Quando i cheerleader erano maschi

Solo apparentemente poco importante, il cheerleading, un fenomeno esclusivamente americano, mostra quanto diverse possano essere le concezioni di sport, di intrattenimento e di identità nazionale. E quanto i ruoli di genere siano cambiati negli ultimi decenni. Da «La ricerca» n. 14.
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Un’esibizione di tre cheerleader della USC, University of Southern California, 1915, Wikimedia commons.

Ogni venerdì sera, nelle cittadine e nelle periferie ovunque negli Stati Uniti, persone di ogni tipo si riuniscono negli stadi, nelle palestre e nelle arene a fare il tifo per le squadre di football, basketball, wrestling o pallavolo locali. Al centro della scena ci sono i giocatori, ma appena un po’ più a sinistra, ai margini, si osserva un’altra presenza costante di questo grande spettacolo a stelle e strisce: le cheerleader.

Come il jazz e il baseball, il cheerleading è un’icona culturale tutta americana. Al contrario del jazz e del baseball, però, non ha acquisito un ruolo di prestigio nella cultura nordamericana. Nessuna Hall of Fame è mai stata costruita per il cheerleading, che al contrario è raffigurato spesso in luce negativa o non è preso molto sul serio. Scrivendo a proposito del cheerleading su Sports Illustrated, il giornalista Rick Reilly ha tracciato questa immagine: le cheerleader non hanno un impatto maggiore sulle partite di quanto ne abbia lo staff delle pulizie che di notte pulisce il campo da gioco. Basti pensare che loro il campo da gioco neppure lo vedono, essendo quasi sempre rivolte verso il pubblico.

Prendendo in giro lo stupido boosterismo [un intraducibile termine che indica l’attitudine degli americani a promuovere attivamente ogni aspetto della loro vita, della città e della comunità cui appartengono, N.d.T.] che contraddistingue la cultura americana, per anni il Saturday Night Live ha messo in scena la figura della Spartan Cheerleader, un’oca giuliva la cui unica ambizione nella vita è tifare per la sua squadra.

Del resto, quando si pensa al cheerleading, le immagini che vengono in mente sono un gruppetto di giovani ragazze scollacciate e inhot pants oppure la mamma texana finita in manette per aver cercato di uccidere la mamma della rivale della figlia. O ancora la superficiale Spartan Cheerleader del Saturday Night Live o le cheerleader liceali vestite con minigonne e paraorecchie che motivano le squadre di football nelle fredde serate di venerdì di tutto il Paese. Rimane però il fatto che i quasi quattro milioni di persone che partecipano al cheerleading negli Stati Uniti non sarebbero probabilmente d’accordo con queste immagini.>

Una pratica dalle molte sfaccettature

Pur essendo una pietra miliare della cultura e della vita americane, il cheerleading è tuttavia un’ icona ambigua, dal momento che assume significati diversi per persone diverse. Un’ambivalenza non certo nuova. Per molti si tratta solo di ragazze mezze nude che saltano senza senso col solo scopo di adorare gli atleti maschi. Per altri è un vero e proprio sport, che richiede lo stesso rispetto riservato ad altre forme di atletica.

All’inizio degli anni Cinquanta, l’Università del Tennessee bandì il cheerleading femminile. Con scarsi risultati: a partire dal secondo dopoguerra divenne un’attività prevalentemente femminile.

Alcuni ricordano come sia in grado di aprire le porte per un futuro di successo. Dopo tutto la lista di famosi cheerleader è piuttosto impressionante: i Presidenti Franklin Roosvelt, Dwight Eisenhower, Ronald Reagan, George Bush Sr e George W. Bush. Ma anche personaggi dell’industria dell’intrattenimento come Raquel Welch, Meryl Streep, Kirk Douglas, Halle Berry, Renee Zellweger, Sandra Bullock e Madonna, giusto per fare qualche nome. Mary Ellen Hanson, autrice di un approfondito resoconto storico del cheerleading negli Stati Uniti, sostiene che esso simbolizzi alcuni valori cardine della cultura americana: prestigio giovanile, attrattività, leadership fra coetanei e popolarità, ma anche eccesso di entusiasmo, sessualità reificata e superficiale boosterismo.

L’industria dei film, dei video, della pubblicità e della televisione si è certamente accorta che l’immagine della cheerleader può essere usata per trasmettere significati specifici della vita sociale e culturale nordamericana. Tuttavia l’ambiguità culturale è presente anche qui. Pensiamo al video musicale di Toby Keith How do you like me nowche rappresenta una studentessa di liceo intenta a respingere leavance di un famoso musicista. In questo caso la cheerleader è usata per rappresentare la brava ragazza americana con cui tutti vorrebbero uscire. D’altra parte, quando Lester Burnham nel film American Beauty ha una crisi di mezza età e inizia a fantasticare rapporti extraconiugali, il suo desiderio si orienta sull’amica della figlia, Angela, una cheer-
leader apparentemente innocente ma molto seduttiva.

