Quasi salvi

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Un’idea di scuola (e di vita) nell’ultimo romanzo di Gaja Lombardi Cenciarelli.

Non si sa da dove cominciare per raccontare Domani interrogo (Marsilio 2022), romanzo sulla scuola a firma di Gaja Lombardi Cenciarelli, docente d’inglese al liceo linguistico con evidente esperienza di periferie romane, nota ai più come valente scrittrice e traduttrice (tra gli altri, di Flannery O’Connor e Margaret Atwood). Si fatica a scegliere da dove partire perché il romanzo si offre come un documento utilissimo a qualunque discorso sulla scuola, e forse anche sulla società di cui la scuola è in qualche modo specchio.
Parto allora dall’incipit, con le dieci leggi fondamentali della vita di un insegnante:

1) Per gli studenti, tu non sei un essere umano.

2) Non importa quel che fai o quanto ti spendi per loro: gli studenti ti vivranno sempre come un nemico.

3) Nessuna buona azione, generosità o empatia impedirà agli studenti di parlare male di te.

4) Per quanto tu possa essere severo, nessuno studente ti rispetterà solo per questo.

5) A nessuno studente piace fare i compiti a casa: se non ci credi, sei tu che hai bisogno d’aiuto.

6) Per quanto tu possa accogliere le loro richieste, ci sarà sempre qualche studente che ti contesterà.

7) Gli studenti sono convinti che tu non sia un essere umano, tuttavia muoiono dalla voglia di sapere dove abiti, se sei sposato, se hai figli, nella remota eventualità che tu sia (un caso) umano.

8) Dieci minuti dopo il tuo ingresso in classe per la prima volta, gli studenti sanno già tutto di te.

9) Nessun insegnante è mai stato al riparo dalla crudeltà degli studenti.

10) Poste tutte queste verità, hai due opzioni:
Opzione 10 a): Entri in classe, spieghi la lezione, assegni i compiti, torni a casa.
Opzione 10 b): La prendi sul personale e:

Il romanzo parte dall’opzione b, e da quella congiunzione coordinante (e) dietro alla quale si intuiscono le inevitabili conseguenze del vivere l’insegnamento come una questione personale.

Il tema, si converrà, non è nuovo, e l’autrice ne è ben consapevole se insieme alla protagonista del romanzo, solitaria insegnante di inglese e, stante il nome, suo alter ego finzionale, si prende il lusso di giocare con una tradizione narrativa e filmica che ha innumerevoli precedenti (Starnone, Onofri, il film L’attimo fuggente…), ma di rado la stessa capacità di offrire la scuola vera, così com’è, linguaggio, sentimenti, inerzie e azioni, senza compiacimenti lirici o eroici titanismi.

La trama è presto detta. Una docente di inglese approda con molta apprensione dalla Garbatella a un liceo dell’estrema periferia romana, Rebibbia, e la narrazione si concentra sulla quinta che dovrà accompagnare al fatidico esame finale: nove mesi lungo i margini della città, in una terra di confine popolata da ragazzi e ragazze che hanno sperimentato sulla propria pelle abbandoni, tradimenti, ricatti, violenze; toccherà anche a lei, docente, imparare una lingua nuova e una grammatica delle relazioni che scardinerà alcune delle categorie con le quali credeva di poter leggere il mondo.

Se il tema della salvezza è centrale in ogni relazione educativa (lo è?), il romanzo racconta la storia di un grandioso fallimento nel quale tutto quello che resta e salva i protagonisti della storia è l’amore.

La scuola: luogo e nonluogo?

Nessuna storia esiste fintanto che non esiste una voce che la racconta; esterno o interno che sia, il narratore è il personaggio che permette alla storia di esistere. Qui la voce narrante è la scuola, non l’istituzione, ma proprio quell’edificio particolare, fatto di pareti, aule, corridoi, sale professori, bagni e bar. I muri osservano, si direbbe, ascoltano, comprendono e non dimenticano.

L’intuizione di Cenciarelli ha qualcosa di geniale, perché ci dice che, all’interno di quei quartieri urbani che spesso sono o rischiano d’essere antropologicamente nonluoghi, esistono (o possono esistere) spazi nei quali è ancora possibile riconoscere le tracce di un legame sociale che stringe gli esseri umani attorno all’ipotesi che salvarsi o non salvarsi sia questione collettiva – dunque anche, sia pur minutamente, politica.

La distinzione luogo/non luogo riverbera nella distinzione tra personaggi anonimi e personaggi identificati da un nome: la protagonista, professoressa quasi-qualunque ma con lo stesso nome dell’autrice, ha una personalità precisa che la smarca, con tutta la fatica che questo comporta, da un mondo di colleghi-monadi, metonimicamente identificati con la disciplina che insegnano (Matematica, Scienze, Storia…). Si direbbe sola e tuttavia non lo è: hanno un nome o un soprannome anche gli studenti della sua Quinta A (Sofia, Margherita, Francesco, Alessandra, Flavio, Daniele, Il Bolivia, Rabhil…) e, se è vero che «una quinta è una quinta è una quinta», il nominarli conferisce loro la possibilità di distinguersi, almeno sulla carta, con una storia e un destino unici, che solo il narratore onnisciente conosce e per frammenti disvela.

