Si vis pacem

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Morante, Ortese, Politkovskaja e la zattera culturale. Una riflessione

 

Scrivo questo pezzo mossa da un’urgenza innanzitutto personale: non c’è nulla che singolarmente possiamo fare per impedire la tragedia che attraverso gli schermi ci fa spettatori, come nulla o quasi potevamo per le altre che si sono consumate in sordina e nell’ombra. Però la guerra e le sue immagini invadono le nostre vite e la mente (l’anima?) ha bisogno di trovare nelle parole una tregua e un riposo. Ringrazio dunque chi mi offre questo spazio e domando scusa se ne farò appunto un uso arbitrario, piegando le parole altrui a un bisogno forse non solo mio.

Nelle settimane meno intense che hanno preceduto l’ultima “Bufera”, migliaia di studenti hanno occupato scuole e piazze testimoniando, con toni e ingenuità che noi adulti avevamo scordato, due evidenze. La prima è che, per fortuna, la vita è potentissima e la gioventù non si addomestica nemmeno in tempi pandemici; la seconda è che i “felici pochi” pongono a tutti gli altri, e dunque a noi, una domanda di senso imprescindibile. Pretendono cioè che la scuola e chi la abita siano all’altezza di questo tempo, cosa che peraltro dovrebbe consolare la generazione di adulti che ai concerti intonava “we don’t need no education”.

Non vorrei sembrare retorica, ma mi pare che la competenza su cui questo tempo ci misura non è quella che serve ad affrontare un futuro, peraltro difficile da immaginare (quali professioni, quali contesti, quali relazioni?), piuttosto dovremo coltivarne una che non abbiamo avuto bisogno di imparare noi, prima generazione della storia ad aver pensato alle guerre da lontano: la capacità di stare a galla, con umanità e dignità, in un mare in tempesta. Resto in questa metafora un po’ abusata e provo a dire, anzitutto a me stessa, che oggi si chiede a chi educa aiuto nel costruire una zattera culturale e, soprattutto, disponibilità a salirci insieme, con la confidenza fragile che tempesta finirà. Sono cose che tre anni fa non avrei mai detto.

In questi giorni, nella mia scuola e, credo, in ogni scuola, docenti solleciti e operosi hanno cercato (di nuovo) di offrire la propria cultura per favorire la comprensione di ciò che accade. So per certo che le tavole dell’ISPI, i siti delle principali organizzazioni internazionali, la storia antica (i Meli, i Persiani…) e quella recente, hanno occupato le LIM di quasi ogni classe e che poesie e racconti sono stati letti e meditati.

Eppure ogni discorso sulla pace si infrange davanti alla potenza delle immagini, che ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze arrivano anche per canali che neppure immaginiamo, sollecitando in loro e in noi fantasmi e paure non del tutto ignote, perché in gran parte lasciti dimenticati (e non sempre abbastanza verbalizzati) di quel passato quasi recente in cui fame, bombe, separazioni e lutti scuotevano le vite dei nostri nonni e dei loro bisnonni. Cosa ci sta succedendo?

Sappiamo tutti che l’educazione alla cittadinanza è anzitutto educazione alle emozioni e che nulla vale la migliore delle costituzioni, men che meno il suo polverizzarsi in migliaia di leggi, se la persona intera, corpo e anima, non la riconosce anche nel suo sentire. Senza questa comprensione profonda non si può stare in un tempo e un mondo sconfinati e caotici.

La storia: ignominia, demenza, imbecillità, eppure poesia

Mi dico che abbiamo fortuna perché possiamo accogliere la domanda di senso che usciva dalle manifestazioni studentesche: dopo esserci affidati principalmente alla scienza per quasi due anni, possiamo tornare a riconoscere la lezione dell’arte e della letteratura che insegnano proprio a stare dove non si vede ordine né terraferma all’orizzonte. Tradire questa istanza umanistica significherebbe perdersi davvero, e la deriva possibile è sotto gli occhi: sospesa la mostra del fotografo russo, risolto il contratto di un musicista, ridotto Dostoevskij per far spazio all’altra parte, nell’ottusa presunzione che valgano per ogni tempo i recinti di questi giorni, che ci sia cioè per lo scrittore russo una controparte ucraina.

Certi recinti culturali non sono meno materiali di quelli che una mano ha disegnato sulle mappe e che un’altra cancella o sposta. In tutte queste operazioni è un principio numerico e classificatorio che somiglia tanto alla pistola inquadrata nella prima scena di un film: tu sai che il morto ci sarà e che la sua fine, chiunque sia l’assassino, porterà una soddisfazione transitoria nella catena infinita si sofferenze che dura da diecimila anni.

