologhe Simonetta Grilli e Carolina Vesce.
  2. M. Douglas, Purezza e pericolo. Un’analisi dei concetti di contaminazione e tabù, trad. it. A. Vatta, il Mulino, Bologna 1993.
  3. A. Weiner, Cultural Difference and Density of Objects, in «American Ethnologist», 21 (2), 1994, pp. 391-403.
  4. H. Horst, D. Miller (a cura di), Digital Anthropology, Berg, London 2012.
  5. A. Appadurai, Il futuro come fatto culturale. Saggio sulla condizione globale, Cortina, Milano 2013.
  6. B. Latour, Reassembling the Social: an Introduction to Actor-Network-Theory, Oxford University Press, Oxford 2005.
  7. E. Goffman, La vita quotidiana come rappresentazione, trad. it. M. Ciacci, il Mulino, Bologna 2009.
  8. M. Madianou, D. Miller, Polymedia: Towards a New Theory of Digital Media in Interpersonal Communication, «International Journal of Cultural Studies», 16 (2), pp.169-187, 2012.
  9. S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, trad. it. P. Bassotti, Luiss University Press, Roma, 2019.

Pietro Meloni

insegna antropologia sociale e culturale presso l’Università di Perugia. I suoi temi di ricerca riguardano l’etnologia europea, l’antropologia visiva e il patrimonio. Tra le sue pubblicazioni “Il tempo rievocato. Antropologia del patrimonio e cultura di massa in Toscana” (2014) e “Antropologia del consumo. Doni, merci, simboli” (2018).

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