Giorno dopo giorno, quello che potrebbe essere anche per la protagonista un nonluogo di transito (l’incarico annuale) diventa uno spazio di relazioni in virtù di uno sconfinamento evitato e deprecato dalla docente e dai suoi studenti, ma infine deliberatamente scelto in virtù di una inopinata ma ineludibile necessità.

Distinzioni, sconfinamenti, contaminazioni

La giraffa che campeggia in copertina è menzionata nel prologo: appare improvvisamente al di là di una recinzione, enigmatica e aliena non meno della professoressa che la osserva, a sua volta osservata, raggiungendo la nuova scuola il primo giorno di lezione. A me ha ricordato le scene di vecchi film in cui è ritratto lo spaesamento degli animali fuggiti agli zoo di Berlino o Varsavia durante i bombardamenti tedeschi. E infatti di spaesamento si tratta, all’inizio della storia, e forse pure di crolli.

Quando arriva nella nuova scuola, la protagonista non approda a una meta agognata, né la muove alcuno spirito missionario; si direbbe che non sia affatto dove vorrebbe stare. È quasi spaventata da una realtà che conosce per sentito dire, ma capisce in fretta, e non senza fatica e pianti, che tra quei muri si gioca una partita che ha a che vedere con qualcosa di fondamentale: «Quasi tutti i discorsi che riguardano l’ambito scolastico ruotano attorno a questa parola, “salvezza”»; «Loro (gli studenti) non lo sanno ma anche tutta la grammatica che li circonda compone frasi il cui senso è: salvezza».

Che la “salvezza” sia attinente all’insegnamento sarebbe di per sé un assunto discutibile (quale salvezza? da cosa? da chi?), ma, ruotando attorno a questo tema, come pure insistendo sulla distinzione simbolica tra vivi e morti («chi sono i morti?», si chiede di continuo la protagonista, sulla scorta di Joyce), il romanzo offre a chi legge l’occasione di sostare nell’eterno dilemma tra ragione e cuore, esprit de géométrie e esprit de finesse, per dirla con Pascal, e di considerare se la scuola non sia proprio il posto in cui l’una e l’altro, la ragione e il cuore, siano ugualmente necessari.

A differenza da quanto accade ad alcuni altri sconfinatori (penso al professor Keating de L’attimo fuggente o a Elisabetta Maiorano, la professoressa che nel romanzo di Valeria Parrella vorrebbe salvare la giovanissima allieva Almarina), qui non c’è eroismo né incoscienza. La professoressa Cenciarelli conosce bene il confine, è consapevole dei rischi a cui la espone una visione romantica e personale dell’insegnamento – e non soltanto perché la scuola è cambiata e oggi «essere un bravo insegnante non significa più entrare in aula e saper fare lezione» ma «saper redigere un piano didattico personalizzato, coordinare una classe, rispettare le scadenze, saper usare il registro elettronico, padroneggiare la normativa». Il suo (e non solo suo) dilemma non si esaurisce nell’abusata polemica contro la burocrazia che soffoca l’insegnamento: al contrario, la professoressa sente di essere circondata da colleghi ben più attrezzati di lei quanto a severità, disciplina, metodo; essi sono in altre parole più capaci in quel che serve a favorire il buon esito della prestazione finale da parte dei propri studenti. «I colleghi sono brave persone, bravissimi insegnanti. Sa che hanno ragione, che il distacco è vitale per la qualità dell’insegnamento. Lo sa e vorrebbe essere come loro», eppure «il tentativo di digerire quel ragionamento senza opporre resistenza è come far entrare un cubo dentro un foro circolare: semplicemente non passa».

La diatriba che chi insegna conosce bene, e che spesso divide e accalora il Collegio docenti e i Consigli di Classe, tra fautori del pugno di ferro e paladini dell’accoglienza, è qui tutta interna alla protagonista, che realisticamente non condanna davvero nessuna delle due istanze né opera una distinzione valoriale. In questa postura per nulla manichea è l’autenticità del personaggio: la professoressa Cenciarelli conosce il rischio personale e quello professionale, si intuisce in lei una teoria di reiterati fallimenti, e tuttavia il suo fallire appare commovente e meravigliosamente necessario, anche quando, in barba ai divieti, fuma con i suoi studenti, lascia che il suo linguaggio si contamini senza scandalo con un gergo che non le apparterrebbe, si interessa delle loro relazioni regalando molto ascolto, pochi consigli e nessun giudizio, li invita a smettere di farsi e di spacciare («Io non ho niente contro le canne. Ho molto contro le dipendenze»), quindi urla, abbraccia, piange.