Si sa che

Insomma tutta la storia è storia di fascismi, più o meno larvati… nella Grecia di Pericle… e nella Roma dei Cesari e dei Papi… e nella steppa degli Unni… e nell’Impero Azteco… e nell’America dei pionieri… e nell’Italia del Risorgimento… e nella Russia degli Zar e dei Soviet… sèmpar e departùt i liberi e gli schiavi… i ricchi e i poveri… i compratori e i venduti… i superiori e gli inferiori… i capi e i gregari.

come nelle disperate parole di Davide Segre ne La storia di Elsa Morante (p. 566).

Di questa sofferta violenza, l’esito sono cicliche crisi di radicamento, disintegrazioni a cui non la scienza (che pure ha i suoi meriti, ma è insufficiente, e inoltre muove sul delicato crinale della responsabilità tecnica), bensì l’arte e la letteratura si offrono come cura ed esorcismo.

La cultura che portiamo in classe non è dunque costruzione di singole abilità, ma un modo di attribuire valore al mondo attraverso il linguaggio (parole, gesto teatrale, tratto grafico, suono) e «impedire che il mondo si distrugga», per dirla con Camus (ma tra qualche riga con Morante).

La teodicea di Ortese e Morante e la scrittura come antidoto culturale

Possiamo immaginare l’accudimento dell’umanità che è proprio dell’arte come una continua gestazione immaginativa. Ovviamente il punto non è che l’artista sia donna (benché sia mio pregiudizio di questi giorni che aiuti) né che abbia effettivamente generato: una tradizione letteraria lunghissima ci dice che la tirannia della forza è patrilineare (iliadica), mentre l’arte è la pratica che sul piano simbolico vince la morte ri-generando (ricordo, sul tema linguistico, Partorire con il corpo e con la mente. Creatività, filosofia, maternità, di Francesca Rigotti, Torino, Bollati Boringhieri, 2010).

Scrive Anna Maria Ortese, in Prigionieri del male (Le piccole persone, Adelphi, pp. 133-34):

Vi è un lutto nella Creazione. Qualcuno, non sappiamo dove, fece una scelta: ne nacque un continuo morire, la continua disperazione. Risalire è arduo, non forse impossibile. Urge, tuttavia, un continuo ripensamento del mondo: come innegabile caduta: di tutti, anche gli innocenti, e perciò una impossibilità di giudizio. Ciò che resta è la valutazione di un’ombra in cui siamo tutti, per nascita; il tentativo di uscirne, operando appunto nel senso contrario a quello che operano le ombre che oscurano il mondo. Noi, diradiamole. Riconosciamo che una legge fu violata in tempi e luoghi remotissimi: da questa rivolta uscì l’uomo. Forse era necessario affinché la legge fosse sperimentata, ma quanto dolore, degradazione, terrore per l’intero creato (…). Prudenza dunque nel parlare di colpa. Essa è dentro, una tentazione eterna, vertigine prima ancora che caduta. Nella caduta ci siamo. Chi è più in fondo di tutti, già immobile, non consoli quelli che ancora cadono. È risalire che occorre. E se appena possibile, tutti.

Non so se qualcuno ricorda questo brano incastonato in un libricino preziosissimo che raccoglie interventi di Ortese dispersi negli anni su varie testate: comparve sul «Corriere della sera» il 14 marzo 1970, dopo un altro pezzo, Torna da tua madre, del 24 febbraio (le impressionanti sincronie del calendario…) nel quale la scrittrice suggeriva che Walter Reder, responsabile della strage di Marzabotto, fosse mandato a casa, poiché la prigionia, in attesa del pentimento, le pareva inutile, in quanto «tutta la terra dorme con la testa appoggiata sul braccio del suo delitto».

Torna a mente proprio Davide Segre/Piotr, creatura morantiana, personaggio per istinto fedele alla felicità, che tuttavia ne incontra la paralisi: partigiano per vendicare l’ingiustizia inferta alla sua famiglia ebrea, convinto che tutto il male stia nella violenza, si scaglia poi con irruenza bestiale su un soldato tedesco e scopre di essere tale e quale: «tutti quanti ci portiamo nascosto un SS. Io che lo ammazzavo ero diventato un SS, ma lui che crepava (…) era ritornato bambino (…) chi ammazza un altro ammazza sempre un bambino» (La storia, pp. 588-593).
Eppure Davide, che soccombe a questa verità e affoga il dolore nella morfina, da adolescente aveva in cuore una chance, immaginava di scrivere un libro, convinto che «con la scrittura di un libro si può trasformare la vita di tutta l’umanità» (La storia, p. 410).