L’immagine potente delle cheerleader non si limita ai licei e ai college. Esistono uniformi per bambine di due anni e pompon giocattolo per tenere i più piccoli occupati e calmi nelle partite di baseball e basket cui assistono i genitori. Esistono competizioni per bambine di quattro anni tenute da allenatrici che spesso sono state da giovani cheerleader. Ogni anno si moltiplicano i campi estivi, le lezioni e le classi private.

Non fosse altro che per la sua diffusione, il cheerleading merita lo stesso interesse teorico in genere riservato ad altre forme culturali americane iconiche, come il jazz o il baseball. Ma, cosa più importante, studiare il cheerleading permette di evidenziare caratteristiche ancora più generali della vita americana. Esso è, infatti, un’immagine obliqua e una metafora della società statunitense. 

Come sottolinea Pamela Grundy in Learning to Win, la sua affascinante storia degli sport della Norh Carolina, «nella multi-sfaccettata società americana del ventesimo secolo, le istituzioni culturali più di successo sono state quelle che portano con sé significati multipli, piegati a scopi diversi. Il cheerleading è uno di questi».

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Un gruppo di cheerleading del DuBois College, North Carolina, 1965.

Una forma di patriottismo su piccola scala

Un attento esame del cheeerlading può in primo luogo dire molto sul patriottismo e sul nazionalismo americani. Possiamo infatti considerarlo una sorta di patriottismo su piccola scala, un vero e proprio nazionalismo locale. Le piccole cittadine di tutti gli Stati Uniti costruiscono la loro identità attorno alle squadre sportive del liceo. Lo si intuisce attraversandole in macchina. All’ingresso del paese ci si imbatte in cartelli con scritto, ad esempio, “Benvenuti a Shady Bluff, casa della della AA 1996 State Football Runner Ups”.

Questa identità, che si focalizza sul talento della squadra atletica locale, include anche le cheerleader, presenti in quasi tutti gli eventi sportivi maschili, in particolare quelli legati al football e al basket. Il ruolo della cheerleader come la tipica ragazza americana sempre ottimista che guida il pubblico a tifare per la squadra anche quando sta perdendo incarna alla perfezione la quintessenza del patriottismo americano.

Le cheerleader sono percepite come le spose degli eroi del football, simboli della femminilità ideale. Pochi, tuttavia, sanno che il cheerleading è iniziato come attività esclusivamente maschile, tanto da incarnare la virilità ideale.In secondo luogo, uno studio del cheerleading è in grado di rivelare quanto i ruoli di genere negli Stati Uniti siano cambiati negli ultimi 135 anni. Al giorno d’oggi il 97% dei cheerleader sono di sesso femminile. Così come i giocatori maschi sono simboli della mascolinità ideale, le cheerleader sono percepite come le spose degli eroi del football, simboli della femminilità ideale. Pochi tuttavia sanno che il cheerleading è iniziato come attività esclusivamente maschile, tanto da incarnare la virilità ideale. Le prime manifestazioni di cheerleading fecero capolino negli Stati Uniti alla fine del 1880. Durante alcune partite il pubblico iniziò spontaneamente a creare gruppetti per incitare le proprie squadre. Il primo caso di cui abbiamo notizia certa risale al 1894, presso la Princeton University. Il 2 novembre 1898 lo studente Johnny Campbell diresse il tifo del pubblico. In seguito l’Università del Minnesota organizzò una squadra di sei studenti maschi, che impiegarono e perfezionarono i cori di Campbell. Nel 1903 nacque la prima organizzazione di cheerleading, la Gamma Sigma.

Ancora nel 1939 alle donne era vietato accedere alla squadre di cheerleading. Almeno a livello universitario cominciarono a entrarvi negli anni Quaranta, anche se in numero scarso, quando film, pubblicità e concorsi di bellezza iniziarono a utilizzare per fini commerciali la bellezza femminile. Nello stesso periodo, le confraternite femminili iniziavano ad avere più peso nella vita dei campus. Tutti cambiamenti che hanno fortemente influito sulla composizione delle squadre di cheerleading.

Inoltre, la storia del cheerleading femminile scorre parallela a quella dell’ingresso delle donne nel mondo del lavoro durante la Seconda Guerra Mondiale. In entrambi i casi, infatti, gli uomini furono costretti a lasciare il lavoro per andare a combattere, aprendo alle donne porte sino ad allora precluse. Tornati dalla guerra, gli uomini lottarono in tutti i modi per riguadagnare il posto perduto. All’inizio degli anni Cinquanta, l’Università del Tennessee bandì il cheerleading femminile. Con scarsi risultati: a partire dal secondo dopoguerra divenne un’attività prevalentemente per ragazze, specialmente nelle scuole primarie e secondarie.