Piange molto, soprattutto per delusione e per un senso del tradimento non solo narcisistico. Velatamente minacciata da due giovanissimi spacciatori, studenti della stessa scuola, per aver dissuaso gli altri dall’uso di droghe, non teme per la propria incolumità; colpita alle spalle, si rammarica nel constatare che qualunque studente venderebbe anche la migliore insegnante per salvare sé stesso, ma più di tutto le importa che i suoi studenti siano salvi o quasi salvi: vale a dire che ci sia per ciascuno una possibilità diversa dalla dura legge di necessità in cui la vita li ha posti (un futuro cupo, qualche volta la vita distrutta dalla droga o dal carcere, spesso il destino d’essere servi di qualcuno).

Pretende dai suoi studenti che imparino a nominare le cose per non averne paura, si danna perché tutti frequentino le lezioni, finiscano l’anno, passino l’esame e lo passino con onore, insiste perché almeno i migliori proseguano gli studi con l’università, perché tutti siano consapevoli del proprio valore («sei speciale») e non si rovinino la vita con le loro mani: «Voi non avete idea di che merda sia la vita là fuori. L’unica occasione che avete è la scuola. Senza il diploma resterete per sempre manovalanza».

La felicità: questione di habitat

Generazione fragile, quella che ha il compito di accompagnare, con uno «scarso talento nel difendersi, nello scrollarsi di dosso la pelle del bambino e crescere». Il mondo lì fuori è brutto e loro «sono di cristallo», ma quella stessa fragilità li rende taglienti e affilati proprio nei confronti di chi li avvicina con rispetto e umanità.

In un momento di delusione corre a rifugiarsi nel bagno dei professori per non tradire la delusione («ha litigato con la sua classe. È come una lite tra innamorati. Si sente tradita, incompresa») e lì la soccorre un pensiero di Sandro Onofri: «Io sono uno dei pochi professori che ti ha trattato da uomo. Gli altri sono spesso andati avanti a forza di note disciplinari, rimproveri, sospensioni. Non che loro siano peggiori di me, nessuno è peggio di nessuno. È che io sto, per così dire, nel mio habitat. Io ho la storia che ho».

Anche per lei si direbbe una questione di habitat e, benché della sua storia personale si sappia poco, le si riconosce l’attitudine a una specie particolare di amore: «l’amore a perdere, che non sarà mai ricambiato […] la versione più impossibile dell’amore, che pur perdendo pezzi ogni giorno resta sempre intero».

Certo, viene da domandarsi se esista davvero un amore così, di cosa si alimenti e cosa compensi le inevitabili perdite. Cenciarelli sembra affermare che lo sconfinamento, una volta reso possibile, è facilmente reciproco, e che nella spigolosa reciprocità stia la ricompensa degli uni e dell’altra.

Gli studenti raggiungono la professoressa con una videochiamata, la sera dell’ultimo giorno dell’anno, e «una strana felicità, molto simile alla vita e del tutto opposta alla sopravvivenza» la pervade: «Come un’epifania, si era sentita al posto giusto nel momento giusto. E il posto non era la festa di Capodanno a cui stava partecipando ma la scuola. E la scuola erano loro. Il suo posto erano loro».

Rinforza tale percezione la gioia sperimentata davanti al dispiegarsi del talento naturale dei suoi allievi. Dopo una bella interrogazione pensa: «Quasi salvi. Quasi. Una gioia piccola ma più intensa che mai. Questo è il suo fallimento meraviglioso. Che privilegio, poter fallire fino in fondo».

«Credo di parlare a nome di tutti se le dico che questo per lei non è un lavoro», afferma Francesco Ferzetti, allievo tanto dotato quanto impegnativo, «si vede lontano un miglio che lei è felice di stare a scuola. […] Dio santo, a volte è insopportabile per quanto è felice di stare con noi […] se fosse solo lavoro, uscita da qui se ne fregherebbe di noi».

Domani interrogo, si sarà capito, è un romanzo intelligente e leggendolo si riflette, si sorride e ci si commuove. A me ha riportato alla mente un film che ho molto amato, Monsieur Lazhar, del regista canadese Philippe Falardeau (2011). Lì la storia si svolge in una scuola elementare: una maestra si toglie la vita impiccandosi nella sua aula (sono gli alunni a trovare il corpo), e la sostituisce provvisoriamente un immigrato di origine algerina, con una grave tragedia familiare alle spalle; proprio la sua esperienza lo rende sensibile alla sofferenza inespressa dei piccoli allievi, che invece la scuola non affronta e anzi congela, come se le emozioni non fossero la componente essenziale del crescere e dell’imparare.

Mi piace associare al mio invito alla lettura del romanzo di Cenciarelli le parole di Bashir Lazhar, come Keating incompreso maestro: «La scuola è un luogo di lavoro, di amicizia, di vita, di cortesia, in cui si dedica la propria vita e non la propria disperazione».

È in fondo simile il buon viatico che il romanzo di Gaja Cenciarelli implicitamente regala a chi legge e forse si augura, abitando la scuola, non solo metodo e disciplina, ma anche speranza e una certa non trascurabile cura della felicità.

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Elena Rausa

Docente di Lettere nei Licei e Dottore di Ricerca in Italianistica. Ha pubblicato due romanzi: “Ognuno riconosce i suoi” (Neri Pozza 2018), “Marta nella corrente” (Neri Pozza 2014).

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