Quel libro lo ha scritto Morante e mi pare che oggi siamo troppo pavidi per proporne la lettura in classe, mentre dovremmo, perché La storia, romanzo discusso e rinnegato all’uscita nell’anno anno violento della strage di Brescia, ha questa profetica e radicale capacità di ricomporre ciò che la storia, appunto, e la natura disgregano. La protagonista Ida Ramundo, che nasconde con paura e vergogna la sua materna origine ebraica, partorisce Useppe dopo lo stupro perpetrato da un soldato tedesco: la più pura delle creature, piccolo Myškin con il talento francescano e poetico di comunicare con il cane Bella e con tutte le piccole persone, è perciò il frutto dell’unione violenta tra una donna ebrea e un disperato soldato del Reich.

Undici anni prima, nel 1965, a Torino, Milano e Roma, Elsa Morante portava in giro un’attualissima conferenza, poi pubblicata con il titolo (attualissimo) Pro o contro la bomba atomica. La bomba, diceva in sintesi Morante, è

il fiore, ossia l’espressione naturale della nostra società. (…) Si direbbe che l’umanità contemporanea prova la occulta tentazione di disintegrarsi. (…) L’arte è il contrario della disintegrazione, la sua funzione è impedire la disintegrazione della coscienza umana. (…) restituire di continuo l’integrità del reale (…) L’arte che viene a rendere la realtà, può rappresentare quasi la sola speranza del mondo.

(L’opuscolo è ora edito nella Piccola Biblioteca Adelphi, 1987, ma io vi arrivo da qui)

Soldati, madri e figli

Quando ero ragazzina, Sting commuoveva cantando la speranza che anche i Russi amassero i propri figli: non sentivamo nella nostra consolatoria commozione la presunzione disonesta che la nostra speranza riguardante le madri russe (I HOPE the Russians … too) sottintendesse la certezza che le nostre di certo ci amassero (e dunque noi e forse loro…). Canzonette certo, cimeli di una guerra fredda ormai prossima a finire, credevamo. Non siamo più così certi della nostra pace post-istorica.

Oggi sento dire che la scrittura letteraria ha perso la sua efficacia, e infatti il potente incarcera e uccide i giornalisti e i blogger non più gli scrittori – anche questo mi pare un segno dei tempi, un tratto della nuova emergenza. Nelle ore in cui online circolava il filmato del soldato russo in lacrime mentre riceveva conforto da donne ucraine (incluso un cellulare per chiamare la madre), ho letto in classe un brano di Anna Politkovskaja, che conto di collegare alla rilettura di alcuni passi di Virgilio: lo strazio della mamma di Eurialo e la figura di Enea, cunctans al momento di uccidere Turno, e victor tristis, insomma toccato da quella stessa consapevolezza tragica che distrugge, nel romanzo di Morante, Davide Segre.

Il pezzo di Politkovskaja si intitola L’esercito russo e le sue madri, e apre la raccolta La Russia di Putin tradotto da Claudia Zonghetti (Adelphi 2005). Credo che leggerlo basterebbe a smentire qualunque rappresentazione manichea non solo di questa contingenza bellica e umanitaria, ma di qualunque contingenza: coscritti con l’età dei nostri figli, fratelli maggiori dei nostri studenti, spediti come carne da macello, piegati all’obbedienza prima dall’indigenza e poi dall’abuso di potere, brutalmente sacrificati e raramente restituiti alle loro madri; chi pure è mosso da un patriottico senso del dovere si scontra con una realtà mostruosa. Era il 2004 ma è storia di sempre.

Virgilio, Ortese, Morante e su tutti Dostoevskij, come anche, oggi, Politkovskaja, mostrano l’inadeguatezza dei confini, fanno come «Geppetto, che mostra a Pinocchio (ormai persona vera) la spoglia del burattino e intanto gli mette davanti uno specchio, dicendogli: ecco invece quello che tu sei» (ancora da Pro o contro la bomba atomica): crollano le polarizzazioni facili (i cattivi e i buoni, i nostri e i loro…).

Credo che il gesto di Geppetto, per nulla consolatorio, sia ciò che si chiede a gran voce alla scuola, anche se chi chiede non ne ha fino in fondo coscienza: dobbiamo continuare a leggere tanto e forse anche un po’ a scrivere, perché il senso di realtà che nasce dall’arte resti il diritto inalienabile di chi cresce.


P.S. Scritto il 4 marzo, con l’auspicio che si possa leggere l’8, in corrispondenza della Festa delle donne. La mia dedica va in particolare alle sorelle, madri, figlie, amiche, maestre e alle scrittrici (e traduttrici) che in ogni tempo si impegnano a tenere insieme il mondo, a ricostruirlo, a dissetarlo e a consolarlo.

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Elena Rausa

Docente di Lettere nei Licei e Dottore di Ricerca in Italianistica. Ha pubblicato due romanzi: “Ognuno riconosce i suoi” (Neri Pozza 2018), “Marta nella corrente” (Neri Pozza 2014).

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