Negli ultimi decenni gli uomini sono rientrati in questo spazio ormai tutto femminile. Sono nati gruppi di cheeerleader gay e lesbiche, e altri che non supportano alcuna squadra specifica. In Nord Carolina ci sono perfino 15 gruppi di cheerleader anziani. Sono associazioni sportive che sconvolgono i nostri preconcetti sul ruolo del cheerleading. Dimostrano quanto individui e gruppi siano attivamente coinvolti nel ridefinire pratiche culturali e i significati della mascolinità, della femminilità e dell’orientamento sessuale, oltre che del cheerleading stesso

Un ideale di femminilità vincente

Il cheeerleading è sintomatico di cosa significhi oggi crescere donna nel Paese a stelle e strisce. Sulla spinta del movimento del Girl Power degli anni Novanta, alle giovani americane si chiede di essere sicure di sé, in forma e atletiche. Ma allo stesso tempo anche giudiziose (ad esempio caste), attraenti e eterosessuali. Il cheerleading del ventunesimo secolo cattura perfettamente questa nuova visione ideale della femminilità. Per questo motivo rimane uno status per le ragazze. È uno degli spazi più visibili da abitare: conosciuto e apprezzato da chiunque, rimane una meta ambita nella vita scolastica americana, molto competitiva, grazie alla visibilità che regala.

Per la visibilità pubblica che comporta il cheerleading rimane una meta ambita nell’altamente competitiva vita scolastica americana. Vi partecipano ogni anno quasi quattro milioni di persone.

Nonostante il Title IX, la legge del 1972 per cui «nessuna persona può, sulla base del sesso, essere esclusa dalla partecipazione o sottoposta a una discriminazione in qualsiasi programma di istruzione o attività che riceve un contributo finanziario federale», e nonostante che gli exploits atletici di Venus e Serena Williams rappresentino un incentivo per tutte le ragazze americane a gareggiare negli sport competitivi interscolastici, il cheerleading rimane un’attività molto attraente. A partire dagli anni Ottanta, durante i quali le uniformi delle cheerleader si fecero sempre più succinte, le coreografie diventarono più elaborate, integrando passi di ginnastica e acrobazie da stuntman. Tanto che oggi molti considerano il cheerleading uno sport agonistico a tutti gli effetti.

Nuovi mutamenti  e nuove proteste

Con la sua enfasi sulle acrobazie, i salti e la costruzione di piramidi umane, ma anche con la proliferazione di campionati regionali e nazionali del tutto slegati dalle squadre di basket e di baseball, il cheerlaeding offre alle giovani praticanti l’opportunità di dimostrare sia la loro femminilità sia la loro capacità atletica. Un nuovo approccio che non include più pompon, gonne a pieghe, scarpe stringate e canti, ma due minuti e mezzo di intensa attività fisica: capitomboli, piramidi umane, salti, canti e danze complicatissime eseguite di fronte a giudici e in competizione con altre squadre.

Infine, lo studio del cheerleading dice qualcosa anche sulla difficile integrazione etnica delle scuole americane. Molto prima dell’abolizione della segregazione razziale nel Sud, le scuole nere avevano squadre di cheerleading che generalmente avevano stili diversi da quelle bianche, essendo influenzate per lo più dai blues delle chiese battiste. Dopo il 1945 la Corte Suprema, discutendo il caso “Brown contro il Consiglio Scolastico di Topeka”, stabili la fine della segregazione scolastica. Le squadre di atletica iniziarono così a integrare le ragazze di colore. Alle ragazze di colore fu vietato però di accedere a posizioni di prestigio nel cheerleading, un’attività che come già detto rappresentava in qualche modo l’ideale americano di femminilità.

La selezione delle ragazze nelle squadre di cheerleading divenne una delle più spinose e controverse questioni legate alla segregazione scolastica nel Sud, tanto che in tutto il Paese si moltiplicarono proteste e sommosse. Non si limitarono alle comunità afro americane: la creazione del Partito di La Raza Unida in Texas negli anni Settanta è almeno in parte attribuibile alla grande protesta scolastica che seguì la mancanza di cheerleader chicane in una scuola la cui composizione demografica era di 85 per cento di messicani.

Nel 1969 a Chrystal City, in Texas, più di duecento fra studenti e genitori della Chrystal City High School scesero in piazza contro il consiglio scolastico, accusato di rifiutare programmaticamente studenti chicani nella squadra di cheerleading.

Fu l’occasione per rivendicare anche il loro diritto di parlare spagnolo, di avere più insegnanti chicani e un curriculum di storia più in linea con il loro background. Per risolvere la crisi dovette addirittura intervenire il Dipartimento di Giustizia. Una storia di discriminazione meno lontana di quanto pensiamo. Ancora oggi le squadre di cheeerleading rimangono sproporzionatamente bianche, tanto che molti genitori sporgono denuncia contro i distretti scolastici presso l’Office for Civil Rights (OCR) per avere squadre più composite dal punto di vista etnico.


Tratto da: N. Guice Adams e P. J. Bettins, Cheerleader! An America Icon, St. Martin’s Press ebook, 2015. Traduzione di Francesca Nicola.

Natalie Guice Adams

È professoressa associata presso il College of Education dell’Università dell’Alabama e dal 1975 al 1980 è stata una cheerleader della Winnsboro, Louisiana.

Pamela J. Bettis

È assistente al College of Education della Washington State University. Per ragioni che ancora le sono poco chiare, non fu scelta nella squadra di cheerleading del suo liceo.

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